LA DIVINA COMMEDIA

di Dante Alighieri

 

 

INFERNO

 

 

CANTO I

[Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de' vizi e de' meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte la quale si chiama Inferno, nel qual l'auttore fa proemio a tutta l'opera.]

 

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant' è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,

dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Io non so ben ridir com' i' v'intrai,

tant' era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m'avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle

vestite già de' raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,

che nel lago del cor m'era durata

la notte ch'i' passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

si volge a l'acqua perigliosa e guata,

così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,

una lonza leggiera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi 'mpediva tanto il mio cammino,

ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.

Temp' era dal principio del mattino,

e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle

ch'eran con lui quando l'amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch'a bene sperar m'era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle

l'ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m'apparve d'un leone.

Questi parea che contra me venisse

con la test' alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l'aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch'uscia di sua vista,

ch'io perdei la speranza de l'altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne 'l tempo che perder lo face,

che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi 'ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove 'l sol tace.

Mentre ch'i' rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,

«Miserere di me», gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d'Anchise che venne di Troia,

poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch'è principio e cagion di tutta gioia?».

«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos' io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume,

vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore

che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,

tu se' solo colui da cu' io tolsi

lo bello stilo che m'ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu' io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».

«A te convien tenere altro vïaggio»,

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

«se vuo' campar d'esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s'ammoglia,

e più saranno ancora, infin che 'l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,

là onde 'nvidia prima dipartilla.

Ond' io per lo tuo me' penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

ch'a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti

nel foco, perché speran di venire

quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,

perch' i' fu' ribellante a la sua legge,

non vuol che 'n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l'alto seggio:

oh felice colui cu' ivi elegge!».

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

a ciò ch'io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov' or dicesti,

sì ch'io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 

CANTO II

[Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cioè a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l'auttore come trovò Virgilio, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.]

 

 

Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m'apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,

guarda la mia virtù s'ell' è possente,

prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvïo il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l'avversario d'ogne male

cortese i fu, pensando l'alto effetto

ch'uscir dovea di lui, e 'l chi e 'l quale

non pare indegno ad omo d'intelletto;

ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero

ne l'empireo ciel per padre eletto:

la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

u' siede il successor del maggior Piero.

Per quest' andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d'elezïone,

per recarne conforto a quella fede

ch'è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi 'l concede?

Io non Enëa, io non Paulo sono;

me degno a ciò né io né altri 'l crede.

Per che, se del venire io m'abbandono,

temo che la venuta non sia folle.

Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono».

E qual è quei che disvuol ciò che volle

e per novi pensier cangia proposta,

sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec' ïo 'n quella oscura costa,

perché, pensando, consumai la 'mpresa

che fu nel cominciar cotanto tosta.

«S'i' ho ben la parola tua intesa»,

rispuose del magnanimo quell' ombra,

«l'anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fïate l'omo ingombra

sì che d'onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia quand' ombra.

Da questa tema acciò che tu ti solve,

dirotti perch' io venni e quel ch'io 'ntesi

nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;

e cominciommi a dir soave e piana,

con angelica voce, in sua favella:

"O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto 'l mondo lontana,

l'amico mio, e non de la ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che vòlt' è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,

ch'io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò c'ha mestieri al suo campare,

l'aiuta sì ch'i' ne sia consolata.

I' son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,

di te mi loderò sovente a lui".

Tacette allora, e poi comincia' io:

"O donna di virtù sola per cui

l'umana spezie eccede ogne contento

di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,

tanto m'aggrada il tuo comandamento,

che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;

più non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi

de lo scender qua giuso in questo centro

de l'ampio loco ove tornar tu ardi".

"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,

dirotti brievemente", mi rispuose,

"perch' i' non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose

c'hanno potenza di fare altrui male;

de l'altre no, ché non son paurose.

I' son fatta da Dio, sua mercé, tale,

che la vostra miseria non mi tange,

né fiamma d'esto 'ncendio non m'assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange

di questo 'mpedimento ov' io ti mando,

sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando

e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele

di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,

si mosse, e venne al loco dov' i' era,

che mi sedea con l'antica Rachele.

Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,

ché non soccorri quei che t'amò tanto,

ch'uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,

non vedi tu la morte che 'l combatte

su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -.

Al mondo non fur mai persone ratte

a far lor pro o a fuggir lor danno,

com' io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,

fidandomi del tuo parlare onesto,

ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".

Poscia che m'ebbe ragionato questo,

li occhi lucenti lagrimando volse,

per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com' ella volse:

d'inanzi a quella fiera ti levai

che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è? perché, perché restai,

perché tanta viltà nel core allette,

perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette

curan di te ne la corte del cielo,

e 'l mio parlar tanto ben ti promette?».

Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca,

si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec' io di mia virtude stanca,

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch'i' cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!

e te cortese ch'ubidisti tosto

a le vere parole che ti porse!

Tu m'hai con disiderio il cor disposto

sì al venir con le parole tue,

ch'i' son tornato nel primo proposto.

Or va, ch'un sol volere è d'ambedue:

tu duca, tu segnore e tu maestro».

Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

 

CANTO III

[Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l'entrata de l'inferno e del fiume d'Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l'auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.]

 

 

'Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l'etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e 'l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'.

Queste parole di colore oscuro

vid' ïo scritte al sommo d'una porta;

per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:

«Qui si convien lasciare ogne sospetto;

ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov' i' t'ho detto

che tu vedrai le genti dolorose

c'hanno perduto il ben de l'intelletto».

E poi che la sua mano a la mia puose

con lieto volto, ond' io mi confortai,

mi mise dentro a le segrete cose.

Quivi sospiri, pianti e alti guai

risonavan per l'aere sanza stelle,

per ch'io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d'ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s'aggira

sempre in quell' aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.

E io ch'avea d'error la testa cinta,

dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?

e che gent' è che par nel duol sì vinta?».

Ed elli a me: «Questo misero modo

tegnon l'anime triste di coloro

che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro

de li angeli che non furon ribelli

né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,

né lo profondo inferno li riceve,

ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve

a lor che lamentar li fa sì forte?».

Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

E io, che riguardai, vidi una 'nsegna

che girando correva tanto ratta,

che d'ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta

di gente, ch'i' non averei creduto

che morte tanta n'avesse disfatta.

Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l'ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui

che questa era la setta d'i cattivi,

a Dio spiacenti e a' nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

erano ignudi e stimolati molto

da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,

che, mischiato di lagrime, a' lor piedi

da fastidiosi vermi era ricolto.

E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,

vidi genti a la riva d'un gran fiume;

per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi

ch'i' sappia quali sono, e qual costume

le fa di trapassar parer sì pronte,

com' i' discerno per lo fioco lume».

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte

quando noi fermerem li nostri passi

su la trista riviera d'Acheronte».

Allor con li occhi vergognosi e bassi,

temendo no 'l mio dir li fosse grave,

infino al fiume del parlar mi trassi.

Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: «Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:

i' vegno per menarvi a l'altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.

E tu che se' costì, anima viva,

pàrtiti da cotesti che son morti».

Ma poi che vide ch'io non mi partiva,

disse: «Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui, per passare:

più lieve legno convien che ti porti».

E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

Quinci fuor quete le lanose gote

al nocchier de la livida palude,

che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell' anime, ch'eran lasse e nude,

cangiar colore e dibattero i denti,

ratto che 'nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme

di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,

forte piangendo, a la riva malvagia

ch'attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia

loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s'adagia.

Come d'autunno si levan le foglie

l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo

vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d'Adamo

gittansi di quel lito ad una ad una,

per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l'onda bruna,

e avanti che sien di là discese,

anche di qua nuova schiera s'auna.

«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,

«quelli che muoion ne l'ira di Dio

tutti convegnon qui d'ogne paese;

e pronti sono a trapassar lo rio,

ché la divina giustizia li sprona,

sì che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;

e però, se Caron di te si lagna,

ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».

Finito questo, la buia campagna

tremò sì forte, che de lo spavento

la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,

che balenò una luce vermiglia

la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l'uom cui sonno piglia.

 

CANTO IV

[Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l'inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de' non battezzati e de' valenti uomini, li quali moriron innanzi l'avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.]

 

 

Ruppemi l'alto sonno ne la testa

un greve truono, sì ch'io mi riscossi

come persona ch'è per forza desta;

e l'occhio riposato intorno mossi,

dritto levato, e fiso riguardai

per conoscer lo loco dov' io fossi.

Vero è che 'n su la proda mi trovai

de la valle d'abisso dolorosa

che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.

Oscura e profonda era e nebulosa

tanto che, per ficcar lo viso a fondo,

io non vi discernea alcuna cosa.

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,

cominciò il poeta tutto smorto.

«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

E io, che del color mi fui accorto,

dissi: «Come verrò, se tu paventi

che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

Ed elli a me: «L'angoscia de le genti

che son qua giù, nel viso mi dipigne

quella pietà che tu per tema senti.

Andiam, ché la via lunga ne sospigne».

Così si mise e così mi fé intrare

nel primo cerchio che l'abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,

non avea pianto mai che di sospiri

che l'aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri,

ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,

d'infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi?

Or vo' che sappi, innanzi che più andi,

ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,

non basta, perché non ebber battesmo,

ch'è porta de la fede che tu credi;

e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,

non adorar debitamente a Dio:

e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,

semo perduti, e sol di tanto offesi

che sanza speme vivemo in disio».

Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,

però che gente di molto valore

conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,

comincia' io per volere esser certo

di quella fede che vince ogne errore:

«uscicci mai alcuno, o per suo merto

o per altrui, che poi fosse beato?».

E quei che 'ntese il mio parlar coverto,

rispuose: «Io era nuovo in questo stato,

quando ci vidi venire un possente,

con segno di vittoria coronato.

Trasseci l'ombra del primo parente,

d'Abèl suo figlio e quella di Noè,

di Moïsè legista e ubidente;

Abraàm patrïarca e Davìd re,

Israèl con lo padre e co' suoi nati

e con Rachele, per cui tanto fé,

e altri molti, e feceli beati.

E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,

spiriti umani non eran salvati».

Non lasciavam l'andar perch' ei dicessi,

ma passavam la selva tuttavia,

la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via

di qua dal sonno, quand' io vidi un foco

ch'emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n'eravamo ancora un poco,

ma non sì ch'io non discernessi in parte

ch'orrevol gente possedea quel loco.

«O tu ch'onori scïenzïa e arte,

questi chi son c'hanno cotanta onranza,

che dal modo de li altri li diparte?».

E quelli a me: «L'onrata nominanza

che di lor suona sù ne la tua vita,

grazïa acquista in ciel che sì li avanza».

Intanto voce fu per me udita:

«Onorate l'altissimo poeta;

l'ombra sua torna, ch'era dipartita».

Poi che la voce fu restata e queta,

vidi quattro grand' ombre a noi venire:

sembianz' avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:

«Mira colui con quella spada in mano,

che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;

l'altro è Orazio satiro che vene;

Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene

nel nome che sonò la voce sola,

fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid' i' adunar la bella scola

di quel segnor de l'altissimo canto

che sovra li altri com' aquila vola.

Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,

volsersi a me con salutevol cenno,

e 'l mio maestro sorrise di tanto;

e più d'onore ancora assai mi fenno,

ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,

sì ch'io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,

parlando cose che 'l tacere è bello,

sì com' era 'l parlar colà dov' era.

Venimmo al piè d'un nobile castello,

sette volte cerchiato d'alte mura,

difeso intorno d'un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;

per sette porte intrai con questi savi:

giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v'eran con occhi tardi e gravi,

di grande autorità ne' lor sembianti:

parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l'un de' canti,

in loco aperto, luminoso e alto,

sì che veder si potien tutti quanti.

Colà diritto, sovra 'l verde smalto,

mi fuor mostrati li spiriti magni,

che del vedere in me stesso m'essalto.

I' vidi Eletra con molti compagni,

tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,

Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;

da l'altra parte vidi 'l re Latino

che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,

Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;

e solo, in parte, vidi 'l Saladino.

Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,

vidi 'l maestro di color che sanno

seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

quivi vid' ïo Socrate e Platone,

che 'nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che 'l mondo a caso pone,

Dïogenès, Anassagora e Tale,

Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,

Dïascoride dico; e vidi Orfeo,

Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,

Ipocràte, Avicenna e Galïeno,

Averoìs, che 'l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,

però che sì mi caccia il lungo tema,

che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:

per altra via mi mena il savio duca,

fuor de la queta, ne l'aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca.

 

CANTO V

[Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.]

 

 

Così discesi del cerchio primaio

giù nel secondo, che men loco cinghia

e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l'intrata;

giudica e manda secondo ch'avvinghia.

Dico che quando l'anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa;

e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d'inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:

vanno a vicenda ciascuna al giudizio,

dicono e odono e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,

disse Minòs a me quando mi vide,

lasciando l'atto di cotanto offizio,

«guarda com' entri e di cui tu ti fide;

non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».

E 'l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d'ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch'a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l'ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di sé lunga riga,

così vid' io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;

per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle

genti che l'aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle

tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,

«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fé licito in sua legge,

per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell' è Semiramìs, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

tenne la terra che 'l Soldan corregge.

L'altra è colei che s'ancise amorosa,

e ruppe fede al cener di Sicheo;

poi è Cleopatràs lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,

che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch'amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch'io ebbi 'l mio dottore udito

nomar le donne antiche e ' cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I' cominciai: «Poeta, volontieri

parlerei a quei due che 'nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggieri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: «O anime affannate,

venite a noi parlar, s'altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate

con l'ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l'aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov' è Dido,

a noi venendo per l'aere maligno,

sì forte fu l'affettüoso grido.

«O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l'aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l'universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove 'l Po discende

per aver pace co' seguaci sui.

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand' io intesi quell' anime offense,

china' il viso, e tanto il tenni basso,

fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla' io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

Ma s'a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l'uno spirto questo disse,

l'altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com' io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

 

CANTO VI

[Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l'inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d'un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt'i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.]

 

 

Al tornar de la mente, che si chiuse

dinanzi a la pietà d'i due cognati,

che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati

mi veggio intorno, come ch'io mi mova

e ch'io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova

etterna, maladetta, fredda e greve;

regola e qualità mai non l'è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve

per l'aere tenebroso si riversa;

pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e 'l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani;

de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;

volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

non avea membro che tenesse fermo.

E 'l duca mio distese le sue spanne,

prese la terra, e con piene le pugna

la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,

e si racqueta poi che 'l pasto morde,

ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde

de lo demonio Cerbero, che 'ntrona

l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l'ombre che adona

la greve pioggia, e ponavam le piante

sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,

fuor d'una ch'a seder si levò, ratto

ch'ella ci vide passarsi davante.

«O tu che se' per questo 'nferno tratto»,

mi disse, «riconoscimi, se sai:

tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto».

E io a lui: «L'angoscia che tu hai

forse ti tira fuor de la mia mente,

sì che non par ch'i' ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolente

loco se' messo, e hai sì fatta pena,

che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena

d'invidia sì che già trabocca il sacco,

seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:

per la dannosa colpa de la gola,

come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,

ché tutte queste a simil pena stanno

per simil colpa». E più non fé parola.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno

mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;

ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;

s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione

per che l'ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione

verranno al sangue, e la parte selvaggia

caccerà l'altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli, e che l'altra sormonti

con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,

tenendo l'altra sotto gravi pesi,

come che di ciò pianga o che n'aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;

superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c'hanno i cuori accesi».

Qui puose fine al lagrimabil suono.

E io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni

e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,

Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca

e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,

dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;

ché gran disio mi stringe di savere

se 'l ciel li addolcia o lo 'nferno li attosca».

E quelli: «Ei son tra l'anime più nere;

diverse colpe giù li grava al fondo:

se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,

priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:

più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;

guardommi un poco e poi chinò la testa:

cadde con essa a par de li altri ciechi.

E 'l duca disse a me: «Più non si desta

di qua dal suon de l'angelica tromba,

quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,

ripiglierà sua carne e sua figura,

udirà quel ch'in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura

de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,

toccando un poco la vita futura;

per ch'io dissi: «Maestro, esti tormenti

crescerann' ei dopo la gran sentenza,

o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,

che vuol, quanto la cosa è più perfetta,

più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta

in vera perfezion già mai non vada,

di là più che di qua essere aspetta».

Noi aggirammo a tondo quella strada,

parlando più assai ch'i' non ridico;

venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

 

CANTO VII

[Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l'inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l'avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.]

 

 

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,

cominciò Pluto con la voce chioccia;

e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia

la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,

non ci torrà lo scender questa roccia».

Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,

e disse: «Taci, maladetto lupo!

consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l'andare al cupo:

vuolsi ne l'alto, là dove Michele

fé la vendetta del superbo strupo».

Quali dal vento le gonfiate vele

caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,

tal cadde a terra la fiera crudele.

Così scendemmo ne la quarta lacca,

pigliando più de la dolente ripa

che 'l mal de l'universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

nove travaglie e pene quant' io viddi?

e perché nostra colpa sì ne scipa?

Come fa l'onda là sovra Cariddi,

che si frange con quella in cui s'intoppa,

così convien che qui la gente riddi.

Qui vid' i' gente più ch'altrove troppa,

e d'una parte e d'altra, con grand' urli,

voltando pesi per forza di poppa.

Percotëansi 'ncontro; e poscia pur lì

si rivolgea ciascun, voltando a retro,

gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

Così tornavan per lo cerchio tetro

da ogne mano a l'opposito punto,

gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand' era giunto,

per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.

E io, ch'avea lo cor quasi compunto,

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra

che gente è questa, e se tutti fuor cherci

questi chercuti a la sinistra nostra».

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci

sì de la mente in la vita primaia,

che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l'abbaia,

quando vegnono a' due punti del cerchio

dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio

piloso al capo, e papi e cardinali,

in cui usa avarizia il suo soperchio».

E io: «Maestro, tra questi cotali

dovre' io ben riconoscere alcuni

che furo immondi di cotesti mali».

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:

la sconoscente vita che i fé sozzi,

ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:

questi resurgeranno del sepulcro

col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

ha tolto loro, e posti a questa zuffa:

qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

d'i ben che son commessi a la fortuna,

per che l'umana gente si rabuffa;

ché tutto l'oro ch'è sotto la luna

e che già fu, di quest' anime stanche

non poterebbe farne posare una».

«Maestro mio», diss' io, «or mi dì anche:

questa fortuna di che tu mi tocche,

che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

E quelli a me: «Oh creature sciocche,

quanta ignoranza è quella che v'offende!

Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,

fece li cieli e diè lor chi conduce

sì, ch'ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.

Similemente a li splendor mondani

ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani

di gente in gente e d'uno in altro sangue,

oltre la difension d'i senni umani;

per ch'una gente impera e l'altra langue,

seguendo lo giudicio di costei,

che è occulto come in erba l'angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:

questa provede, giudica, e persegue

suo regno come il loro li altri dèi.

Le sue permutazion non hanno triegue:

necessità la fa esser veloce;

sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest' è colei ch'è tanto posta in croce

pur da color che le dovrien dar lode,

dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s'è beata e ciò non ode:

con l'altre prime creature lieta

volve sua spera e beata si gode.

Or discendiamo omai a maggior pieta;

già ogne stella cade che saliva

quand' io mi mossi, e 'l troppo star si vieta».

Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva

sovr' una fonte che bolle e riversa

per un fossato che da lei deriva.

L'acqua era buia assai più che persa;

e noi, in compagnia de l'onde bige,

intrammo giù per una via diversa.

In la palude va c'ha nome Stige

questo tristo ruscel, quand' è disceso

al piè de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,

vidi genti fangose in quel pantano,

ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,

ma con la testa e col petto e coi piedi,

troncandosi co' denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi

l'anime di color cui vinse l'ira;

e anche vo' che tu per certo credi

che sotto l'acqua è gente che sospira,

e fanno pullular quest' acqua al summo,

come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.

Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo

ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,

portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra".

Quest' inno si gorgoglian ne la strozza,

ché dir nol posson con parola integra».

Così girammo de la lorda pozza

grand' arco, tra la ripa secca e 'l mézzo,

con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.

 

CANTO VIII

[Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l'inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l'ira, massimamente in persona d'uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d'inferno detta Dite.]

 

 

Io dico, seguitando, ch'assai prima

che noi fossimo al piè de l'alta torre,

li occhi nostri n'andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,

e un'altra da lungi render cenno,

tanto ch'a pena il potea l'occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;

dissi: «Questo che dice? e che risponde

quell' altro foco? e chi son quei che 'l fenno?».

Ed elli a me: «Su per le sucide onde

già scorgere puoi quello che s'aspetta,

se 'l fummo del pantan nol ti nasconde».

Corda non pinse mai da sé saetta

che sì corresse via per l'aere snella,

com' io vidi una nave piccioletta

venir per l'acqua verso noi in quella,

sotto 'l governo d'un sol galeoto,

che gridava: «Or se' giunta, anima fella!».

«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,

disse lo mio segnore, «a questa volta:

più non ci avrai che sol passando il loto».

Qual è colui che grande inganno ascolta

che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

fecesi Flegïàs ne l'ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,

e poi mi fece intrare appresso lui;

e sol quand' io fui dentro parve carca.

Tosto che 'l duca e io nel legno fui,

segando se ne va l'antica prora

de l'acqua più che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,

dinanzi mi si fece un pien di fango,

e disse: «Chi se' tu che vieni anzi ora?».

E io a lui: «S'i' vegno, non rimango;

ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?».

Rispuose: «Vedi che son un che piango».

E io a lui: «Con piangere e con lutto,

spirito maladetto, ti rimani;

ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto».

Allor distese al legno ambo le mani;

per che 'l maestro accorto lo sospinse,

dicendo: «Via costà con li altri cani!».

Lo collo poi con le braccia mi cinse;

basciommi 'l volto e disse: «Alma sdegnosa,

benedetta colei che 'n te s'incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bontà non è che sua memoria fregi:

così s'è l'ombra sua qui furïosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi

che qui staranno come porci in brago,

di sé lasciando orribili dispregi!».

E io: «Maestro, molto sarei vago

di vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo del lago».

Ed elli a me: «Avante che la proda

ti si lasci veder, tu sarai sazio:

di tal disïo convien che tu goda».

Dopo ciò poco vid' io quello strazio

far di costui a le fangose genti,

che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;

e 'l fiorentino spirito bizzarro

in sé medesmo si volvea co' denti.

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;

ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,

per ch'io avante l'occhio intento sbarro.

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,

s'appressa la città c'ha nome Dite,

coi gravi cittadin, col grande stuolo».

E io: «Maestro, già le sue meschite

là entro certe ne la valle cerno,

vermiglie come se di foco uscite

fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno

ch'entro l'affoca le dimostra rosse,

come tu vedi in questo basso inferno».

Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse

che vallan quella terra sconsolata:

le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,

venimmo in parte dove il nocchier forte

«Usciteci», gridò: «qui è l'intrata».

Io vidi più di mille in su le porte

da ciel piovuti, che stizzosamente

dicean: «Chi è costui che sanza morte

va per lo regno de la morta gente?».

E 'l savio mio maestro fece segno

di voler lor parlar segretamente.

Allor chiusero un poco il gran disdegno

e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada

che sì ardito intrò per questo regno.

Sol si ritorni per la folle strada:

pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,

che li ha' iscorta sì buia contrada».

Pensa, lettor, se io mi sconfortai

nel suon de le parole maladette,

ché non credetti ritornarci mai.

«O caro duca mio, che più di sette

volte m'hai sicurtà renduta e tratto

d'alto periglio che 'ncontra mi stette,

non mi lasciar», diss' io, «così disfatto;

e se 'l passar più oltre ci è negato,

ritroviam l'orme nostre insieme ratto».

E quel segnor che lì m'avea menato,

mi disse: «Non temer; ché 'l nostro passo

non ci può tòrre alcun: da tal n'è dato.

Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso

conforta e ciba di speranza buona,

ch'i' non ti lascerò nel mondo basso».

Così sen va, e quivi m'abbandona

lo dolce padre, e io rimagno in forse,

che sì e no nel capo mi tenciona.

Udir non potti quello ch'a lor porse;

ma ei non stette là con essi guari,

che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Chiuser le porte que' nostri avversari

nel petto al mio segnor, che fuor rimase

e rivolsesi a me con passi rari.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase

d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:

«Chi m'ha negate le dolenti case!».

E a me disse: «Tu, perch' io m'adiri,

non sbigottir, ch'io vincerò la prova,

qual ch'a la difension dentro s'aggiri.

Questa lor tracotanza non è nova;

ché già l'usaro a men segreta porta,

la qual sanza serrame ancor si trova.

Sovr' essa vedestù la scritta morta:

e già di qua da lei discende l'erta,

passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta».

 

CANTO IX

[Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c'ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l'inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.]

 

 

Quel color che viltà di fuor mi pinse

veggendo il duca mio tornare in volta,

più tosto dentro il suo novo ristrinse.

Attento si fermò com' uom ch'ascolta;

ché l'occhio nol potea menare a lunga

per l'aere nero e per la nebbia folta.

«Pur a noi converrà vincer la punga»,

cominciò el, «se non... Tal ne s'offerse.

Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!».

I' vidi ben sì com' ei ricoperse

lo cominciar con l'altro che poi venne,

che fur parole a le prime diverse;

ma nondimen paura il suo dir dienne,

perch' io traeva la parola tronca

forse a peggior sentenzia che non tenne.

«In questo fondo de la trista conca

discende mai alcun del primo grado,

che sol per pena ha la speranza cionca?».

Questa question fec' io; e quei «Di rado

incontra», mi rispuose, «che di noi

faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver è ch'altra fïata qua giù fui,

congiurato da quella Eritón cruda

che richiamava l'ombre a' corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,

ch'ella mi fece intrar dentr' a quel muro,

per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Quell' è 'l più basso loco e 'l più oscuro,

e 'l più lontan dal ciel che tutto gira:

ben so 'l cammin; però ti fa sicuro.

Questa palude che 'l gran puzzo spira

cigne dintorno la città dolente,

u' non potemo intrare omai sanz' ira».

E altro disse, ma non l'ho a mente;

però che l'occhio m'avea tutto tratto

ver' l'alta torre a la cima rovente,

dove in un punto furon dritte ratto

tre furïe infernal di sangue tinte,

che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;

serpentelli e ceraste avien per crine,

onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine

de la regina de l'etterno pianto,

«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.

Quest' è Megera dal sinistro canto;

quella che piange dal destro è Aletto;

Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.

Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;

battiensi a palme e gridavan sì alto,

ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.

«Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto»,

dicevan tutte riguardando in giuso;

«mal non vengiammo in Tesëo l'assalto».

«Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;

ché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi,

nulla sarebbe di tornar mai suso».

Così disse 'l maestro; ed elli stessi

mi volse, e non si tenne a le mie mani,

che con le sue ancor non mi chiudessi.

O voi ch'avete li 'ntelletti sani,

mirate la dottrina che s'asconde

sotto 'l velame de li versi strani.

E già venìa su per le torbide onde

un fracasso d'un suon, pien di spavento,

per cui tremavano amendue le sponde,

non altrimenti fatto che d'un vento

impetüoso per li avversi ardori,

che fier la selva e sanz' alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;

dinanzi polveroso va superbo,

e fa fuggir le fiere e li pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo

del viso su per quella schiuma antica

per indi ove quel fummo è più acerbo».

Come le rane innanzi a la nimica

biscia per l'acqua si dileguan tutte,

fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,

vid' io più di mille anime distrutte

fuggir così dinanzi ad un ch'al passo

passava Stige con le piante asciutte.

Dal volto rimovea quell' aere grasso,

menando la sinistra innanzi spesso;

e sol di quell' angoscia parea lasso.

Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,

e volsimi al maestro; e quei fé segno

ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

Venne a la porta e con una verghetta

l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.

«O cacciati del ciel, gente dispetta»,

cominciò elli in su l'orribil soglia,

«ond' esta oltracotanza in voi s'alletta?

Perché recalcitrate a quella voglia

a cui non puote il fin mai esser mozzo,

e che più volte v'ha cresciuta doglia?

Che giova ne le fata dar di cozzo?

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo».

Poi si rivolse per la strada lorda,

e non fé motto a noi, ma fé sembiante

d'omo cui altra cura stringa e morda

che quella di colui che li è davante;

e noi movemmo i piedi inver' la terra,

sicuri appresso le parole sante.

Dentro li 'ntrammo sanz' alcuna guerra;

e io, ch'avea di riguardar disio

la condizion che tal fortezza serra,

com' io fui dentro, l'occhio intorno invio:

e veggio ad ogne man grande campagna,

piena di duolo e di tormento rio.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,

sì com' a Pola, presso del Carnaro

ch'Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt' il loco varo,

così facevan quivi d'ogne parte,

salvo che 'l modo v'era più amaro;

ché tra li avelli fiamme erano sparte,

per le quali eran sì del tutto accesi,

che ferro più non chiede verun' arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,

e fuor n'uscivan sì duri lamenti,

che ben parean di miseri e d'offesi.

E io: «Maestro, quai son quelle genti

che, seppellite dentro da quell' arche,

si fan sentir coi sospiri dolenti?».

E quelli a me: «Qui son li eresïarche

con lor seguaci, d'ogne setta, e molto

più che non credi son le tombe carche.

Simile qui con simile è sepolto,

e i monimenti son più e men caldi».

E poi ch'a la man destra si fu vòlto,

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

 

CANTO X

[Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l'inferno e de la pena de li eretici, e in forma d'indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.]

 

 

Ora sen va per un secreto calle,

tra 'l muro de la terra e li martìri,

lo mio maestro, e io dopo le spalle.

«O virtù somma, che per li empi giri

mi volvi», cominciai, «com' a te piace,

parlami, e sodisfammi a' miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace

potrebbesi veder? già son levati

tutt' i coperchi, e nessun guardia face».

E quelli a me: «Tutti saran serrati

quando di Iosafàt qui torneranno

coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno

con Epicuro tutti suoi seguaci,

che l'anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci

quinc' entro satisfatto sarà tosto,

e al disio ancor che tu mi taci».

E io: «Buon duca, non tegno riposto

a te mio cuor se non per dicer poco,

e tu m'hai non pur mo a ciò disposto».

«O Tosco che per la città del foco

vivo ten vai così parlando onesto,

piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patrïa natio,

a la qual forse fui troppo molesto».

Subitamente questo suono uscìo

d'una de l'arche; però m'accostai,

temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s'è dritto:

da la cintola in sù tutto 'l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s'ergea col petto e con la fronte

com' avesse l'inferno a gran dispitto.

E l'animose man del duca e pronte

mi pinser tra le sepulture a lui,

dicendo: «Le parole tue sien conte».

Com' io al piè de la sua tomba fui,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch'era d'ubidir disideroso,

non gliel celai, ma tutto gliel' apersi;

ond' ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fïate li dispersi».

«S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte»,

rispuos' io lui, «l'una e l'altra fïata;

ma i vostri non appreser ben quell' arte».

Allor surse a la vista scoperchiata

un'ombra, lungo questa, infino al mento:

credo che s'era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento

avesse di veder s'altri era meco;

e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: «Se per questo cieco

carcere vai per altezza d'ingegno,

mio figlio ov' è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:

colui ch'attende là, per qui mi mena

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

Le sue parole e 'l modo de la pena

m'avean di costui già letto il nome;

però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: «Come?

dicesti "elli ebbe"? non viv' elli ancora?

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

Quando s'accorse d'alcuna dimora

ch'io facëa dinanzi a la risposta,

supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell' altro magnanimo, a cui posta

restato m'era, non mutò aspetto,

né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,

«S'elli han quell' arte», disse, «male appresa,

ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa

la faccia de la donna che qui regge,

che tu saprai quanto quell' arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,

dimmi: perché quel popolo è sì empio

incontr' a' miei in ciascuna sua legge?».

Ond' io a lui: «Lo strazio e 'l grande scempio

che fece l'Arbia colorata in rosso,

tal orazion fa far nel nostro tempio».

Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,

«A ciò non fu' io sol», disse, «né certo

sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu' io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».

«Deh, se riposi mai vostra semenza»,

prega' io lui, «solvetemi quel nodo

che qui ha 'nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,

dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,

e nel presente tenete altro modo».

«Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,

le cose», disse, «che ne son lontano;

cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s'appressano o son, tutto è vano

nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,

nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta

fia nostra conoscenza da quel punto

che del futuro fia chiusa la porta».

Allor, come di mia colpa compunto,

dissi: «Or direte dunque a quel caduto

che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto;

e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,

fate i saper che 'l fei perché pensava

già ne l'error che m'avete soluto».

E già 'l maestro mio mi richiamava;

per ch'i' pregai lo spirto più avaccio

che mi dicesse chi con lu' istava.

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:

qua dentro è 'l secondo Federico

e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio».

Indi s'ascose; e io inver' l'antico

poeta volsi i passi, ripensando

a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,

mi disse: «Perché se' tu sì smarrito?».

E io li sodisfeci al suo dimando.

«La mente tua conservi quel ch'udito

hai contra te», mi comandò quel saggio;

«e ora attendi qui», e drizzò 'l dito:

«quando sarai dinanzi al dolce raggio

di quella il cui bell' occhio tutto vede,

da lei saprai di tua vita il vïaggio».

Appresso mosse a man sinistra il piede:

lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo

per un sentier ch'a una valle fiede,

che 'nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

 

CANTO XI

[Canto undecimo, nel quale tratta de' tre cerchi disotto d'inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.]

 

 

In su l'estremità d'un'alta ripa

che facevan gran pietre rotte in cerchio,

venimmo sopra più crudele stipa;

e quivi, per l'orribile soperchio

del puzzo che 'l profondo abisso gitta,

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d'un grand' avello, ov' io vidi una scritta

che dicea: 'Anastasio papa guardo,

lo qual trasse Fotin de la via dritta'.

«Lo nostro scender conviene esser tardo,

sì che s'ausi un poco in prima il senso

al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».

Così 'l maestro; e io «Alcun compenso»,

dissi lui, «trova che 'l tempo non passi

perduto». Ed elli: «Vedi ch'a ciò penso».

«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,

cominciò poi a dir, «son tre cerchietti

di grado in grado, come que' che lassi.

Tutti son pien di spirti maladetti;

ma perché poi ti basti pur la vista,

intendi come e perché son costretti.

D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,

ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista.

Ma perché frode è de l'uom proprio male,

più spiace a Dio; e però stan di sotto

li frodolenti, e più dolor li assale.

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;

ma perché si fa forza a tre persone,

in tre gironi è distinto e costrutto.

A Dio, a sé, al prossimo si pòne

far forza, dico in loro e in lor cose,

come udirai con aperta ragione.

Morte per forza e ferute dogliose

nel prossimo si danno, e nel suo avere

ruine, incendi e tollette dannose;

onde omicide e ciascun che mal fiere,

guastatori e predon, tutti tormenta

lo giron primo per diverse schiere.

Puote omo avere in sé man vïolenta

e ne' suoi beni; e però nel secondo

giron convien che sanza pro si penta

qualunque priva sé del vostro mondo,

biscazza e fonde la sua facultade,

e piange là dov' esser de' giocondo.

Puossi far forza ne la deïtade,

col cor negando e bestemmiando quella,

e spregiando natura e sua bontade;

e però lo minor giron suggella

del segno suo e Soddoma e Caorsa

e chi, spregiando Dio col cor, favella.

La frode, ond' ogne coscïenza è morsa,

può l'omo usare in colui che 'n lui fida

e in quel che fidanza non imborsa.

Questo modo di retro par ch'incida

pur lo vinco d'amor che fa natura;

onde nel cerchio secondo s'annida

ipocresia, lusinghe e chi affattura,

falsità, ladroneccio e simonia,

ruffian, baratti e simile lordura.

Per l'altro modo quell' amor s'oblia

che fa natura, e quel ch'è poi aggiunto,

di che la fede spezïal si cria;

onde nel cerchio minore, ov' è 'l punto

de l'universo in su che Dite siede,

qualunque trade in etterno è consunto».

E io: «Maestro, assai chiara procede

la tua ragione, e assai ben distingue

questo baràtro e 'l popol ch'e' possiede.

Ma dimmi: quei de la palude pingue,

che mena il vento, e che batte la pioggia,

e che s'incontran con sì aspre lingue,

perché non dentro da la città roggia

sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

Ed elli a me «Perché tanto delira»,

disse, «lo 'ngegno tuo da quel che sòle?

o ver la mente dove altrove mira?

Non ti rimembra di quelle parole

con le quai la tua Etica pertratta

le tre disposizion che 'l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta

bestialitade? e come incontenenza

men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,

e rechiti a la mente chi son quelli

che sù di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perché da questi felli

sien dipartiti, e perché men crucciata

la divina vendetta li martelli».

«O sol che sani ogne vista turbata,

tu mi contenti sì quando tu solvi,

che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.

Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,

diss' io, «là dove di' ch'usura offende

la divina bontade, e 'l groppo solvi».

«Filosofia», mi disse, «a chi la 'ntende,

nota, non pure in una sola parte,

come natura lo suo corso prende

dal divino 'ntelletto e da sua arte;

e se tu ben la tua Fisica note,

tu troverai, non dopo molte carte,

che l'arte vostra quella, quanto pote,

segue, come 'l maestro fa 'l discente;

sì che vostr' arte a Dio quasi è nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente

lo Genesì dal principio, convene

prender sua vita e avanzar la gente;

e perché l'usuriere altra via tene,

per sé natura e per la sua seguace

dispregia, poi ch'in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai che 'l gir mi piace;

ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta,

e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,

e 'l balzo via là oltra si dismonta».

 

CANTO XII

[Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d'inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de' tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.]

 

 

Era lo loco ov' a scender la riva

venimmo, alpestro e, per quel che v'er' anco,

tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco

di qua da Trento l'Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,

al piano è sì la roccia discoscesa,

ch'alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;

e 'n su la punta de la rotta lacca

l'infamïa di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;

e quando vide noi, sé stesso morse,

sì come quei cui l'ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver' lui gridò: «Forse

tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,

che sù nel mondo la morte ti porse?

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene

ammaestrato da la tua sorella,

ma vassi per veder le vostre pene».

Qual è quel toro che si slaccia in quella

c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,

che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid' io lo Minotauro far cotale;

e quello accorto gridò: «Corri al varco;

mentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale».

Così prendemmo via giù per lo scarco

di quelle pietre, che spesso moviensi

sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi

forse a questa ruina, ch'è guardata

da quell' ira bestial ch'i' ora spensi.

Or vo' che sappi che l'altra fïata

ch'i' discesi qua giù nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,

che venisse colui che la gran preda

levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l'alta valle feda

tremò sì, ch'i' pensai che l'universo

sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;

e in quel punto questa vecchia roccia,

qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, ché s'approccia

la riviera del sangue in la qual bolle

qual che per vïolenza in altrui noccia».

Oh cieca cupidigia e ira folle,

che sì ci sproni ne la vita corta,

e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!

Io vidi un'ampia fossa in arco torta,

come quella che tutto 'l piano abbraccia,

secondo ch'avea detto la mia scorta;

e tra 'l piè de la ripa ed essa, in traccia

corrien centauri, armati di saette,

come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,

e de la schiera tre si dipartiro

con archi e asticciuole prima elette;

e l'un gridò da lungi: «A qual martiro

venite voi che scendete la costa?

Ditel costinci; se non, l'arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta

farem noi a Chirón costà di presso:

mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,

che morì per la bella Deianira,

e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch'al petto si mira,

è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;

quell' altro è Folo, che fu sì pien d'ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,

saettando qual anima si svelle

del sangue più che sua colpa sortille».

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:

Chirón prese uno strale, e con la cocca

fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,

disse a' compagni: «Siete voi accorti

che quel di retro move ciò ch'el tocca?

Così non soglion far li piè d'i morti».

E 'l mio buon duca, che già li er' al petto,

dove le due nature son consorti,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto

mostrar li mi convien la valle buia;

necessità 'l ci 'nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia

che mi commise quest' officio novo:

non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu' io movo

li passi miei per sì selvaggia strada,

danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,

e che porti costui in su la groppa,

ché non è spirto che per l'aere vada».

Chirón si volse in su la destra poppa,

e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,

e fa cansar s'altra schiera v'intoppa».

Or ci movemmo con la scorta fida

lungo la proda del bollor vermiglio,

dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;

e 'l gran centauro disse: «E' son tiranni

che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;

quivi è Alessandro, e Dïonisio fero

che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c'ha 'l pel così nero,

è Azzolino; e quell' altro ch'è biondo,

è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo».

Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

«Questi ti sia or primo, e io secondo».

Poco più oltre il centauro s'affisse

sovr' una gente che 'nfino a la gola

parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,

dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio

lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola».

Poi vidi gente che di fuor del rio

tenean la testa e ancor tutto 'l casso;

e di costoro assai riconobb' io.

Così a più a più si facea basso

quel sangue, sì che cocea pur li piedi;

e quindi fu del fosso il nostro passo.

«Sì come tu da questa parte vedi

lo bulicame che sempre si scema»,

disse 'l centauro, «voglio che tu credi

che da quest' altra a più a più giù prema

lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge

ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge

quell' Attila che fu flagello in terra,

e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,

a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,

che fecero a le strade tanta guerra».

Poi si rivolse e ripassossi 'l guazzo.

 

CANTO XIII

[Canto XIII, ove tratta de l'esenzia del secondo girone ch'è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch'ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.]

 

 

Non era ancor di là Nesso arrivato,

quando noi ci mettemmo per un bosco

che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;

non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti

quelle fiere selvagge che 'n odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;

fanno lamenti in su li alberi strani.

E 'l buon maestro «Prima che più entre,

sappi che se' nel secondo girone»,

mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l'orribil sabbione.

Però riguarda ben; sì vederai

cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d'ogne parte trarre guai

e non vedea persona che 'l facesse;

per ch'io tutto smarrito m'arrestai.

Cred' ïo ch'ei credette ch'io credesse

che tante voci uscisser, tra quei bronchi,

da gente che per noi si nascondesse.

Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi

qualche fraschetta d'una d'este piante,

li pensier c'hai si faran tutti monchi».

Allor porsi la mano un poco avante

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb' esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi».

Come d'un stizzo verde ch'arso sia

da l'un de' capi, che da l'altro geme

e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme

parole e sangue; ond' io lasciai la cima

cadere, e stetti come l'uom che teme.

«S'elli avesse potuto creder prima»,

rispuose 'l savio mio, «anima lesa,

ciò c'ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;

ma la cosa incredibile mi fece

indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece

d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi

nel mondo sù, dove tornar li lece».

E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,

ch'i' non posso tacere; e voi non gravi

perch' ïo un poco a ragionar m'inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn' uom tolsi;

fede portai al glorïoso offizio,

tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.

La meretrice che mai da l'ospizio

di Cesare non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;

e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,

che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.

L'animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d'esto legno

vi giuro che già mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d'onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,

conforti la memoria mia, che giace

ancor del colpo che 'nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,

disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;

ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond' ïo a lui: «Domandal tu ancora

di quel che credi ch'a me satisfaccia;

ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».

Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia

liberamente ciò che 'l tuo dir priega,

spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l'anima si lega

in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s'alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi

si convertì quel vento in cotal voce:

«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l'anima feroce

dal corpo ond' ella stessa s'è disvelta,

Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l'è parte scelta;

ma là dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:

l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l'altre verrem per nostre spoglie,

ma non però ch'alcuna sen rivesta,

ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta

selva saranno i nostri corpi appesi,

ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,

credendo ch'altro ne volesse dire,

quando noi fummo d'un romor sorpresi,

similemente a colui che venire

sente 'l porco e la caccia a la sua posta,

ch'ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,

nudi e graffiati, fuggendo sì forte,

che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».

E l'altro, cui pareva tardar troppo,

gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».

E poi che forse li fallia la lena,

di sé e d'un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena

di nere cagne, bramose e correnti

come veltri ch'uscisser di catena.

In quel che s'appiattò miser li denti,

e quel dilaceraro a brano a brano;

poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,

e menommi al cespuglio che piangea

per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,

che t'è giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando 'l maestro fu sovr' esso fermo,

disse: «Chi fosti, che per tante punte

soffi con sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.

I' fui de la città che nel Batista

mutò 'l primo padrone; ond' ei per questo

sempre con l'arte sua la farà trista;

e se non fosse che 'n sul passo d'Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,

que' cittadin che poi la rifondarno

sovra 'l cener che d'Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».

 

CANTO XIV

[Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.]

 

Poi che la carità del natio loco

mi strinse, raunai le fronde sparte

e rende'le a colui, ch'era già fioco.

Indi venimmo al fine ove si parte

lo secondo giron dal terzo, e dove

si vede di giustizia orribil arte.

A ben manifestar le cose nove,

dico che arrivammo ad una landa

che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l'è ghirlanda

intorno, come 'l fosso tristo ad essa;

quivi fermammo i passi a randa a randa.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,

non d'altra foggia fatta che colei

che fu da' piè di Caton già soppressa.

O vendetta di Dio, quanto tu dei

esser temuta da ciascun che legge

ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D'anime nude vidi molte gregge

che piangean tutte assai miseramente,

e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra alcuna gente,

alcuna si sedea tutta raccolta,

e altra andava continüamente.

Quella che giva 'ntorno era più molta,

e quella men che giacëa al tormento,

ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,

piovean di foco dilatate falde,

come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde

d'Indïa vide sopra 'l süo stuolo

fiamme cadere infino a terra salde,

per ch'ei provide a scalpitar lo suolo

con le sue schiere, acciò che lo vapore

mei si stingueva mentre ch'era solo:

tale scendeva l'etternale ardore;

onde la rena s'accendea, com' esca

sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca

de le misere mani, or quindi or quinci

escotendo da sé l'arsura fresca.

I' cominciai: «Maestro, tu che vinci

tutte le cose, fuor che ' demon duri

ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,

chi è quel grande che non par che curi

lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,

sì che la pioggia non par che 'l marturi?».

E quel medesmo, che si fu accorto

ch'io domandava il mio duca di lui,

gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui

crucciato prese la folgore aguta

onde l'ultimo dì percosso fui;

o s'elli stanchi li altri a muta a muta

in Mongibello a la focina negra,

chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",

sì com' el fece a la pugna di Flegra,

e me saetti con tutta sua forza:

non ne potrebbe aver vendetta allegra».

Allora il duca mio parlò di forza

tanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:

«O Capaneo, in ciò che non s'ammorza

la tua superbia, se' tu più punito;

nullo martiro, fuor che la tua rabbia,

sarebbe al tuo furor dolor compito».

Poi si rivolse a me con miglior labbia,

dicendo: «Quei fu l'un d'i sette regi

ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;

ma, com' io dissi lui, li suoi dispetti

sono al suo petto assai debiti fregi.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,

ancor, li piedi ne la rena arsiccia;

ma sempre al bosco tien li piedi stretti».

Tacendo divenimmo là 've spiccia

fuor de la selva un picciol fiumicello,

lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Quale del Bulicame esce ruscello

che parton poi tra lor le peccatrici,

tal per la rena giù sen giva quello.

Lo fondo suo e ambo le pendici

fatt' era 'n pietra, e ' margini da lato;

per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.

«Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,

poscia che noi intrammo per la porta

lo cui sogliare a nessuno è negato,

cosa non fu da li tuoi occhi scorta

notabile com' è 'l presente rio,

che sovra sé tutte fiammelle ammorta».

Queste parole fuor del duca mio;

per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto

di cui largito m'avëa il disio.

«In mezzo mar siede un paese guasto»,

diss' elli allora, «che s'appella Creta,

sotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.

Una montagna v'è che già fu lieta

d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida;

or è diserta come cosa vieta.

Rëa la scelse già per cuna fida

del suo figliuolo, e per celarlo meglio,

quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,

che tien volte le spalle inver' Dammiata

e Roma guarda come süo speglio.

La sua testa è di fin oro formata,

e puro argento son le braccia e 'l petto,

poi è di rame infino a la forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,

salvo che 'l destro piede è terra cotta;

e sta 'n su quel, più che 'n su l'altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta

d'una fessura che lagrime goccia,

le quali, accolte, fóran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia;

fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

poi sen van giù per questa stretta doccia,

infin, là dove più non si dismonta,

fanno Cocito; e qual sia quello stagno

tu lo vedrai, però qui non si conta».

E io a lui: «Se 'l presente rigagno

si diriva così dal nostro mondo,

perché ci appar pur a questo vivagno?».

Ed elli a me: «Tu sai che 'l loco è tondo;

e tutto che tu sie venuto molto,

pur a sinistra, giù calando al fondo,

non se' ancor per tutto 'l cerchio vòlto;

per che, se cosa n'apparisce nova,

non de' addur maraviglia al tuo volto».

E io ancor: «Maestro, ove si trova

Flegetonta e Letè? ché de l'un taci,

e l'altro di' che si fa d'esta piova».

«In tutte tue question certo mi piaci»,

rispuose, «ma 'l bollor de l'acqua rossa

dovea ben solver l'una che tu faci.

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,

là dove vanno l'anime a lavarsi

quando la colpa pentuta è rimossa».

Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi

dal bosco; fa che di retro a me vegne:

li margini fan via, che non son arsi,

e sopra loro ogne vapor si spegne».

 

CANTO XV

[Canto XV, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio; e qui sono puniti coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, sì come sono li soddomiti.]

 

 

Ora cen porta l'un de' duri margini;

e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,

sì che dal foco salva l'acqua e li argini.

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,

temendo 'l fiotto che 'nver' lor s'avventa,

fanno lo schermo perché 'l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,

per difender lor ville e lor castelli,

anzi che Carentana il caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,

tutto che né sì alti né sì grossi,

qual che si fosse, lo maestro félli.

Già eravam da la selva rimossi

tanto, ch'i' non avrei visto dov' era,

perch' io in dietro rivolto mi fossi,

quando incontrammo d'anime una schiera

che venian lungo l'argine, e ciascuna

ci riguardava come suol da sera

guardare uno altro sotto nuova luna;

e sì ver' noi aguzzavan le ciglia

come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.

Così adocchiato da cotal famiglia,

fui conosciuto da un, che mi prese

per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».

E io, quando 'l suo braccio a me distese,

ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,

sì che 'l viso abbrusciato non difese

la conoscenza süa al mio 'ntelletto;

e chinando la mano a la sua faccia,

rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia

se Brunetto Latino un poco teco

ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia».

I' dissi lui: «Quanto posso, ven preco;

e se volete che con voi m'asseggia,

faròl, se piace a costui che vo seco».

«O figliuol», disse, «qual di questa greggia

s'arresta punto, giace poi cent' anni

sanz' arrostarsi quando 'l foco il feggia.

Però va oltre: i' ti verrò a' panni;

e poi rigiugnerò la mia masnada,

che va piangendo i suoi etterni danni».

Io non osava scender de la strada

per andar par di lui; ma 'l capo chino

tenea com' uom che reverente vada.

El cominciò: «Qual fortuna o destino

anzi l'ultimo dì qua giù ti mena?

e chi è questi che mostra 'l cammino?».

«Là sù di sopra, in la vita serena»,

rispuos' io lui, «mi smarri' in una valle,

avanti che l'età mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle:

questi m'apparve, tornand' ïo in quella,

e reducemi a ca per questo calle».

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,

non puoi fallire a glorïoso porto,

se ben m'accorsi ne la vita bella;

e s'io non fossi sì per tempo morto,

veggendo il cielo a te così benigno,

dato t'avrei a l'opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole ab antico,

e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si farà, per tuo ben far, nimico;

ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi

si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

gent' è avara, invidiosa e superba:

dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,

che l'una parte e l'altra avranno fame

di te; ma lungi fia dal becco l'erba.

Faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesme, e non tocchin la pianta,

s'alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa

di que' Roman che vi rimaser quando

fu fatto il nido di malizia tanta».

«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,

rispuos' io lui, «voi non sareste ancora

de l'umana natura posto in bando;

ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m'insegnavate come l'uom s'etterna:

e quant' io l'abbia in grado, mentr' io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna.

Ciò che narrate di mio corso scrivo,

e serbolo a chiosar con altro testo

a donna che saprà, s'a lei arrivo.

Tanto vogl' io che vi sia manifesto,

pur che mia coscïenza non mi garra,

ch'a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:

però giri Fortuna la sua rota

come le piace, e 'l villan la sua marra».

Lo mio maestro allora in su la gota

destra si volse in dietro e riguardommi;

poi disse: «Bene ascolta chi la nota».

Né per tanto di men parlando vommi

con ser Brunetto, e dimando chi sono

li suoi compagni più noti e più sommi.

Ed elli a me: «Saper d'alcuno è buono;

de li altri fia laudabile tacerci,

ché 'l tempo saria corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci

e litterati grandi e di gran fama,

d'un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,

e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,

s'avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de' servi

fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,

dove lasciò li mal protesi nervi.

Di più direi; ma 'l venire e 'l sermone

più lungo esser non può, però ch'i' veggio

là surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.

Sieti raccomandato il mio Tesoro,

nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».

Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

 

CANTO XVI

[Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.]

 

 

Già era in loco onde s'udia 'l rimbombo

de l'acqua che cadea ne l'altro giro,

simile a quel che l'arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,

correndo, d'una torma che passava

sotto la pioggia de l'aspro martiro.

Venian ver' noi, e ciascuna gridava:

«Sòstati tu ch'a l'abito ne sembri

essere alcun di nostra terra prava».

Ahimè, che piaghe vidi ne' lor membri,

ricenti e vecchie, da le fiamme incese!

Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s'attese;

volse 'l viso ver' me, e «Or aspetta»,

disse, «a costor si vuole esser cortese.

E se non fosse il foco che saetta

la natura del loco, i' dicerei

che meglio stesse a te che a lor la fretta».

Ricominciar, come noi restammo, ei

l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,

fenno una rota di sé tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti,

avvisando lor presa e lor vantaggio,

prima che sien tra lor battuti e punti,

così rotando, ciascuno il visaggio

drizzava a me, sì che 'n contraro il collo

faceva ai piè continüo vïaggio.

E «Se miseria d'esto loco sollo

rende in dispetto noi e nostri prieghi»,

cominciò l'uno, «e 'l tinto aspetto e brollo,

la fama nostra il tuo animo pieghi

a dirne chi tu se', che i vivi piedi

così sicuro per lo 'nferno freghi.

Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,

tutto che nudo e dipelato vada,

fu di grado maggior che tu non credi:

nepote fu de la buona Gualdrada;

Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita

fece col senno assai e con la spada.

L'altro, ch'appresso me la rena trita,

è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce

nel mondo sù dovria esser gradita.

E io, che posto son con loro in croce,

Iacopo Rusticucci fui, e certo

la fiera moglie più ch'altro mi nuoce».

S'i' fossi stato dal foco coperto,

gittato mi sarei tra lor di sotto,

e credo che 'l dottor l'avria sofferto;

ma perch' io mi sarei brusciato e cotto,

vinse paura la mia buona voglia

che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia

la vostra condizion dentro mi fisse,

tanta che tardi tutta si dispoglia,

tosto che questo mio segnor mi disse

parole per le quali i' mi pensai

che qual voi siete, tal gente venisse.

Di vostra terra sono, e sempre mai

l'ovra di voi e li onorati nomi

con affezion ritrassi e ascoltai.

Lascio lo fele e vo per dolci pomi

promessi a me per lo verace duca;

ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi».

«Se lungamente l'anima conduca

le membra tue», rispuose quelli ancora,

«e se la fama tua dopo te luca,

cortesia e valor dì se dimora

ne la nostra città sì come suole,

o se del tutto se n'è gita fora;

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole

con noi per poco e va là coi compagni,

assai ne cruccia con le sue parole».

«La gente nuova e i sùbiti guadagni

orgoglio e dismisura han generata,

Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».

Così gridai con la faccia levata;

e i tre, che ciò inteser per risposta,

guardar l'un l'altro com' al ver si guata.

«Se l'altre volte sì poco ti costa»,

rispuoser tutti, «il satisfare altrui,

felice te se sì parli a tua posta!

Però, se campi d'esti luoghi bui

e torni a riveder le belle stelle,

quando ti gioverà dicere "I' fui",

fa che di noi a la gente favelle».

Indi rupper la rota, e a fuggirsi

ali sembiar le gambe loro isnelle.

Un amen non saria possuto dirsi

tosto così com' e' fuoro spariti;

per ch'al maestro parve di partirsi.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,

che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,

che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c'ha proprio cammino

prima dal Monte Viso 'nver' levante,

da la sinistra costa d'Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante

che si divalli giù nel basso letto,

e a Forlì di quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto

de l'Alpe per cadere ad una scesa

ove dovea per mille esser recetto;

così, giù d'una ripa discoscesa,

trovammo risonar quell' acqua tinta,

sì che 'n poc' ora avria l'orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta,

e con essa pensai alcuna volta

prender la lonza a la pelle dipinta.

Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,

sì come 'l duca m'avea comandato,

porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond' ei si volse inver' lo destro lato,

e alquanto di lunge da la sponda

la gittò giuso in quell' alto burrato.

«E' pur convien che novità risponda»,

dicea fra me medesmo, «al novo cenno

che 'l maestro con l'occhio sì seconda».

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

presso a color che non veggion pur l'ovra,

ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: «Tosto verrà di sovra

ciò ch'io attendo e che il tuo pensier sogna;

tosto convien ch'al tuo viso si scovra».

Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna

de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,

però che sanza colpa fa vergogna;

ma qui tacer nol posso; e per le note

di questa comedìa, lettor, ti giuro,

s'elle non sien di lunga grazia vòte,

ch'i' vidi per quell' aere grosso e scuro

venir notando una figura in suso,

maravigliosa ad ogne cor sicuro,

sì come torna colui che va giuso

talora a solver l'àncora ch'aggrappa

o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

che 'n sù si stende e da piè si rattrappa.

 

CANTO XVII

[Canto XVII, nel quale si tratta del discendimento nel luogo detto Malebolge, che è l'ottavo cerchio de l'inferno; ancora fa proemio alquanto di quelli che sono nel settimo circulo; e quivi si truova il demonio Gerione sopra '1 quale passaro il fiume; e quivi parlò Dante ad alcuni prestatori e usurai del settimo cerchio.]

 

 

«Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti e rompe i muri e l'armi!

Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!».

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;

e accennolle che venisse a proda,

vicino al fin d'i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda

sen venne, e arrivò la testa e 'l busto,

ma 'n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d'uom giusto,

tanto benigna avea di fuor la pelle,

e d'un serpente tutto l'altro fusto;

due branche avea pilose insin l'ascelle;

lo dosso e 'l petto e ambedue le coste

dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con più color, sommesse e sovraposte

non fer mai drappi Tartari né Turchi,

né fuor tai tele per Aragne imposte.

Come talvolta stanno a riva i burchi,

che parte sono in acqua e parte in terra,

e come là tra li Tedeschi lurchi

lo bivero s'assetta a far sua guerra,

così la fiera pessima si stava

su l'orlo ch'è di pietra e 'l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,

torcendo in sù la venenosa forca

ch'a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: «Or convien che si torca

la nostra via un poco insino a quella

bestia malvagia che colà si corca».

Però scendemmo a la destra mammella,

e diece passi femmo in su lo stremo,

per ben cessar la rena e la fiammella.

E quando noi a lei venuti semo,

poco più oltre veggio in su la rena

gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi 'l maestro «Acciò che tutta piena

esperïenza d'esto giron porti»,

mi disse, «va, e vedi la lor mena.

Li tuoi ragionamenti sian là corti;

mentre che torni, parlerò con questa,

che ne conceda i suoi omeri forti».

Così ancor su per la strema testa

di quel settimo cerchio tutto solo

andai, dove sedea la gente mesta.

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;

di qua, di là soccorrien con le mani

quando a' vapori, e quando al caldo suolo:

non altrimenti fan di state i cani

or col ceffo or col piè, quando son morsi

o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,

ne' quali 'l doloroso foco casca,

non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi

che dal collo a ciascun pendea una tasca

ch'avea certo colore e certo segno,

e quindi par che 'l loro occhio si pasca.

E com' io riguardando tra lor vegno,

in una borsa gialla vidi azzurro

che d'un leone avea faccia e contegno.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,

vidine un'altra come sangue rossa,

mostrando un'oca bianca più che burro.

E un che d'una scrofa azzurra e grossa

segnato avea lo suo sacchetto bianco,

mi disse: «Che fai tu in questa fossa?

Or te ne va; e perché se' vivo anco,

sappi che 'l mio vicin Vitalïano

sederà qui dal mio sinistro fianco.

Con questi Fiorentin son padoano:

spesse fïate mi 'ntronan li orecchi

gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,

che recherà la tasca con tre becchi!"».

Qui distorse la bocca e di fuor trasse

la lingua, come bue che 'l naso lecchi.

E io, temendo no 'l più star crucciasse

lui che di poco star m'avea 'mmonito,

torna'mi in dietro da l'anime lasse.

Trova' il duca mio ch'era salito

già su la groppa del fiero animale,

e disse a me: «Or sie forte e ardito.

Omai si scende per sì fatte scale;

monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,

sì che la coda non possa far male».

Qual è colui che sì presso ha 'l riprezzo

de la quartana, c'ha già l'unghie smorte,

e triema tutto pur guardando 'l rezzo,

tal divenn' io a le parole porte;

ma vergogna mi fé le sue minacce,

che innanzi a buon segnor fa servo forte.

I' m'assettai in su quelle spallacce;

sì volli dir, ma la voce non venne

com' io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.

Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne

ad altro forse, tosto ch'i' montai

con le braccia m'avvinse e mi sostenne;

e disse: «Gerïon, moviti omai:

le rote larghe, e lo scender sia poco;

pensa la nova soma che tu hai».

Come la navicella esce di loco

in dietro in dietro, sì quindi si tolse;

e poi ch'al tutto si sentì a gioco,

là 'v' era 'l petto, la coda rivolse,

e quella tesa, come anguilla, mosse,

e con le branche l'aere a sé raccolse.

Maggior paura non credo che fosse

quando Fetonte abbandonò li freni,

per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;

né quando Icaro misero le reni

sentì spennar per la scaldata cera,

gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,

che fu la mia, quando vidi ch'i' era

ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta

ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta;

rota e discende, ma non me n'accorgo

se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia già da la man destra il gorgo

far sotto noi un orribile scroscio,

per che con li occhi 'n giù la testa sporgo.

Allor fu' io più timido a lo stoscio,

però ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;

ond' io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, ché nol vedea davanti,

lo scendere e 'l girar per li gran mali

che s'appressavan da diversi canti.

Come 'l falcon ch'è stato assai su l'ali,

che sanza veder logoro o uccello

fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,

discende lasso onde si move isnello,

per cento rote, e da lunge si pone

dal suo maestro, disdegnoso e fello;

così ne puose al fondo Gerïone

al piè al piè de la stagliata rocca,

e, discarcate le nostre persone,

si dileguò come da corda cocca.

 

CANTO XVIII

[Canto XVIII, ove si descrive come è fatto il luogo di Malebolge e tratta de' ruffiani e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco e Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.]

 

 

Luogo è in inferno detto Malebolge,

tutto di pietra di color ferrigno,

come la cerchia che dintorno il volge.

Nel dritto mezzo del campo maligno

vaneggia un pozzo assai largo e profondo,

di cui suo loco dicerò l'ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque è tondo

tra 'l pozzo e 'l piè de l'alta ripa dura,

e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura

più e più fossi cingon li castelli,

la parte dove son rende figura,

tale imagine quivi facean quelli;

e come a tai fortezze da' lor sogli

a la ripa di fuor son ponticelli,

così da imo de la roccia scogli

movien che ricidien li argini e ' fossi

infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi

di Gerïon, trovammoci; e 'l poeta

tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.

A la man destra vidi nova pieta,

novo tormento e novi frustatori,

di che la prima bolgia era repleta.

Nel fondo erano ignudi i peccatori;

dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,

di là con noi, ma con passi maggiori,

come i Roman per l'essercito molto,

l'anno del giubileo, su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto,

che da l'un lato tutti hanno la fronte

verso 'l castello e vanno a Santo Pietro,

da l'altra sponda vanno verso 'l monte.

Di qua, di là, su per lo sasso tetro

vidi demon cornuti con gran ferze,

che li battien crudelmente di retro.

Ahi come facean lor levar le berze

a le prime percosse! già nessuno

le seconde aspettava né le terze.

Mentr' io andava, li occhi miei in uno

furo scontrati; e io sì tosto dissi:

«Già di veder costui non son digiuno».

Per ch'ïo a figurarlo i piedi affissi;

e 'l dolce duca meco si ristette,

e assentio ch'alquanto in dietro gissi.

E quel frustato celar si credette

bassando 'l viso; ma poco li valse,

ch'io dissi: «O tu che l'occhio a terra gette,

se le fazion che porti non son false,

Venedico se' tu Caccianemico.

Ma che ti mena a sì pungenti salse?».

Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;

ma sforzami la tua chiara favella,

che mi fa sovvenir del mondo antico.

I' fui colui che la Ghisolabella

condussi a far la voglia del marchese,

come che suoni la sconcia novella.

E non pur io qui piango bolognese;

anzi n'è questo loco tanto pieno,

che tante lingue non son ora apprese

a dicer 'sipa' tra Sàvena e Reno;

e se di ciò vuoi fede o testimonio,

rècati a mente il nostro avaro seno».

Così parlando il percosse un demonio

de la sua scurïada, e disse: «Via,

ruffian! qui non son femmine da conio».

I' mi raggiunsi con la scorta mia;

poscia con pochi passi divenimmo

là 'v' uno scoglio de la ripa uscia.

Assai leggeramente quel salimmo;

e vòlti a destra su per la sua scheggia,

da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo là dov' el vaneggia

di sotto per dar passo a li sferzati,

lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia

lo viso in te di quest' altri mal nati,

ai quali ancor non vedesti la faccia

però che son con noi insieme andati».

Del vecchio ponte guardavam la traccia

che venìa verso noi da l'altra banda,

e che la ferza similmente scaccia.

E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,

mi disse: «Guarda quel grande che vene,

e per dolor non par lagrime spanda:

quanto aspetto reale ancor ritene!

Quelli è Iasón, che per cuore e per senno

li Colchi del monton privati féne.

Ello passò per l'isola di Lenno

poi che l'ardite femmine spietate

tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate

Isifile ingannò, la giovinetta

che prima avea tutte l'altre ingannate.

Lasciolla quivi, gravida, soletta;

tal colpa a tal martiro lui condanna;

e anche di Medea si fa vendetta.

Con lui sen va chi da tal parte inganna;

e questo basti de la prima valle

sapere e di color che 'n sé assanna».

Già eravam là 've lo stretto calle

con l'argine secondo s'incrocicchia,

e fa di quello ad un altr' arco spalle.

Quindi sentimmo gente che si nicchia

ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,

e sé medesma con le palme picchia.

Le ripe eran grommate d'una muffa,

per l'alito di giù che vi s'appasta,

che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta

loco a veder sanza montare al dosso

de l'arco, ove lo scoglio più sovrasta.

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso

vidi gente attuffata in uno sterco

che da li uman privadi parea mosso.

E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco,

vidi un col capo sì di merda lordo,

che non parëa s'era laico o cherco.

Quei mi sgridò: «Perché se' tu sì gordo

di riguardar più me che li altri brutti?».

E io a lui: «Perché, se ben ricordo,

già t'ho veduto coi capelli asciutti,

e se' Alessio Interminei da Lucca:

però t'adocchio più che li altri tutti».

Ed elli allor, battendosi la zucca:

«Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe

ond' io non ebbi mai la lingua stucca».

Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,

mi disse, «il viso un poco più avante,

sì che la faccia ben con l'occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante

che là si graffia con l'unghie merdose,

e or s'accoscia e ora è in piedi stante.

Taïde è, la puttana che rispuose

al drudo suo quando disse "Ho io grazie

grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".

E quinci sian le nostre viste sazie».

 

CANTO XIX

[Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Niccola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de l'inferno.]

 

 

O Simon mago, o miseri seguaci

che le cose di Dio, che di bontate

deon essere spose, e voi rapaci

per oro e per argento avolterate,

or convien che per voi suoni la tromba,

però che ne la terza bolgia state.

Già eravamo, a la seguente tomba,

montati de lo scoglio in quella parte

ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.

O somma sapïenza, quanta è l'arte

che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,

e quanto giusto tua virtù comparte!

Io vidi per le coste e per lo fondo

piena la pietra livida di fóri,

d'un largo tutti e ciascun era tondo.

Non mi parean men ampi né maggiori

che que' che son nel mio bel San Giovanni,

fatti per loco d'i battezzatori;

l'un de li quali, ancor non è molt' anni,

rupp' io per un che dentro v'annegava:

e questo sia suggel ch'ogn' omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava

d'un peccator li piedi e de le gambe

infino al grosso, e l'altro dentro stava.

Le piante erano a tutti accese intrambe;

per che sì forte guizzavan le giunte,

che spezzate averien ritorte e strambe.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte

muoversi pur su per la strema buccia,

tal era lì dai calcagni a le punte.

«Chi è colui, maestro, che si cruccia

guizzando più che li altri suoi consorti»,

diss' io, «e cui più roggia fiamma succia?».

Ed elli a me: «Se tu vuo' ch'i' ti porti

là giù per quella ripa che più giace,

da lui saprai di sé e de' suoi torti».

E io: «Tanto m'è bel, quanto a te piace:

tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto

dal tuo volere, e sai quel che si tace».

Allor venimmo in su l'argine quarto;

volgemmo e discendemmo a mano stanca

là giù nel fondo foracchiato e arto.

Lo buon maestro ancor de la sua anca

non mi dipuose, sì mi giunse al rotto

di quel che si piangeva con la zanca.

«O qual che se' che 'l di sù tien di sotto,

anima trista come pal commessa»,

comincia' io a dir, «se puoi, fa motto».

Io stava come 'l frate che confessa

lo perfido assessin, che, poi ch'è fitto,

richiama lui per che la morte cessa.

Ed el gridò: «Se' tu già costì ritto,

se' tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se' tu sì tosto di quell' aver sazio

per lo qual non temesti tòrre a 'nganno

la bella donna, e poi di farne strazio?».

Tal mi fec' io, quai son color che stanno,

per non intender ciò ch'è lor risposto,

quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:

"Non son colui, non son colui che credi"»;

e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi;

poi, sospirando e con voce di pianto,

mi disse: «Dunque che a me richiedi?

Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,

che tu abbi però la ripa corsa,

sappi ch'i' fui vestito del gran manto;

e veramente fui figliuol de l'orsa,

cupido sì per avanzar li orsatti,

che sù l'avere e qui me misi in borsa.

Di sotto al capo mio son li altri tratti

che precedetter me simoneggiando,

per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando

verrà colui ch'i' credea che tu fossi,

allor ch'i' feci 'l sùbito dimando.

Ma più è 'l tempo già che i piè mi cossi

e ch'i' son stato così sottosopra,

ch'el non starà piantato coi piè rossi:

ché dopo lui verrà di più laida opra,

di ver' ponente, un pastor sanza legge,

tal che convien che lui e me ricuopra.

Nuovo Iasón sarà, di cui si legge

ne' Maccabei; e come a quel fu molle

suo re, così fia lui chi Francia regge».

Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,

ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:

«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle

Nostro Segnore in prima da san Pietro

ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?

Certo non chiese se non "Viemmi retro".

Né Pier né li altri tolsero a Matia

oro od argento, quando fu sortito

al loco che perdé l'anima ria.

Però ti sta, ché tu se' ben punito;

e guarda ben la mal tolta moneta

ch'esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch'ancor lo mi vieta

la reverenza de le somme chiavi

che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor più gravi;

ché la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s'accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l'acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,

e da le diece corna ebbe argomento,

fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v'avete dio d'oro e d'argento;

e che altro è da voi a l'idolatre,

se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!».

E mentr' io li cantava cotai note,

o ira o coscïenza che 'l mordesse,

forte spingava con ambo le piote.

I' credo ben ch'al mio duca piacesse,

con sì contenta labbia sempre attese

lo suon de le parole vere espresse.

Però con ambo le braccia mi prese;

e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,

rimontò per la via onde discese.

Né si stancò d'avermi a sé distretto,

sì men portò sovra 'l colmo de l'arco

che dal quarto al quinto argine è tragetto.

Quivi soavemente spuose il carco,

soave per lo scoglio sconcio ed erto

che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

 

CANTO XX

[Canto XX, dove si tratta de l'indovini e sortilegi e de l'incantatori, e de l'origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.]

 

 

Di nova pena mi conven far versi

e dar matera al ventesimo canto

de la prima canzon, ch'è d'i sommersi.

Io era già disposto tutto quanto

a riguardar ne lo scoperto fondo,

che si bagnava d'angoscioso pianto;

e vidi gente per lo vallon tondo

venir, tacendo e lagrimando, al passo

che fanno le letane in questo mondo.

Come 'l viso mi scese in lor più basso,

mirabilmente apparve esser travolto

ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso,

ché da le reni era tornato 'l volto,

e in dietro venir li convenia,

perché 'l veder dinanzi era lor tolto.

Forse per forza già di parlasia

si travolse così alcun del tutto;

ma io nol vidi, né credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto

di tua lezione, or pensa per te stesso

com' io potea tener lo viso asciutto,

quando la nostra imagine di presso

vidi sì torta, che 'l pianto de li occhi

le natiche bagnava per lo fesso.

Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi

del duro scoglio, sì che la mia scorta

mi disse: «Ancor se' tu de li altri sciocchi?

Qui vive la pietà quand' è ben morta;

chi è più scellerato che colui

che al giudicio divin passion comporta?

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;

per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,

Anfïarao? perché lasci la guerra?".

E non restò di ruinare a valle

fino a Minòs che ciascheduno afferra.

Mira c'ha fatto petto de le spalle;

perché volse veder troppo davante,

di retro guarda e fa retroso calle.

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

quando di maschio femmina divenne,

cangiandosi le membra tutte quante;

e prima, poi, ribatter li convenne

li duo serpenti avvolti, con la verga,

che rïavesse le maschili penne.

Aronta è quel ch'al ventre li s'atterga,

che ne' monti di Luni, dove ronca

lo Carrarese che di sotto alberga,

ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca

per sua dimora; onde a guardar le stelle

e 'l mar non li era la veduta tronca.

E quella che ricuopre le mammelle,

che tu non vedi, con le trecce sciolte,

e ha di là ogne pilosa pelle,

Manto fu, che cercò per terre molte;

poscia si puose là dove nacqu' io;

onde un poco mi piace che m'ascolte.

Poscia che 'l padre suo di vita uscìo

e venne serva la città di Baco,

questa gran tempo per lo mondo gio.

Suso in Italia bella giace un laco,

a piè de l'Alpe che serra Lamagna

sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.

Per mille fonti, credo, e più si bagna

tra Garda e Val Camonica e Pennino

de l'acqua che nel detto laco stagna.

Loco è nel mezzo là dove 'l trentino

pastore e quel di Brescia e 'l veronese

segnar poria, s'e' fesse quel cammino.

Siede Peschiera, bello e forte arnese

da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

ove la riva 'ntorno più discese.

Ivi convien che tutto quanto caschi

ciò che 'n grembo a Benaco star non può,

e fassi fiume giù per verdi paschi.

Tosto che l'acqua a correr mette co,

non più Benaco, ma Mencio si chiama

fino a Governol, dove cade in Po.

Non molto ha corso, ch'el trova una lama,

ne la qual si distende e la 'mpaluda;

e suol di state talor esser grama.

Quindi passando la vergine cruda

vide terra, nel mezzo del pantano,

sanza coltura e d'abitanti nuda.

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,

ristette con suoi servi a far sue arti,

e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

Li uomini poi che 'ntorno erano sparti

s'accolsero a quel loco, ch'era forte

per lo pantan ch'avea da tutte parti.

Fer la città sovra quell' ossa morte;

e per colei che 'l loco prima elesse,

Mantüa l'appellar sanz' altra sorte.

Già fuor le genti sue dentro più spesse,

prima che la mattia da Casalodi

da Pinamonte inganno ricevesse.

Però t'assenno che, se tu mai odi

originar la mia terra altrimenti,

la verità nulla menzogna frodi».

E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti

mi son sì certi e prendon sì mia fede,

che li altri mi sarien carboni spenti.

Ma dimmi, de la gente che procede,

se tu ne vedi alcun degno di nota;

ché solo a ciò la mia mente rifiede».

Allor mi disse: «Quel che da la gota

porge la barba in su le spalle brune,

fu - quando Grecia fu di maschi vòta,

sì ch'a pena rimaser per le cune -

augure, e diede 'l punto con Calcanta

in Aulide a tagliar la prima fune.

Euripilo ebbe nome, e così 'l canta

l'alta mia tragedìa in alcun loco:

ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

Quell' altro che ne' fianchi è così poco,

Michele Scotto fu, che veramente

de le magiche frode seppe 'l gioco.

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,

ch'avere inteso al cuoio e a lo spago

ora vorrebbe, ma tardi si pente.

Vedi le triste che lasciaron l'ago,

la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;

fecer malie con erbe e con imago.

Ma vienne omai, ché già tiene 'l confine

d'amendue li emisperi e tocca l'onda

sotto Sobilia Caino e le spine;

e già iernotte fu la luna tonda:

ben ten de' ricordar, ché non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda».

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

 

CANTO XXI

[Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l'offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.]

 

 

 

Così di ponte in ponte, altro parlando

che la mia comedìa cantar non cura,

venimmo; e tenavamo 'l colmo, quando

restammo per veder l'altra fessura

di Malebolge e li altri pianti vani;

e vidila mirabilmente oscura.

Quale ne l'arzanà de' Viniziani

bolle l'inverno la tenace pece

a rimpalmare i legni lor non sani,

ché navicar non ponno - in quella vece

chi fa suo legno novo e chi ristoppa

le coste a quel che più vïaggi fece;

chi ribatte da proda e chi da poppa;

altri fa remi e altri volge sarte;

chi terzeruolo e artimon rintoppa - :

tal, non per foco ma per divin' arte,

bollia là giuso una pegola spessa,

che 'nviscava la ripa d'ogne parte.

I' vedea lei, ma non vedëa in essa

mai che le bolle che 'l bollor levava,

e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr' io là giù fisamente mirava,

lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,

mi trasse a sé del loco dov' io stava.

Allor mi volsi come l'uom cui tarda

di veder quel che li convien fuggire

e cui paura sùbita sgagliarda,

che, per veder, non indugia 'l partire:

e vidi dietro a noi un diavol nero

correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant' elli era ne l'aspetto fero!

e quanto mi parea ne l'atto acerbo,

con l'ali aperte e sovra i piè leggero!

L'omero suo, ch'era aguto e superbo,

carcava un peccator con ambo l'anche,

e quei tenea de' piè ghermito 'l nerbo.

Del nostro ponte disse: «O Malebranche,

ecco un de li anzïan di Santa Zita!

Mettetel sotto, ch'i' torno per anche

a quella terra, che n'è ben fornita:

ogn' uom v'è barattier, fuor che Bonturo;

del no, per li denar, vi si fa ita».

Là giù 'l buttò, e per lo scoglio duro

si volse; e mai non fu mastino sciolto

con tanta fretta a seguitar lo furo.

Quel s'attuffò, e tornò sù convolto;

ma i demon che del ponte avean coperchio,

gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!

Però, se tu non vuo' di nostri graffi,

non far sopra la pegola soverchio».

Poi l'addentar con più di cento raffi,

disser: «Coverto convien che qui balli,

sì che, se puoi, nascosamente accaffi».

Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli

fanno attuffare in mezzo la caldaia

la carne con li uncin, perché non galli.

Lo buon maestro «Acciò che non si paia

che tu ci sia», mi disse, «giù t'acquatta

dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;

e per nulla offension che mi sia fatta,

non temer tu, ch'i' ho le cose conte,

perch' altra volta fui a tal baratta».

Poscia passò di là dal co del ponte;

e com' el giunse in su la ripa sesta,

mestier li fu d'aver sicura fronte.

Con quel furore e con quella tempesta

ch'escono i cani a dosso al poverello

che di sùbito chiede ove s'arresta,

usciron quei di sotto al ponticello,

e volser contra lui tutt' i runcigli;

ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!

Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,

traggasi avante l'un di voi che m'oda,

e poi d'arruncigliarmi si consigli».

Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;

per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -

e venne a lui dicendo: «Che li approda?».

«Credi tu, Malacoda, qui vedermi

esser venuto», disse 'l mio maestro,

«sicuro già da tutti vostri schermi,

sanza voler divino e fato destro?

Lascian' andar, ché nel cielo è voluto

ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro».

Allor li fu l'orgoglio sì caduto,

ch'e' si lasciò cascar l'uncino a' piedi,

e disse a li altri: «Omai non sia feruto».

E 'l duca mio a me: «O tu che siedi

tra li scheggion del ponte quatto quatto,

sicuramente omai a me ti riedi».

Per ch'io mi mossi e a lui venni ratto;

e i diavoli si fecer tutti avanti,

sì ch'io temetti ch'ei tenesser patto;

così vid' ïo già temer li fanti

ch'uscivan patteggiati di Caprona,

veggendo sé tra nemici cotanti.

I' m'accostai con tutta la persona

lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi

da la sembianza lor ch'era non buona.

Ei chinavan li raffi e «Vuo' che 'l tocchi»,

diceva l'un con l'altro, «in sul groppone?».

E rispondien: «Sì, fa che gliel' accocchi».

Ma quel demonio che tenea sermone

col duca mio, si volse tutto presto

e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo

iscoglio non si può, però che giace

tutto spezzato al fondo l'arco sesto.

E se l'andare avante pur vi piace,

andatevene su per questa grotta;

presso è un altro scoglio che via face.

Ier, più oltre cinqu' ore che quest' otta,

mille dugento con sessanta sei

anni compié che qui la via fu rotta.

Io mando verso là di questi miei

a riguardar s'alcun se ne sciorina;

gite con lor, che non saranno rei».

«Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina»,

cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;

e Barbariccia guidi la decina.

Libicocco vegn' oltre e Draghignazzo,

Cirïatto sannuto e Graffiacane

e Farfarello e Rubicante pazzo.

Cercate 'ntorno le boglienti pane;

costor sian salvi infino a l'altro scheggio

che tutto intero va sovra le tane».

«Omè, maestro, che è quel ch'i' veggio?»,

diss' io, «deh, sanza scorta andianci soli,

se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.

Se tu se' sì accorto come suoli,

non vedi tu ch'e' digrignan li denti

e con le ciglia ne minaccian duoli?».

Ed elli a me: «Non vo' che tu paventi;

lasciali digrignar pur a lor senno,

ch'e' fanno ciò per li lessi dolenti».

Per l'argine sinistro volta dienno;

ma prima avea ciascun la lingua stretta

coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.

 

CANTO XXII

[Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de' barattieri in persona d'uno navarrese, e de' barattieri medesimi questo canta.]

 

 

Io vidi già cavalier muover campo,

e cominciare stormo e far lor mostra,

e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane,

fedir torneamenti e correr giostra;

quando con trombe, e quando con campane,

con tamburi e con cenni di castella,

e con cose nostrali e con istrane;

né già con sì diversa cennamella

cavalier vidi muover né pedoni,

né nave a segno di terra o di stella.

Noi andavam con li diece demoni.

Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa

coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

Pur a la pegola era la mia 'ntesa,

per veder de la bolgia ogne contegno

e de la gente ch'entro v'era incesa.

Come i dalfini, quando fanno segno

a' marinar con l'arco de la schiena

che s'argomentin di campar lor legno,

talor così, ad alleggiar la pena,

mostrav' alcun de' peccatori 'l dosso

e nascondea in men che non balena.

E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso

stanno i ranocchi pur col muso fuori,

sì che celano i piedi e l'altro grosso,

sì stavan d'ogne parte i peccatori;

ma come s'appressava Barbariccia,

così si ritraén sotto i bollori.

I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,

uno aspettar così, com' elli 'ncontra

ch'una rana rimane e l'altra spiccia;

e Graffiacan, che li era più di contra,

li arruncigliò le 'mpegolate chiome

e trassel sù, che mi parve una lontra.

I' sapea già di tutti quanti 'l nome,

sì li notai quando fuorono eletti,

e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.

«O Rubicante, fa che tu li metti

li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,

gridavan tutti insieme i maladetti.

E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,

che tu sappi chi è lo sciagurato

venuto a man de li avversari suoi».

Lo duca mio li s'accostò allato;

domandollo ond' ei fosse, e quei rispuose:

«I' fui del regno di Navarra nato.

Mia madre a servo d'un segnor mi puose,

che m'avea generato d'un ribaldo,

distruggitor di sé e di sue cose.

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;

quivi mi misi a far baratteria,

di ch'io rendo ragione in questo caldo».

E Cirïatto, a cui di bocca uscia

d'ogne parte una sanna come a porco,

li fé sentir come l'una sdruscia.

Tra male gatte era venuto 'l sorco;

ma Barbariccia il chiuse con le braccia

e disse: «State in là, mentr' io lo 'nforco».

E al maestro mio volse la faccia;

«Domanda», disse, «ancor, se più disii

saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia».

Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii

conosci tu alcun che sia latino

sotto la pece?». E quelli: «I' mi partii,

poco è, da un che fu di là vicino.

Così foss' io ancor con lui coperto,

ch'i' non temerei unghia né uncino!».

E Libicocco «Troppo avem sofferto»,

disse; e preseli 'l braccio col runciglio,

sì che, stracciando, ne portò un lacerto.

Draghignazzo anco i volle dar di piglio

giuso a le gambe; onde 'l decurio loro

si volse intorno intorno con mal piglio.

Quand' elli un poco rappaciati fuoro,

a lui, ch'ancor mirava sua ferita,

domandò 'l duca mio sanza dimoro:

«Chi fu colui da cui mala partita

di' che facesti per venire a proda?».

Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,

quel di Gallura, vasel d'ogne froda,

ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,

e fé sì lor, che ciascun se ne loda.

Danar si tolse e lasciolli di piano,

sì com' e' dice; e ne li altri offici anche

barattier fu non picciol, ma sovrano.

Usa con esso donno Michel Zanche

di Logodoro; e a dir di Sardigna

le lingue lor non si sentono stanche.

Omè, vedete l'altro che digrigna;

i' direi anche, ma i' temo ch'ello

non s'apparecchi a grattarmi la tigna».

E 'l gran proposto, vòlto a Farfarello

che stralunava li occhi per fedire,

disse: «Fatti 'n costà, malvagio uccello!».

«Se voi volete vedere o udire»,

ricominciò lo spaürato appresso,

«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,

sì ch'ei non teman de le lor vendette;

e io, seggendo in questo loco stesso,

per un ch'io son, ne farò venir sette

quand' io suffolerò, com' è nostro uso

di fare allor che fori alcun si mette».

Cagnazzo a cotal motto levò 'l muso,

crollando 'l capo, e disse: «Odi malizia

ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!».

Ond' ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,

rispuose: «Malizioso son io troppo,

quand' io procuro a' mia maggior trestizia».

Alichin non si tenne e, di rintoppo

a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,

io non ti verrò dietro di gualoppo,

ma batterò sovra la pece l'ali.

Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,

a veder se tu sol più di noi vali».

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:

ciascun da l'altra costa li occhi volse,

quel prima, ch'a ciò fare era più crudo.

Lo Navarrese ben suo tempo colse;

fermò le piante a terra, e in un punto

saltò e dal proposto lor si sciolse.

Di che ciascun di colpa fu compunto,

ma quei più che cagion fu del difetto;

però si mosse e gridò: «Tu se' giunto!».

Ma poco i valse: ché l'ali al sospetto

non potero avanzar; quelli andò sotto,

e quei drizzò volando suso il petto:

non altrimenti l'anitra di botto,

quando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,

ed ei ritorna sù crucciato e rotto.

Irato Calcabrina de la buffa,

volando dietro li tenne, invaghito

che quei campasse per aver la zuffa;

e come 'l barattier fu disparito,

così volse li artigli al suo compagno,

e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.

Ma l'altro fu bene sparvier grifagno

ad artigliar ben lui, e amendue

cadder nel mezzo del bogliente stagno.

Lo caldo sghermitor sùbito fue;

ma però di levarsi era neente,

sì avieno inviscate l'ali sue.

Barbariccia, con li altri suoi dolente,

quattro ne fé volar da l'altra costa

con tutt' i raffi, e assai prestamente

di qua, di là discesero a la posta;

porser li uncini verso li 'mpaniati,

ch'eran già cotti dentro da la crosta.

E noi lasciammo lor così 'mpacciati.

 

CANTO XXIII

[Canto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l'ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l'auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d'Anna e di Caifas; e qui è la sesta bolgia.]

 

 

Taciti, soli, sanza compagnia

n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,

come frati minor vanno per via.

Vòlt' era in su la favola d'Isopo

lo mio pensier per la presente rissa,

dov' el parlò de la rana e del topo;

ché più non si pareggia 'mo' e 'issa'

che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia

principio e fine con la mente fissa.

E come l'un pensier de l'altro scoppia,

così nacque di quello un altro poi,

che la prima paura mi fé doppia.

Io pensava così: «Questi per noi

sono scherniti con danno e con beffa

sì fatta, ch'assai credo che lor nòi.

Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,

ei ne verranno dietro più crudeli

che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa».

Già mi sentia tutti arricciar li peli

de la paura e stava in dietro intento,

quand' io dissi: «Maestro, se non celi

te e me tostamente, i' ho pavento

d'i Malebranche. Noi li avem già dietro;

io li 'magino sì, che già li sento».

E quei: «S'i' fossi di piombato vetro,

l'imagine di fuor tua non trarrei

più tosto a me, che quella dentro 'mpetro.

Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,

con simile atto e con simile faccia,

sì che d'intrambi un sol consiglio fei.

S'elli è che sì la destra costa giaccia,

che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,

noi fuggirem l'imaginata caccia».

Già non compié di tal consiglio rendere,

ch'io li vidi venir con l'ali tese

non molto lungi, per volerne prendere.

Lo duca mio di sùbito mi prese,

come la madre ch'al romore è desta

e vede presso a sé le fiamme accese,

che prende il figlio e fugge e non s'arresta,

avendo più di lui che di sé cura,

tanto che solo una camiscia vesta;

e giù dal collo de la ripa dura

supin si diede a la pendente roccia,

che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.

Non corse mai sì tosto acqua per doccia

a volger ruota di molin terragno,

quand' ella più verso le pale approccia,

come 'l maestro mio per quel vivagno,

portandosene me sovra 'l suo petto,

come suo figlio, non come compagno.

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto

del fondo giù, ch'e' furon in sul colle

sovresso noi; ma non lì era sospetto:

ché l'alta provedenza che lor volle

porre ministri de la fossa quinta,

poder di partirs' indi a tutti tolle.

Là giù trovammo una gente dipinta

che giva intorno assai con lenti passi,

piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

Elli avean cappe con cappucci bassi

dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

che in Clugnì per li monaci fassi.

Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;

ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,

che Federigo le mettea di paglia.

Oh in etterno faticoso manto!

Noi ci volgemmo ancor pur a man manca

con loro insieme, intenti al tristo pianto;

ma per lo peso quella gente stanca

venìa sì pian, che noi eravam nuovi

di compagnia ad ogne mover d'anca.

Per ch'io al duca mio: «Fa che tu trovi

alcun ch'al fatto o al nome si conosca,

e li occhi, sì andando, intorno movi».

E un che 'ntese la parola tosca,

di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,

voi che correte sì per l'aura fosca!

Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi».

Onde 'l duca si volse e disse: «Aspetta,

e poi secondo il suo passo procedi».

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta

de l'animo, col viso, d'esser meco;

ma tardavali 'l carco e la via stretta.

Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco

mi rimiraron sanza far parola;

poi si volsero in sé, e dicean seco:

«Costui par vivo a l'atto de la gola;

e s'e' son morti, per qual privilegio

vanno scoperti de la grave stola?».

Poi disser me: «O Tosco, ch'al collegio

de l'ipocriti tristi se' venuto,

dir chi tu se' non avere in dispregio».

E io a loro: «I' fui nato e cresciuto

sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,

e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla

quant' i' veggio dolor giù per le guance?

e che pena è in voi che sì sfavilla?».

E l'un rispuose a me: «Le cappe rance

son di piombo sì grosse, che li pesi

fan così cigolar le lor bilance.

Frati godenti fummo, e bolognesi;

io Catalano e questi Loderingo

nomati, e da tua terra insieme presi

come suole esser tolto un uom solingo,

per conservar sua pace; e fummo tali,

ch'ancor si pare intorno dal Gardingo».

Io cominciai: «O frati, i vostri mali... »;

ma più non dissi, ch'a l'occhio mi corse

un, crucifisso in terra con tre pali.

Quando mi vide, tutto si distorse,

soffiando ne la barba con sospiri;

e 'l frate Catalan, ch'a ciò s'accorse,

mi disse: «Quel confitto che tu miri,

consigliò i Farisei che convenia

porre un uom per lo popolo a' martìri.

Attraversato è, nudo, ne la via,

come tu vedi, ed è mestier ch'el senta

qualunque passa, come pesa, pria.

E a tal modo il socero si stenta

in questa fossa, e li altri dal concilio

che fu per li Giudei mala sementa».

Allor vid' io maravigliar Virgilio

sovra colui ch'era disteso in croce

tanto vilmente ne l'etterno essilio.

Poscia drizzò al frate cotal voce:

«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci

s'a la man destra giace alcuna foce

onde noi amendue possiamo uscirci,

sanza costrigner de li angeli neri

che vegnan d'esto fondo a dipartirci».

Rispuose adunque: «Più che tu non speri

s'appressa un sasso che da la gran cerchia

si move e varca tutt' i vallon feri,

salvo che 'n questo è rotto e nol coperchia;

montar potrete su per la ruina,

che giace in costa e nel fondo soperchia».

Lo duca stette un poco a testa china;

poi disse: «Mal contava la bisogna

colui che i peccator di qua uncina».

E 'l frate: «Io udi' già dire a Bologna

del diavol vizi assai, tra ' quali udi'

ch'elli è bugiardo e padre di menzogna».

Appresso il duca a gran passi sen gì,

turbato un poco d'ira nel sembiante;

ond' io da li 'ncarcati mi parti'

dietro a le poste de le care piante.

 

CANTO XXIV

[Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de' ladroni sgrida contro a' Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed è la settima bolgia.]

 

 

In quella parte del giovanetto anno

che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra

e già le notti al mezzo dì sen vanno,

quando la brina in su la terra assempra

l'imagine di sua sorella bianca,

ma poco dura a la sua penna tempra,

lo villanello a cui la roba manca,

si leva, e guarda, e vede la campagna

biancheggiar tutta; ond' ei si batte l'anca,

ritorna in casa, e qua e là si lagna,

come 'l tapin che non sa che si faccia;

poi riede, e la speranza ringavagna,

veggendo 'l mondo aver cangiata faccia

in poco d'ora, e prende suo vincastro

e fuor le pecorelle a pascer caccia.

Così mi fece sbigottir lo mastro

quand' io li vidi sì turbar la fronte,

e così tosto al mal giunse lo 'mpiastro;

ché, come noi venimmo al guasto ponte,

lo duca a me si volse con quel piglio

dolce ch'io vidi prima a piè del monte.

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio

eletto seco riguardando prima

ben la ruina, e diedemi di piglio.

E come quei ch'adopera ed estima,

che sempre par che 'nnanzi si proveggia,

così, levando me sù ver' la cima

d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia

dicendo: «Sovra quella poi t'aggrappa;

ma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia».

Non era via da vestito di cappa,

ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,

potavam sù montar di chiappa in chiappa.

E se non fosse che da quel precinto

più che da l'altro era la costa corta,

non so di lui, ma io sarei ben vinto.

Ma perché Malebolge inver' la porta

del bassissimo pozzo tutta pende,

lo sito di ciascuna valle porta

che l'una costa surge e l'altra scende;

noi pur venimmo al fine in su la punta

onde l'ultima pietra si scoscende.

La lena m'era del polmon sì munta

quand' io fui sù, ch'i' non potea più oltre,

anzi m'assisi ne la prima giunta.

«Omai convien che tu così ti spoltre»,

disse 'l maestro; «ché, seggendo in piuma,

in fama non si vien, né sotto coltre;

sanza la qual chi sua vita consuma,

cotal vestigio in terra di sé lascia,

qual fummo in aere e in acqua la schiuma.

E però leva sù; vinci l'ambascia

con l'animo che vince ogne battaglia,

se col suo grave corpo non s'accascia.

Più lunga scala convien che si saglia;

non basta da costoro esser partito.

Se tu mi 'ntendi, or fa sì che ti vaglia».

Leva'mi allor, mostrandomi fornito

meglio di lena ch'i' non mi sentia,

e dissi: «Va, ch'i' son forte e ardito».

Su per lo scoglio prendemmo la via,

ch'era ronchioso, stretto e malagevole,

ed erto più assai che quel di pria.

Parlando andava per non parer fievole;

onde una voce uscì de l'altro fosso,

a parole formar disconvenevole.

Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso

fossi de l'arco già che varca quivi;

ma chi parlava ad ire parea mosso.

Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi

non poteano ire al fondo per lo scuro;

per ch'io: «Maestro, fa che tu arrivi

da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;

ché, com' i' odo quinci e non intendo,

così giù veggio e neente affiguro».

«Altra risposta», disse, «non ti rendo

se non lo far; ché la dimanda onesta

si de' seguir con l'opera tacendo».

Noi discendemmo il ponte da la testa

dove s'aggiugne con l'ottava ripa,

e poi mi fu la bolgia manifesta:

e vidivi entro terribile stipa

di serpenti, e di sì diversa mena

che la memoria il sangue ancor mi scipa.

Più non si vanti Libia con sua rena;

ché se chelidri, iaculi e faree

produce, e cencri con anfisibena,

né tante pestilenzie né sì ree

mostrò già mai con tutta l'Etïopia

né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.

Tra questa cruda e tristissima copia

corrëan genti nude e spaventate,

sanza sperar pertugio o elitropia:

con serpi le man dietro avean legate;

quelle ficcavan per le ren la coda

e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.

Ed ecco a un ch'era da nostra proda,

s'avventò un serpente che 'l trafisse

là dove 'l collo a le spalle s'annoda.

Né O sì tosto mai né I si scrisse,

com' el s'accese e arse, e cener tutto

convenne che cascando divenisse;

e poi che fu a terra sì distrutto,

la polver si raccolse per sé stessa

e 'n quel medesmo ritornò di butto.

Così per li gran savi si confessa

che la fenice more e poi rinasce,

quando al cinquecentesimo anno appressa;

erba né biado in sua vita non pasce,

ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,

e nardo e mirra son l'ultime fasce.

E qual è quel che cade, e non sa como,

per forza di demon ch'a terra il tira,

o d'altra oppilazion che lega l'omo,

quando si leva, che 'ntorno si mira

tutto smarrito de la grande angoscia

ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:

tal era 'l peccator levato poscia.

Oh potenza di Dio, quant' è severa,

che cotai colpi per vendetta croscia!

Lo duca il domandò poi chi ello era;

per ch'ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,

poco tempo è, in questa gola fiera.

Vita bestial mi piacque e non umana,

sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci

bestia, e Pistoia mi fu degna tana».

E ïo al duca: «Dilli che non mucci,

e domanda che colpa qua giù 'l pinse;

ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci».

E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,

ma drizzò verso me l'animo e 'l volto,

e di trista vergogna si dipinse;

poi disse: «Più mi duol che tu m'hai colto

ne la miseria dove tu mi vedi,

che quando fui de l'altra vita tolto.

Io non posso negar quel che tu chiedi;

in giù son messo tanto perch' io fui

ladro a la sagrestia d'i belli arredi,

e falsamente già fu apposto altrui.

Ma perché di tal vista tu non godi,

se mai sarai di fuor da' luoghi bui,

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.

Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;

poi Fiorenza rinova gente e modi.

Tragge Marte vapor di Val di Magra

ch'è di torbidi nuvoli involuto;

e con tempesta impetüosa e agra

sovra Campo Picen fia combattuto;

ond' ei repente spezzerà la nebbia,

sì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.

E detto l'ho perché doler ti debbia!».

 

CANTO XXV

[Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr' a' fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.]

 

 

Al fine de le sue parole il ladro

le mani alzò con amendue le fiche,

gridando: «Togli, Dio, ch'a te le squadro!».

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,

perch' una li s'avvolse allora al collo,

come dicesse 'Non vo' che più diche';

e un'altra a le braccia, e rilegollo,

ribadendo sé stessa sì dinanzi,

che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi

d'incenerarti sì che più non duri,

poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?

Per tutt' i cerchi de lo 'nferno scuri

non vidi spirto in Dio tanto superbo,

non quel che cadde a Tebe giù da' muri.

El si fuggì che non parlò più verbo;

e io vidi un centauro pien di rabbia

venir chiamando: «Ov' è, ov' è l'acerbo?».

Maremma non cred' io che tante n'abbia,

quante bisce elli avea su per la groppa

infin ove comincia nostra labbia.

Sovra le spalle, dietro da la coppa,

con l'ali aperte li giacea un draco;

e quello affuoca qualunque s'intoppa.

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,

che, sotto 'l sasso di monte Aventino,

di sangue fece spesse volte laco.

Non va co' suoi fratei per un cammino,

per lo furto che frodolente fece

del grande armento ch'elli ebbe a vicino;

onde cessar le sue opere biece

sotto la mazza d'Ercule, che forse

gliene diè cento, e non sentì le diece».

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,

e tre spiriti venner sotto noi,

de' quai né io né 'l duca mio s'accorse,

se non quando gridar: «Chi siete voi?»;

per che nostra novella si ristette,

e intendemmo pur ad essi poi.

Io non li conoscea; ma ei seguette,

come suol seguitar per alcun caso,

che l'un nomar un altro convenette,

dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;

per ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,

mi puosi 'l dito su dal mento al naso.

Se tu se' or, lettore, a creder lento

ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,

ché io che 'l vidi, a pena il mi consento.

Com' io tenea levate in lor le ciglia,

e un serpente con sei piè si lancia

dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.

Co' piè di mezzo li avvinse la pancia

e con li anterïor le braccia prese;

poi li addentò e l'una e l'altra guancia;

li diretani a le cosce distese,

e miseli la coda tra 'mbedue

e dietro per le ren sù la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue

ad alber sì, come l'orribil fiera

per l'altrui membra avviticchiò le sue.

Poi s'appiccar, come di calda cera

fossero stati, e mischiar lor colore,

né l'un né l'altro già parea quel ch'era:

come procede innanzi da l'ardore,

per lo papiro suso, un color bruno

che non è nero ancora e 'l bianco more.

Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno

gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!

Vedi che già non se' né due né uno».

Già eran li due capi un divenuti,

quando n'apparver due figure miste

in una faccia, ov' eran due perduti.

Fersi le braccia due di quattro liste;

le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso

divenner membra che non fuor mai viste.

Ogne primaio aspetto ivi era casso:

due e nessun l'imagine perversa

parea; e tal sen gio con lento passo.

Come 'l ramarro sotto la gran fersa

dei dì canicular, cangiando sepe,

folgore par se la via attraversa,

sì pareva, venendo verso l'epe

de li altri due, un serpentello acceso,

livido e nero come gran di pepe;

e quella parte onde prima è preso

nostro alimento, a l'un di lor trafisse;

poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto 'l mirò, ma nulla disse;

anzi, co' piè fermati, sbadigliava

pur come sonno o febbre l'assalisse.

Elli 'l serpente e quei lui riguardava;

l'un per la piaga e l'altro per la bocca

fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.

Taccia Lucano ormai là dov' e' tocca

del misero Sabello e di Nasidio,

e attenda a udir quel ch'or si scocca.

Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio,

ché se quello in serpente e quella in fonte

converte poetando, io non lo 'nvidio;

ché due nature mai a fronte a fronte

non trasmutò sì ch'amendue le forme

a cambiar lor matera fosser pronte.

Insieme si rispuosero a tai norme,

che 'l serpente la coda in forca fesse,

e 'l feruto ristrinse insieme l'orme.

Le gambe con le cosce seco stesse

s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura

non facea segno alcun che si paresse.

Togliea la coda fessa la figura

che si perdeva là, e la sua pelle

si facea molle, e quella di là dura.

Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,

e i due piè de la fiera, ch'eran corti,

tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li piè di rietro, insieme attorti,

diventaron lo membro che l'uom cela,

e 'l misero del suo n'avea due porti.

Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela

di color novo, e genera 'l pel suso

per l'una parte e da l'altra il dipela,

l'un si levò e l'altro cadde giuso,

non torcendo però le lucerne empie,

sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,

e di troppa matera ch'in là venne

uscir li orecchi de le gote scempie;

ciò che non corse in dietro e si ritenne

di quel soverchio, fé naso a la faccia

e le labbra ingrossò quanto convenne.

Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,

e li orecchi ritira per la testa

come face le corna la lumaccia;

e la lingua, ch'avëa unita e presta

prima a parlar, si fende, e la forcuta

ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.

L'anima ch'era fiera divenuta,

suffolando si fugge per la valle,

e l'altro dietro a lui parlando sputa.

Poscia li volse le novelle spalle,

e disse a l'altro: «I' vo' che Buoso corra,

com' ho fatt' io, carpon per questo calle».

Così vid' io la settima zavorra

mutare e trasmutare; e qui mi scusi

la novità se fior la penna abborra.

E avvegna che li occhi miei confusi

fossero alquanto e l'animo smagato,

non poter quei fuggirsi tanto chiusi,

ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;

ed era quel che sol, di tre compagni

che venner prima, non era mutato;

l'altr' era quel che tu, Gaville, piagni.

 

CANTO XXVI

[Canto XXVI, nel quale si tratta de l'ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a' fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d'Ulisse e Diomedes pone loro pene.]

 

 

Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande

che per mare e per terra batti l'ali,

e per lo 'nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,

tu sentirai, di qua da picciol tempo,

di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.

Così foss' ei, da che pur esser dee!

ché più mi graverà, com' più m'attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee

che n'avea fatto iborni a scender pria,

rimontò 'l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,

tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio

lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,

e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;

sì che, se stella bona o miglior cosa

m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.

Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,

nel tempo che colui che 'l mondo schiara

la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,

vede lucciole giù per la vallea,

forse colà dov' e' vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea

l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi

tosto che fui là 've 'l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi

vide 'l carro d'Elia al dipartire,

quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,

ch'el vedesse altro che la fiamma sola,

sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola

del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,

e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra 'l ponte a veder surto,

sì che s'io non avessi un ronchion preso,

caduto sarei giù sanz' esser urto.

E 'l duca che mi vide tanto atteso,

disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;

catun si fascia di quel ch'elli è inceso».

«Maestro mio», rispuos' io, «per udirti

son io più certo; ma già m'era avviso

che così fosse, e già voleva dirti:

chi è 'n quel foco che vien sì diviso

di sopra, che par surger de la pira

dov' Eteòcle col fratel fu miso?».

Rispuose a me: «Là dentro si martira

Ulisse e Dïomede, e così insieme

a la vendetta vanno come a l'ira;

e dentro da la lor fiamma si geme

l'agguato del caval che fé la porta

onde uscì de' Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l'arte per che, morta,

Deïdamìa ancor si duol d'Achille,

e del Palladio pena vi si porta».

«S'ei posson dentro da quelle faville

parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego

e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

che non mi facci de l'attender niego

fin che la fiamma cornuta qua vegna;

vedi che del disio ver' lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna

di molta loda, e io però l'accetto;

ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto

ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,

perch' e' fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi

dove parve al mio duca tempo e loco,

in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,

s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,

s'io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l'un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi».

Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando,

pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori e disse: «Quando

mi diparti' da Circe, che sottrasse

me più d'un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né 'l debito amore

lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore

ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,

e l'altre che quel mare intorno bagna.

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov' Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l'uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l'altra già m'avea lasciata Setta.

"O frati", dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l'occidente,

a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente

non vogliate negar l'esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec' io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,

de' remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l'altro polo

vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,

che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

quando n'apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l'acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com' altrui piacque,

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».

 

CANTO XXVII

[Canto XXVII, dove tratta di que' medesimi aguatatori e falsi consiglieri d'inganni in persona del conte Guido da Montefeltro.]

 

 

Già era dritta in sù la fiamma e queta

per non dir più, e già da noi sen gia

con la licenza del dolce poeta,

quand' un'altra, che dietro a lei venìa,

ne fece volger li occhi a la sua cima

per un confuso suon che fuor n'uscia.

Come 'l bue cicilian che mugghiò prima

col pianto di colui, e ciò fu dritto,

che l'avea temperato con sua lima,

mugghiava con la voce de l'afflitto,

sì che, con tutto che fosse di rame,

pur el pareva dal dolor trafitto;

così, per non aver via né forame

dal principio nel foco, in suo linguaggio

si convertïan le parole grame.

Ma poscia ch'ebber colto lor vïaggio

su per la punta, dandole quel guizzo

che dato avea la lingua in lor passaggio,

udimmo dire: «O tu a cu' io drizzo

la voce e che parlavi mo lombardo,

dicendo "Istra ten va, più non t'adizzo",

perch' io sia giunto forse alquanto tardo,

non t'incresca restare a parlar meco;

vedi che non incresce a me, e ardo!

Se tu pur mo in questo mondo cieco

caduto se' di quella dolce terra

latina ond' io mia colpa tutta reco,

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;

ch'io fui d'i monti là intra Orbino

e 'l giogo di che Tever si diserra».

Io era in giuso ancora attento e chino,

quando il mio duca mi tentò di costa,

dicendo: «Parla tu; questi è latino».

E io, ch'avea già pronta la risposta,

sanza indugio a parlare incominciai:

«O anima che se' là giù nascosta,

Romagna tua non è, e non fu mai,

sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;

ma 'n palese nessuna or vi lasciai.

Ravenna sta come stata è molt' anni:

l'aguglia da Polenta la si cova,

sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni.

La terra che fé già la lunga prova

e di Franceschi sanguinoso mucchio,

sotto le branche verdi si ritrova.

E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,

che fecer di Montagna il mal governo,

là dove soglion fan d'i denti succhio.

Le città di Lamone e di Santerno

conduce il lïoncel dal nido bianco,

che muta parte da la state al verno.

E quella cu' il Savio bagna il fianco,

così com' ella sie' tra 'l piano e 'l monte,

tra tirannia si vive e stato franco.

Ora chi se', ti priego che ne conte;

non esser duro più ch'altri sia stato,

se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte».

Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato

al modo suo, l'aguta punta mosse

di qua, di là, e poi diè cotal fiato:

«S'i' credesse che mia risposta fosse

a persona che mai tornasse al mondo,

questa fiamma staria sanza più scosse;

ma però che già mai di questo fondo

non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,

sanza tema d'infamia ti rispondo.

Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,

credendomi, sì cinto, fare ammenda;

e certo il creder mio venìa intero,

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,

che mi rimise ne le prime colpe;

e come e quare, voglio che m'intenda.

Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe

che la madre mi diè, l'opere mie

non furon leonine, ma di volpe.

Li accorgimenti e le coperte vie

io seppi tutte, e sì menai lor arte,

ch'al fine de la terra il suono uscie.

Quando mi vidi giunto in quella parte

di mia etade ove ciascun dovrebbe

calar le vele e raccoglier le sarte,

ciò che pria mi piacëa, allor m'increbbe,

e pentuto e confesso mi rendei;

ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe d'i novi Farisei,

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era Cristiano,

e nessun era stato a vincer Acri

né mercatante in terra di Soldano,

né sommo officio né ordini sacri

guardò in sé, né in me quel capestro

che solea fare i suoi cinti più macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro

d'entro Siratti a guerir de la lebbre,

così mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre;

domandommi consiglio, e io tacetti

perché le sue parole parver ebbre.

E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;

finor t'assolvo, e tu m'insegna fare

sì come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss' io serrare e diserrare,

come tu sai; però son due le chiavi

che 'l mio antecessor non ebbe care".

Allor mi pinser li argomenti gravi

là 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,

e dissi: "Padre, da che tu mi lavi

di quel peccato ov' io mo cader deggio,

lunga promessa con l'attender corto

ti farà trïunfar ne l'alto seggio".

Francesco venne poi, com' io fu' morto,

per me; ma un d'i neri cherubini

li disse: "Non portar: non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra ' miei meschini

perché diede 'l consiglio frodolente,

dal quale in qua stato li sono a' crini;

ch'assolver non si può chi non si pente,

né pentere e volere insieme puossi

per la contradizion che nol consente".

Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi: "Forse

tu non pensavi ch'io löico fossi!".

A Minòs mi portò; e quelli attorse

otto volte la coda al dosso duro;

e poi che per gran rabbia la si morse,

disse: "Questi è d'i rei del foco furo";

per ch'io là dove vedi son perduto,

e sì vestito, andando, mi rancuro».

Quand' elli ebbe 'l suo dir così compiuto,

la fiamma dolorando si partio,

torcendo e dibattendo 'l corno aguto.

Noi passamm' oltre, e io e 'l duca mio,

su per lo scoglio infino in su l'altr' arco

che cuopre 'l fosso in che si paga il fio

a quei che scommettendo acquistan carco.

 

CANTO XXVIII

[Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l'auttore vide punire coloro che commisero scandali, e' seminatori di scisma e discordia e d'ogne altro male operare.]

 

 

Chi poria mai pur con parole sciolte

dicer del sangue e de le piaghe a pieno

ch'i' ora vidi, per narrar più volte?

Ogne lingua per certo verria meno

per lo nostro sermone e per la mente

c'hanno a tanto comprender poco seno.

S'el s'aunasse ancor tutta la gente

che già, in su la fortunata terra

di Puglia, fu del suo sangue dolente

per li Troiani e per la lunga guerra

che de l'anella fé sì alte spoglie,

come Livïo scrive, che non erra,

con quella che sentio di colpi doglie

per contastare a Ruberto Guiscardo;

e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie

a Ceperan, là dove fu bugiardo

ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,

dove sanz' arme vinse il vecchio Alardo;

e qual forato suo membro e qual mozzo

mostrasse, d'aequar sarebbe nulla

il modo de la nona bolgia sozzo.

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com' io vidi un, così non si pertugia,

rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;

la corata pareva e 'l tristo sacco

che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m'attacco,

guardommi e con le man s'aperse il petto,

dicendo: «Or vedi com' io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!

Dinanzi a me sen va piangendo Alì,

fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,

seminator di scandalo e di scisma

fuor vivi, e però son fessi così.

Un diavolo è qua dietro che n'accisma

sì crudelmente, al taglio de la spada

rimettendo ciascun di questa risma,

quand' avem volta la dolente strada;

però che le ferite son richiuse

prima ch'altri dinanzi li rivada.

Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,

forse per indugiar d'ire a la pena

ch'è giudicata in su le tue accuse?».

«Né morte 'l giunse ancor, né colpa 'l mena»,

rispuose 'l mio maestro, «a tormentarlo;

ma per dar lui esperïenza piena,

a me, che morto son, convien menarlo

per lo 'nferno qua giù di giro in giro;

e quest' è ver così com' io ti parlo».

Più fuor di cento che, quando l'udiro,

s'arrestaron nel fosso a riguardarmi

per maraviglia, oblïando il martiro.

«Or dì a fra Dolcin dunque che s'armi,

tu che forse vedra' il sole in breve,

s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve

non rechi la vittoria al Noarese,

ch'altrimenti acquistar non saria leve».

Poi che l'un piè per girsene sospese,

Mäometto mi disse esta parola;

indi a partirsi in terra lo distese.

Un altro, che forata avea la gola

e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,

e non avea mai ch'una orecchia sola,

ristato a riguardar per maraviglia

con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,

ch'era di fuor d'ogne parte vermiglia,

e disse: «O tu cui colpa non condanna

e cu' io vidi su in terra latina,

se troppa simiglianza non m'inganna,

rimembriti di Pier da Medicina,

se mai torni a veder lo dolce piano

che da Vercelli a Marcabò dichina.

E fa saper a' due miglior da Fano,

a messer Guido e anco ad Angiolello,

che, se l'antiveder qui non è vano,

gittati saran fuor di lor vasello

e mazzerati presso a la Cattolica

per tradimento d'un tiranno fello.

Tra l'isola di Cipri e di Maiolica

non vide mai sì gran fallo Nettuno,

non da pirate, non da gente argolica.

Quel traditor che vede pur con l'uno,

e tien la terra che tale qui meco

vorrebbe di vedere esser digiuno,

farà venirli a parlamento seco;

poi farà sì, ch'al vento di Focara

non sarà lor mestier voto né preco».

E io a lui: «Dimostrami e dichiara,

se vuo' ch'i' porti sù di te novella,

chi è colui da la veduta amara».

Allor puose la mano a la mascella

d'un suo compagno e la bocca li aperse,

gridando: «Questi è desso, e non favella.

Questi, scacciato, il dubitar sommerse

in Cesare, affermando che 'l fornito

sempre con danno l'attender sofferse».

Oh quanto mi pareva sbigottito

con la lingua tagliata ne la strozza

Curïo, ch'a dir fu così ardito!

E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,

levando i moncherin per l'aura fosca,

sì che 'l sangue facea la faccia sozza,

gridò: «Ricordera'ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",

che fu mal seme per la gente tosca».

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;

per ch'elli, accumulando duol con duolo,

sen gio come persona trista e matta.

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

e vidi cosa ch'io avrei paura,

sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m'assicura,

la buona compagnia che l'uom francheggia

sotto l'asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,

un busto sanza capo andar sì come

andavan li altri de la trista greggia;

e 'l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna:

e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Di sé facea a sé stesso lucerna,

ed eran due in uno e uno in due;

com' esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,

levò 'l braccio alto con tutta la testa

per appressarne le parole sue,

che fuoro: «Or vedi la pena molesta,

tu che, spirando, vai veggendo i morti:

vedi s'alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,

sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli

che diedi al re giovane i ma' conforti.

Io feci il padre e 'l figlio in sé ribelli;

Achitofèl non fé più d'Absalone

e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch' io parti' così giunte persone,

partito porto il mio cerebro, lasso!,

dal suo principio ch'è in questo troncone.

Così s'osserva in me lo contrapasso».

 

CANTO XXIX

[Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l'autore i Sanesi.]

 

 

La molta gente e le diverse piaghe

avean le luci mie sì inebrïate,

che de lo stare a piangere eran vaghe.

Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?

perché la vista tua pur si soffolge

là giù tra l'ombre triste smozzicate?

Tu non hai fatto sì a l'altre bolge;

pensa, se tu annoverar le credi,

che miglia ventidue la valle volge.

E già la luna è sotto i nostri piedi;

lo tempo è poco omai che n'è concesso,

e altro è da veder che tu non vedi».

«Se tu avessi», rispuos' io appresso,

«atteso a la cagion per ch'io guardava,

forse m'avresti ancor lo star dimesso».

Parte sen giva, e io retro li andava,

lo duca, già faccendo la risposta,

e soggiugnendo: «Dentro a quella cava

dov' io tenea or li occhi sì a posta,

credo ch'un spirto del mio sangue pianga

la colpa che là giù cotanto costa».

Allor disse 'l maestro: «Non si franga

lo tuo pensier da qui innanzi sovr' ello.

Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;

ch'io vidi lui a piè del ponticello

mostrarti e minacciar forte col dito,

e udi' 'l nominar Geri del Bello.

Tu eri allor sì del tutto impedito

sovra colui che già tenne Altaforte,

che non guardasti in là, sì fu partito».

«O duca mio, la vïolenta morte

che non li è vendicata ancor», diss' io,

«per alcun che de l'onta sia consorte,

fece lui disdegnoso; ond' el sen gio

sanza parlarmi, sì com' ïo estimo:

e in ciò m'ha el fatto a sé più pio».

Così parlammo infino al loco primo

che de lo scoglio l'altra valle mostra,

se più lume vi fosse, tutto ad imo.

Quando noi fummo sor l'ultima chiostra

di Malebolge, sì che i suoi conversi

potean parere a la veduta nostra,

lamenti saettaron me diversi,

che di pietà ferrati avean li strali;

ond' io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali

di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre

e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti 'nsembre,

tal era quivi, e tal puzzo n'usciva

qual suol venir de le marcite membre.

Noi discendemmo in su l'ultima riva

del lungo scoglio, pur da man sinistra;

e allor fu la mia vista più viva

giù ver' lo fondo, la 've la ministra

de l'alto Sire infallibil giustizia

punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch'a veder maggior tristizia

fosse in Egina il popol tutto infermo,

quando fu l'aere sì pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;

ch'era a veder per quella oscura valle

languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra 'l ventre e qual sovra le spalle

l'un de l'altro giacea, e qual carpone

si trasmutava per lo tristo calle.

Passo passo andavam sanza sermone,

guardando e ascoltando li ammalati,

che non potean levar le lor persone.

Io vidi due sedere a sé poggiati,

com' a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

dal capo al piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

né a colui che mal volontier vegghia,

come ciascun menava spesso il morso

de l'unghie sopra sé per la gran rabbia

del pizzicor, che non ha più soccorso;

e sì traevan giù l'unghie la scabbia,

come coltel di scardova le scaglie

o d'altro pesce che più larghe l'abbia.

«O tu che con le dita ti dismaglie»,

cominciò 'l duca mio a l'un di loro,

«e che fai d'esse talvolta tanaglie,

dinne s'alcun Latino è tra costoro

che son quinc' entro, se l'unghia ti basti

etternalmente a cotesto lavoro».

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti

qui ambedue», rispuose l'un piangendo;

«ma tu chi se' che di noi dimandasti?».

E 'l duca disse: «I' son un che discendo

con questo vivo giù di balzo in balzo,

e di mostrar lo 'nferno a lui intendo».

Allor si ruppe lo comun rincalzo;

e tremando ciascuno a me si volse

con altri che l'udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s'accolse,

dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;

e io incominciai, poscia ch'ei volse:

«Se la vostra memoria non s'imboli

nel primo mondo da l'umane menti,

ma s'ella viva sotto molti soli,

ditemi chi voi siete e di che genti;

la vostra sconcia e fastidiosa pena

di palesarvi a me non vi spaventi».

«Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena»,

rispuose l'un, «mi fé mettere al foco;

ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.

Vero è ch'i' dissi lui, parlando a gioco:

"I' mi saprei levar per l'aere a volo";

e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,

volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo

perch' io nol feci Dedalo, mi fece

ardere a tal che l'avea per figliuolo.

Ma ne l'ultima bolgia de le diece

me per l'alchìmia che nel mondo usai

dannò Minòs, a cui fallar non lece».

E io dissi al poeta: «Or fu già mai

gente sì vana come la sanese?

Certo non la francesca sì d'assai!».

Onde l'altro lebbroso, che m'intese,

rispuose al detto mio: «Tra'mene Stricca

che seppe far le temperate spese,

e Niccolò che la costuma ricca

del garofano prima discoverse

ne l'orto dove tal seme s'appicca;

e tra'ne la brigata in che disperse

Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,

e l'Abbagliato suo senno proferse.

Ma perché sappi chi sì ti seconda

contra i Sanesi, aguzza ver' me l'occhio,

sì che la faccia mia ben ti risponda:

sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,

che falsai li metalli con l'alchìmia;

e te dee ricordar, se ben t'adocchio,

com' io fui di natura buona scimia».

 

CANTO XXX

[Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.]

 

 

Nel tempo che Iunone era crucciata

per Semelè contra 'l sangue tebano,

come mostrò una e altra fïata,

Atamante divenne tanto insano,

che veggendo la moglie con due figli

andar carcata da ciascuna mano,

gridò: «Tendiam le reti, sì ch'io pigli

la leonessa e ' leoncini al varco»;

e poi distese i dispietati artigli,

prendendo l'un ch'avea nome Learco,

e rotollo e percosselo ad un sasso;

e quella s'annegò con l'altro carco.

E quando la fortuna volse in basso

l'altezza de' Troian che tutto ardiva,

sì che 'nsieme col regno il re fu casso,

Ecuba trista, misera e cattiva,

poscia che vide Polissena morta,

e del suo Polidoro in su la riva

del mar si fu la dolorosa accorta,

forsennata latrò sì come cane;

tanto il dolor le fé la mente torta.

Ma né di Tebe furie né troiane

si vider mäi in alcun tanto crude,

non punger bestie, nonché membra umane,

quant' io vidi in due ombre smorte e nude,

che mordendo correvan di quel modo

che 'l porco quando del porcil si schiude.

L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo

del collo l'assannò, sì che, tirando,

grattar li fece il ventre al fondo sodo.

E l'Aretin che rimase, tremando

mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,

e va rabbioso altrui così conciando».

«Oh», diss' io lui, «se l'altro non ti ficchi

li denti a dosso, non ti sia fatica

a dir chi è, pria che di qui si spicchi».

Ed elli a me: «Quell' è l'anima antica

di Mirra scellerata, che divenne

al padre, fuor del dritto amore, amica.

Questa a peccar con esso così venne,

falsificando sé in altrui forma,

come l'altro che là sen va, sostenne,

per guadagnar la donna de la torma,

falsificare in sé Buoso Donati,

testando e dando al testamento norma».

E poi che i due rabbiosi fuor passati

sovra cu' io avea l'occhio tenuto,

rivolsilo a guardar li altri mal nati.

Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,

pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia

tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.

La grave idropesì, che sì dispaia

le membra con l'omor che mal converte,

che 'l viso non risponde a la ventraia,

faceva lui tener le labbra aperte

come l'etico fa, che per la sete

l'un verso 'l mento e l'altro in sù rinverte.

«O voi che sanz' alcuna pena siete,

e non so io perché, nel mondo gramo»,

diss' elli a noi, «guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;

io ebbi, vivo, assai di quel ch'i' volli,

e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.

Li ruscelletti che d'i verdi colli

del Casentin discendon giuso in Arno,

faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

ché l'imagine lor vie più m'asciuga

che 'l male ond' io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga

tragge cagion del loco ov' io peccai

a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov' io falsai

la lega suggellata del Batista;

per ch'io il corpo sù arso lasciai.

Ma s'io vedessi qui l'anima trista

di Guido o d'Alessandro o di lor frate,

per Fonte Branda non darei la vista.

Dentro c'è l'una già, se l'arrabbiate

ombre che vanno intorno dicon vero;

ma che mi val, c'ho le membra legate?

S'io fossi pur di tanto ancor leggero

ch'i' potessi in cent' anni andare un'oncia,

io sarei messo già per lo sentiero,

cercando lui tra questa gente sconcia,

con tutto ch'ella volge undici miglia,

e men d'un mezzo di traverso non ci ha.

Io son per lor tra sì fatta famiglia;

e' m'indussero a batter li fiorini

ch'avevan tre carati di mondiglia».

E io a lui: «Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate 'l verno,

giacendo stretti a' tuoi destri confini?».

«Qui li trovai - e poi volta non dierno - »,

rispuose, «quando piovvi in questo greppo,

e non credo che dieno in sempiterno.

L'una è la falsa ch'accusò Gioseppo;

l'altr' è 'l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo».

E l'un di lor, che si recò a noia

forse d'esser nomato sì oscuro,

col pugno li percosse l'epa croia.

Quella sonò come fosse un tamburo;

e mastro Adamo li percosse il volto

col braccio suo, che non parve men duro,

dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto

lo muover per le membra che son gravi,

ho io il braccio a tal mestiere sciolto».

Ond' ei rispuose: «Quando tu andavi

al fuoco, non l'avei tu così presto;

ma sì e più l'avei quando coniavi».

E l'idropico: «Tu di' ver di questo:

ma tu non fosti sì ver testimonio

là 've del ver fosti a Troia richesto».

«S'io dissi falso, e tu falsasti il conio»,

disse Sinon; «e son qui per un fallo,

e tu per più ch'alcun altro demonio!».

«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,

rispuose quel ch'avëa infiata l'epa;

«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».

«E te sia rea la sete onde ti crepa»,

disse 'l Greco, «la lingua, e l'acqua marcia

che 'l ventre innanzi a li occhi sì t'assiepa!».

Allora il monetier: «Così si squarcia

la bocca tua per tuo mal come suole;

ché, s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,

tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,

e per leccar lo specchio di Narcisso,

non vorresti a 'nvitar molte parole».

Ad ascoltarli er' io del tutto fisso,

quando 'l maestro mi disse: «Or pur mira,

che per poco che teco non mi risso!».

Quand' io 'l senti' a me parlar con ira,

volsimi verso lui con tal vergogna,

ch'ancor per la memoria mi si gira.

Qual è colui che suo dannaggio sogna,

che sognando desidera sognare,

sì che quel ch'è, come non fosse, agogna,

tal mi fec' io, non possendo parlare,

che disïava scusarmi, e scusava

me tuttavia, e nol mi credea fare.

«Maggior difetto men vergogna lava»,

disse 'l maestro, «che 'l tuo non è stato;

però d'ogne trestizia ti disgrava.

E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,

se più avvien che fortuna t'accoglia

dove sien genti in simigliante piato:

ché voler ciò udire è bassa voglia».

 

CANTO XXXI

[Canto XXXI, ove tratta de' giganti che guardano il pozzo de l'inferno, ed è il nono cerchio.]

 

 

Una medesma lingua pria mi morse,

sì che mi tinse l'una e l'altra guancia,

e poi la medicina mi riporse;

così od' io che solea far la lancia

d'Achille e del suo padre esser cagione

prima di trista e poi di buona mancia.

Noi demmo il dosso al misero vallone

su per la ripa che 'l cinge dintorno,

attraversando sanza alcun sermone.

Quiv' era men che notte e men che giorno,

sì che 'l viso m'andava innanzi poco;

ma io senti' sonare un alto corno,

tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,

che, contra sé la sua via seguitando,

dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.

Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perdé la santa gesta,

non sonò sì terribilmente Orlando.

Poco portäi in là volta la testa,

che me parve veder molte alte torri;

ond' io: «Maestro, dì, che terra è questa?».

Ed elli a me: «Però che tu trascorri

per le tenebre troppo da la lungi,

avvien che poi nel maginare abborri.

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,

quanto 'l senso s'inganna di lontano;

però alquanto più te stesso pungi».

Poi caramente mi prese per mano

e disse: «Pria che noi siam più avanti,

acciò che 'l fatto men ti paia strano,

sappi che non son torri, ma giganti,

e son nel pozzo intorno da la ripa

da l'umbilico in giuso tutti quanti».

Come quando la nebbia si dissipa,

lo sguardo a poco a poco raffigura

ciò che cela 'l vapor che l'aere stipa,

così forando l'aura grossa e scura,

più e più appressando ver' la sponda,

fuggiemi errore e crescémi paura;

però che, come su la cerchia tonda

Montereggion di torri si corona,

così la proda che 'l pozzo circonda

torreggiavan di mezza la persona

li orribili giganti, cui minaccia

Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva già d'alcun la faccia,

le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,

e per le coste giù ambo le braccia.

Natura certo, quando lasciò l'arte

di sì fatti animali, assai fé bene

per tòrre tali essecutori a Marte.

E s'ella d'elefanti e di balene

non si pente, chi guarda sottilmente,

più giusta e più discreta la ne tene;

ché dove l'argomento de la mente

s'aggiugne al mal volere e a la possa,

nessun riparo vi può far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa

come la pina di San Pietro a Roma,

e a sua proporzione eran l'altre ossa;

sì che la ripa, ch'era perizoma

dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto

di sovra, che di giugnere a la chioma

tre Frison s'averien dato mal vanto;

però ch'i' ne vedea trenta gran palmi

dal loco in giù dov' omo affibbia 'l manto.

«Raphèl maì amècche zabì almi»,

cominciò a gridar la fiera bocca,

cui non si convenia più dolci salmi.

E 'l duca mio ver' lui: «Anima sciocca,

tienti col corno, e con quel ti disfoga

quand' ira o altra passïon ti tocca!

Cércati al collo, e troverai la soga

che 'l tien legato, o anima confusa,

e vedi lui che 'l gran petto ti doga».

Poi disse a me: «Elli stessi s'accusa;

questi è Nembrotto per lo cui mal coto

pur un linguaggio nel mondo non s'usa.

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;

ché così è a lui ciascun linguaggio

come 'l suo ad altrui, ch'a nullo è noto».

Facemmo adunque più lungo vïaggio,

vòlti a sinistra; e al trar d'un balestro

trovammo l'altro assai più fero e maggio.

A cigner lui qual che fosse 'l maestro,

non so io dir, ma el tenea soccinto

dinanzi l'altro e dietro il braccio destro

d'una catena che 'l tenea avvinto

dal collo in giù, sì che 'n su lo scoperto

si ravvolgëa infino al giro quinto.

«Questo superbo volle esser esperto

di sua potenza contra 'l sommo Giove»,

disse 'l mio duca, «ond' elli ha cotal merto.

Fïalte ha nome, e fece le gran prove

quando i giganti fer paura a' dèi;

le braccia ch'el menò, già mai non move».

E io a lui: «S'esser puote, io vorrei

che de lo smisurato Brïareo

esperïenza avesser li occhi mei».

Ond' ei rispuose: «Tu vedrai Anteo

presso di qui che parla ed è disciolto,

che ne porrà nel fondo d'ogne reo.

Quel che tu vuo' veder, più là è molto

ed è legato e fatto come questo,

salvo che più feroce par nel volto».

Non fu tremoto già tanto rubesto,

che scotesse una torre così forte,

come Fïalte a scuotersi fu presto.

Allor temett' io più che mai la morte,

e non v'era mestier più che la dotta,

s'io non avessi viste le ritorte.

Noi procedemmo più avante allotta,

e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

«O tu che ne la fortunata valle

che fece Scipïon di gloria reda,

quand' Anibàl co' suoi diede le spalle,

recasti già mille leon per preda,

e che, se fossi stato a l'alta guerra

de' tuoi fratelli, ancor par che si creda

ch'avrebber vinto i figli de la terra:

mettine giù, e non ten vegna schifo,

dove Cocito la freddura serra.

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:

questi può dar di quel che qui si brama;

però ti china e non torcer lo grifo.

Ancor ti può nel mondo render fama,

ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta

se 'nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».

Così disse 'l maestro; e quelli in fretta

le man distese, e prese 'l duca mio,

ond' Ercule sentì già grande stretta.

Virgilio, quando prender si sentio,

disse a me: «Fatti qua, sì ch'io ti prenda»;

poi fece sì ch'un fascio era elli e io.

Qual pare a riguardar la Carisenda

sotto 'l chinato, quando un nuvol vada

sovr' essa sì, ched ella incontro penda:

tal parve Antëo a me che stava a bada

di vederlo chinare, e fu tal ora

ch'i' avrei voluto ir per altra strada.

Ma lievemente al fondo che divora

Lucifero con Giuda, ci sposò;

né, sì chinato, lì fece dimora,

e come albero in nave si levò.

 

CANTO XXXII

[Canto XXXII, nel quale tratta de' traditori di loro schiatta e de' traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l'inferno.]

 

 

S'ïo avessi le rime aspre e chiocce,

come si converrebbe al tristo buco

sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco

più pienamente; ma perch' io non l'abbo,

non sanza tema a dicer mi conduco;

ché non è impresa da pigliare a gabbo

discriver fondo a tutto l'universo,

né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso

ch'aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,

sì che dal fatto il dir non sia diverso.

Oh sovra tutte mal creata plebe

che stai nel loco onde parlare è duro,

mei foste state qui pecore o zebe!

Come noi fummo giù nel pozzo scuro

sotto i piè del gigante assai più bassi,

e io mirava ancora a l'alto muro,

dicere udi'mi: «Guarda come passi:

va sì, che tu non calchi con le piante

le teste de' fratei miseri lassi».

Per ch'io mi volsi, e vidimi davante

e sotto i piedi un lago che per gelo

avea di vetro e non d'acqua sembiante.

Non fece al corso suo sì grosso velo

di verno la Danoia in Osterlicchi,

né Tanaï là sotto 'l freddo cielo,

com' era quivi; che se Tambernicchi

vi fosse sù caduto, o Pietrapana,

non avria pur da l'orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana

col muso fuor de l'acqua, quando sogna

di spigolar sovente la villana,

livide, insin là dove appar vergogna

eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,

mettendo i denti in nota di cicogna.

Ognuna in giù tenea volta la faccia;

da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo

tra lor testimonianza si procaccia.

Quand' io m'ebbi dintorno alquanto visto,

volsimi a' piedi, e vidi due sì stretti,

che 'l pel del capo avieno insieme misto.

«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,

diss' io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;

e poi ch'ebber li visi a me eretti,

li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,

gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse

le lagrime tra essi e riserrolli.

Con legno legno spranga mai non cinse

forte così; ond' ei come due becchi

cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un ch'avea perduti ambo li orecchi

per la freddura, pur col viso in giùe,

disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?

Se vuoi saper chi son cotesti due,

la valle onde Bisenzo si dichina

del padre loro Alberto e di lor fue.

D'un corpo usciro; e tutta la Caina

potrai cercare, e non troverai ombra

degna più d'esser fitta in gelatina:

non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra

con esso un colpo per la man d'Artù;

non Focaccia; non questi che m'ingombra

col capo sì, ch'i' non veggio oltre più,

e fu nomato Sassol Mascheroni;

se tosco se', ben sai omai chi fu.

E perché non mi metti in più sermoni,

sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;

e aspetto Carlin che mi scagioni».

Poscia vid' io mille visi cagnazzi

fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,

e verrà sempre, de' gelati guazzi.

E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo

al quale ogne gravezza si rauna,

e io tremava ne l'etterno rezzo;

se voler fu o destino o fortuna,

non so; ma, passeggiando tra le teste,

forte percossi 'l piè nel viso ad una.

Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?

se tu non vieni a crescer la vendetta

di Montaperti, perché mi moleste?».

E io: «Maestro mio, or qui m'aspetta,

sì ch'io esca d'un dubbio per costui;

poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».

Lo duca stette, e io dissi a colui

che bestemmiava duramente ancora:

«Qual se' tu che così rampogni altrui?».

«Or tu chi se' che vai per l'Antenora,

percotendo», rispuose, «altrui le gote,

sì che, se fossi vivo, troppo fora?».

«Vivo son io, e caro esser ti puote»,

fu mia risposta, «se dimandi fama,

ch'io metta il nome tuo tra l'altre note».

Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.

Lèvati quinci e non mi dar più lagna,

ché mal sai lusingar per questa lama!».

Allor lo presi per la cuticagna

e dissi: «El converrà che tu ti nomi,

o che capel qui sù non ti rimagna».

Ond' elli a me: «Perché tu mi dischiomi,

né ti dirò ch'io sia, né mosterrolti

se mille fiate in sul capo mi tomi».

Io avea già i capelli in mano avvolti,

e tratti glien' avea più d'una ciocca,

latrando lui con li occhi in giù raccolti,

quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?

non ti basta sonar con le mascelle,

se tu non latri? qual diavol ti tocca?».

«Omai», diss' io, «non vo' che più favelle,

malvagio traditor; ch'a la tua onta

io porterò di te vere novelle».

«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;

ma non tacer, se tu di qua entro eschi,

di quel ch'ebbe or così la lingua pronta.

El piange qui l'argento de' Franceschi:

"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera

là dove i peccatori stanno freschi".

Se fossi domandato "Altri chi v'era?",

tu hai dallato quel di Beccheria

di cui segò Fiorenza la gorgiera.

Gianni de' Soldanier credo che sia

più là con Ganellone e Tebaldello,

ch'aprì Faenza quando si dormia».

Noi eravam partiti già da ello,

ch'io vidi due ghiacciati in una buca,

sì che l'un capo a l'altro era cappello;

e come 'l pan per fame si manduca,

così 'l sovran li denti a l'altro pose

là 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tidëo si rose

le tempie a Menalippo per disdegno,

che quei faceva il teschio e l'altre cose.

«O tu che mostri per sì bestial segno

odio sovra colui che tu ti mangi,

dimmi 'l perché», diss' io, «per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,

sappiendo chi voi siete e la sua pecca,

nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch'io parlo non si secca».

 

CANTO XXXIII

[Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.]

 

 

La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a' capelli

del capo ch'elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io rinovelli

disperato dolor che 'l cor mi preme

già pur pensando, pria ch'io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,

parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se' né per che modo

venuto se' qua giù; ma fiorentino

mi sembri veramente quand' io t'odo.

Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,

e questi è l'arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,

cioè come la morte mia fu cruda,

udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,

la qual per me ha 'l titol de la fame,

e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,

m'avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand' io feci 'l mal sonno

che del futuro mi squarciò 'l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,

cacciando il lupo e ' lupicini al monte

per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

s'avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ' figli, e con l'agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli

ch'eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se' crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l'ora s'appressava

che 'l cibo ne solëa essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti' chiavar l'uscio di sotto

a l'orribile torre; ond' io guardai

nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".

Perciò non lagrimai né rispuos' io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l'altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia

di manicar, di sùbito levorsi

e disser: "Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia".

Queta'mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l'altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t'apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,

dicendo: "Padre mio, ché non m'aiuti?".

Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid' io cascar li tre ad uno ad uno

tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond' io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».

Quand' ebbe detto ciò, con li occhi torti

riprese 'l teschio misero co' denti,

che furo a l'osso, come d'un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove 'l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch'elli annieghi in te ogne persona!

Che se 'l conte Ugolino aveva voce

d'aver tradita te de le castella,

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l'età novella,

novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata

e li altri due che 'l canto suso appella.

Noi passammo oltre, là 've la gelata

ruvidamente un'altra gente fascia,

non volta in giù, ma tutta riversata.

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,

e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,

si volge in entro a far crescer l'ambascia;

ché le lagrime prime fanno groppo,

e sì come visiere di cristallo,

rïempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.

E avvegna che, sì come d'un callo,

per la freddura ciascun sentimento

cessato avesse del mio viso stallo,

già mi parea sentire alquanto vento;

per ch'io: «Maestro mio, questo chi move?

non è qua giù ogne vapore spento?».

Ond' elli a me: «Avaccio sarai dove

di ciò ti farà l'occhio la risposta,

veggendo la cagion che 'l fiato piove».

E un de' tristi de la fredda crosta

gridò a noi: «O anime crudeli

tanto che data v'è l'ultima posta,

levatemi dal viso i duri veli,

sì ch'ïo sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,

un poco, pria che 'l pianto si raggeli».

Per ch'io a lui: «Se vuo' ch'i' ti sovvegna,

dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

Rispuose adunque: «I' son frate Alberigo;

i' son quel da le frutta del mal orto,

che qui riprendo dattero per figo».

«Oh», diss' io lui, «or se' tu ancor morto?».

Ed elli a me: «Come 'l mio corpo stea

nel mondo sù, nulla scïenza porto.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

che spesse volte l'anima ci cade

innanzi ch'Atropòs mossa le dea.

E perché tu più volentier mi rade

le 'nvetrïate lagrime dal volto,

sappie che, tosto che l'anima trade

come fec' ïo, il corpo suo l'è tolto

da un demonio, che poscia il governa

mentre che 'l tempo suo tutto sia vòlto.

Ella ruina in sì fatta cisterna;

e forse pare ancor lo corpo suso

de l'ombra che di qua dietro mi verna.

Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

poscia passati ch'el fu sì racchiuso».

«Io credo», diss' io lui, «che tu m'inganni;

ché Branca Doria non morì unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni».

«Nel fosso sù», diss' el, «de' Malebranche,

là dove bolle la tenace pece,

non era ancora giunto Michel Zanche,

che questi lasciò il diavolo in sua vece

nel corpo suo, ed un suo prossimano

che 'l tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano;

aprimi li occhi». E io non gliel' apersi;

e cortesia fu lui esser villano.

Ahi Genovesi, uomini diversi

d'ogne costume e pien d'ogne magagna,

perché non siete voi del mondo spersi?

Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

in anima in Cocito già si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.

 

CANTO XXXIV

[Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de' dimoni e de' traditori di loro signori, e narra come uscie de l'inferno.]

 

«Vexilla regis prodeunt inferni

verso di noi; però dinanzi mira»,

disse 'l maestro mio, «se tu 'l discerni».

Come quando una grossa nebbia spira,

o quando l'emisperio nostro annotta,

par di lungi un molin che 'l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;

poi per lo vento mi ristrinsi retro

al duca mio, ché non lì era altra grotta.

Già era, e con paura il metto in metro,

là dove l'ombre tutte eran coperte,

e trasparien come festuca in vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte,

quella col capo e quella con le piante;

altra, com' arco, il volto a' piè rinverte.

Quando noi fummo fatti tanto avante,

ch'al mio maestro piacque di mostrarmi

la creatura ch'ebbe il bel sembiante,

d'innanzi mi si tolse e fé restarmi,

«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco

ove convien che di fortezza t'armi».

Com' io divenni allor gelato e fioco,

nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,

però ch'ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori' e non rimasi vivo;

pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,

qual io divenni, d'uno e d'altro privo.

Lo 'mperador del doloroso regno

da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;

e più con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia:

vedi oggimai quant' esser dee quel tutto

ch'a così fatta parte si confaccia.

S'el fu sì bel com' elli è ora brutto,

e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,

ben dee da lui procedere ogne lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand' io vidi tre facce a la sua testa!

L'una dinanzi, e quella era vermiglia;

l'altr' eran due, che s'aggiugnieno a questa

sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca e gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di là onde 'l Nilo s'avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand' ali,

quanto si convenia a tanto uccello:

vele di mar non vid' io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

sì che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s'aggelava.

Con sei occhi piangëa, e per tre menti

gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co' denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla

verso 'l graffiar, che talvolta la schiena

rimanea de la pelle tutta brulla.

«Quell' anima là sù c'ha maggior pena»,

disse 'l maestro, «è Giuda Scarïotto,

che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c'hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo è Bruto:

vedi come si storce, e non fa motto!;

e l'altro è Cassio, che par sì membruto.

Ma la notte risurge, e oramai

è da partir, ché tutto avem veduto».

Com' a lui piacque, il collo li avvinghiai;

ed el prese di tempo e loco poste,

e quando l'ali fuoro aperte assai,

appigliò sé a le vellute coste;

di vello in vello giù discese poscia

tra 'l folto pelo e le gelate croste.

Quando noi fummo là dove la coscia

si volge, a punto in sul grosso de l'anche,

lo duca, con fatica e con angoscia,

volse la testa ov' elli avea le zanche,

e aggrappossi al pel com' om che sale,

sì che 'n inferno i' credea tornar anche.

«Attienti ben, ché per cotali scale»,

disse 'l maestro, ansando com' uom lasso,

«conviensi dipartir da tanto male».

Poi uscì fuor per lo fóro d'un sasso

e puose me in su l'orlo a sedere;

appresso porse a me l'accorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere

Lucifero com' io l'avea lasciato,

e vidili le gambe in sù tenere;

e s'io divenni allora travagliato,

la gente grossa il pensi, che non vede

qual è quel punto ch'io avea passato.

«Lèvati sù», disse 'l maestro, «in piede:

la via è lunga e 'l cammino è malvagio,

e già il sole a mezza terza riede».

Non era camminata di palagio

là 'v' eravam, ma natural burella

ch'avea mal suolo e di lume disagio.

«Prima ch'io de l'abisso mi divella,

maestro mio», diss' io quando fui dritto,

«a trarmi d'erro un poco mi favella:

ov' è la ghiaccia? e questi com' è fitto

sì sottosopra? e come, in sì poc' ora,

da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».

Ed elli a me: «Tu imagini ancora

d'esser di là dal centro, ov' io mi presi

al pel del vermo reo che 'l mondo fóra.

Di là fosti cotanto quant' io scesi;

quand' io mi volsi, tu passasti 'l punto

al qual si traggon d'ogne parte i pesi.

E se' or sotto l'emisperio giunto

ch'è contraposto a quel che la gran secca

coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto

fu l'uom che nacque e visse sanza pecca;

tu haï i piedi in su picciola spera

che l'altra faccia fa de la Giudecca.

Qui è da man, quando di là è sera;

e questi, che ne fé scala col pelo,

fitto è ancora sì come prim' era.

Da questa parte cadde giù dal cielo;

e la terra, che pria di qua si sporse,

per paura di lui fé del mar velo,

e venne a l'emisperio nostro; e forse

per fuggir lui lasciò qui loco vòto

quella ch'appar di qua, e sù ricorse».

Luogo è là giù da Belzebù remoto

tanto quanto la tomba si distende,

che non per vista, ma per suono è noto

d'un ruscelletto che quivi discende

per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,

col corso ch'elli avvolge, e poco pende.

Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d'alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch'i' vidi de le cose belle

che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 

[Explicit prima pars Comedie Dantis Alagherii

Dantis Alagherii in qua tractatum est de Inferis]

 

 

 

 

LA DIVINA COMMEDIA

di Dante Alighieri

 

PURGATORIO

 

CANTO I

[Comincia la seconda parte overo cantica de la Comedia di Dante Allaghieri di Firenze, ne la quale parte si purgano li commessi peccati e vizi de' quali l'uomo è confesso e pentuto con animo di sodisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beate genti.]

 

 

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove l'umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d'orïental zaffiro,

che s'accoglieva nel sereno aspetto

del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,

tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta

che m'avea contristati li occhi e 'l petto.

Lo bel pianeto che d'amar conforta

faceva tutto rider l'orïente,

velando i Pesci ch'erano in sua scorta.

I' mi volsi a man destra, e puosi mente

a l'altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch'a la prima gente.

Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:

oh settentrïonal vedovo sito,

poi che privato se' di mirar quelle!

Com' io da loro sguardo fui partito,

un poco me volgendo a l'altro polo,

là onde 'l Carro già era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

che più non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a' suoi capelli simigliante,

de' quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan sì la sua faccia di lume,

ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.

«Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?»,

diss' el, movendo quelle oneste piume.

«Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi d'abisso così rotte?

o è mutato in ciel novo consiglio,

che, dannati, venite a le mie grotte?».

Lo duca mio allor mi diè di piglio,

e con parole e con mani e con cenni

reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio.

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:

donna scese del ciel, per li cui prieghi

de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi

di nostra condizion com' ell' è vera,

esser non puote il mio che a te si nieghi.

Questi non vide mai l'ultima sera;

ma per la sua follia le fu sì presso,

che molto poco tempo a volger era.

Sì com' io dissi, fui mandato ad esso

per lui campare; e non lì era altra via

che questa per la quale i' mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;

e ora intendo mostrar quelli spirti

che purgan sé sotto la tua balìa.

Com' io l'ho tratto, saria lungo a dirti;

de l'alto scende virtù che m'aiuta

conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch'è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,

ché questi vive e Minòs me non lega;

ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,

o santo petto, che per tua la tegni:

per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;

grazie riporterò di te a lei,

se d'esser mentovato là giù degni».

«Marzïa piacque tanto a li occhi miei

mentre ch'i' fu' di là», diss' elli allora,

«che quante grazie volse da me, fei.

Or che di là dal mal fiume dimora,

più muover non mi può, per quella legge

che fatta fu quando me n'usci' fora.

Ma se donna del ciel ti move e regge,

come tu di', non c'è mestier lusinghe:

bastisi ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,

sì ch'ogne sucidume quindi stinghe;

ché non si converria, l'occhio sorpriso

d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

ministro, ch'è di quei di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

là giù colà dove la batte l'onda,

porta di giunchi sovra 'l molle limo:

null' altra pianta che facesse fronda

o indurasse, vi puote aver vita,

però ch'a le percosse non seconda.

Poscia non sia di qua vostra reddita;

lo sol vi mosterrà, che surge omai,

prendere il monte a più lieve salita».

Così sparì; e io sù mi levai

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, ché di qua dichina

questa pianura a' suoi termini bassi».

L'alba vinceva l'ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano

com' om che torna a la perduta strada,

che 'nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là 've la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l'erbetta sparte

soavemente 'l mio maestro pose:

ond' io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver' lui le guance lagrimose;

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l'inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com' altrui piacque:

oh maraviglia! ché qual elli scelse

l'umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l'avelse.

 

CANTO II

[Canto secondo, nel quale tratta  de la prima qualitade cioè dilettazione di vanitade, nel quale peccato inviluppati sono puniti proprio fuori del purgatorio in uno piano, e in persona di costoro nomina il Casella, uomo di corte.]

 

 

Già era 'l sole a l'orizzonte giunto

lo cui meridïan cerchio coverchia

Ierusalèm col suo più alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

sì che le bianche e le vermiglie guance,

là dov' i' era, de la bella Aurora

per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora,

come gente che pensa a suo cammino,

che va col cuore e col corpo dimora.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

giù nel ponente sovra 'l suol marino,

cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,

un lume per lo mar venir sì ratto,

che 'l muover suo nessun volar pareggia.

Dal qual com' io un poco ebbi ritratto

l'occhio per domandar lo duca mio,

rividil più lucente e maggior fatto.

Poi d'ogne lato ad esso m'appario

un non sapeva che bianco, e di sotto

a poco a poco un altro a lui uscìo.

Lo mio maestro ancor non facea motto,

mentre che i primi bianchi apparver ali;

allor che ben conobbe il galeotto,

gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.

Ecco l'angel di Dio: piega le mani;

omai vedrai di sì fatti officiali.

Vedi che sdegna li argomenti umani,

sì che remo non vuol, né altro velo

che l'ali sue, tra liti sì lontani.

Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,

trattando l'aere con l'etterne penne,

che non si mutan come mortal pelo».

Poi, come più e più verso noi venne

l'uccel divino, più chiaro appariva:

per che l'occhio da presso nol sostenne,

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva

con un vasello snelletto e leggero,

tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.

Da poppa stava il celestial nocchiero,

tal che faria beato pur descripto;

e più di cento spirti entro sediero.

'In exitu Isräel de Aegypto'

cantavan tutti insieme ad una voce

con quanto di quel salmo è poscia scripto.

Poi fece il segno lor di santa croce;

ond' ei si gittar tutti in su la piaggia:

ed el sen gì, come venne, veloce.

La turba che rimase lì, selvaggia

parea del loco, rimirando intorno

come colui che nove cose assaggia.

Da tutte parti saettava il giorno

lo sol, ch'avea con le saette conte

di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,

quando la nova gente alzò la fronte

ver' noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,

mostratene la via di gire al monte».

E Virgilio rispuose: «Voi credete

forse che siamo esperti d'esto loco;

ma noi siam peregrin come voi siete.

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,

per altra via, che fu sì aspra e forte,

che lo salire omai ne parrà gioco».

L'anime, che si fuor di me accorte,

per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,

maravigliando diventaro smorte.

E come a messagger che porta ulivo

tragge la gente per udir novelle,

e di calcar nessun si mostra schivo,

così al viso mio s'affisar quelle

anime fortunate tutte quante,

quasi oblïando d'ire a farsi belle.

Io vidi una di lor trarresi avante

per abbracciarmi, con sì grande affetto,

che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!

tre volte dietro a lei le mani avvinsi,

e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;

per che l'ombra sorrise e si ritrasse,

e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch'io posasse;

allor conobbi chi era, e pregai

che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.

Rispuosemi: «Così com' io t'amai

nel mortal corpo, così t'amo sciolta:

però m'arresto; ma tu perché vai?».

«Casella mio, per tornar altra volta

là dov' io son, fo io questo vïaggio»,

diss' io; «ma a te com' è tanta ora tolta?».

Ed elli a me: «Nessun m'è fatto oltraggio,

se quei che leva quando e cui li piace,

più volte m'ha negato esto passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:

veramente da tre mesi elli ha tolto

chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond' io, ch'era ora a la marina vòlto

dove l'acqua di Tevero s'insala,

benignamente fu' da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l'ala,

però che sempre quivi si ricoglie

qual verso Acheronte non si cala».

E io: «Se nuova legge non ti toglie

memoria o uso a l'amoroso canto

che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto

l'anima mia, che, con la sua persona

venendo qui, è affannata tanto!».

'Amor che ne la mente mi ragiona'

cominciò elli allor sì dolcemente,

che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente

ch'eran con lui parevan sì contenti,

come a nessun toccasse altro la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti

a le sue note; ed ecco il veglio onesto

gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?

qual negligenza, quale stare è questo?

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio

ch'esser non lascia a voi Dio manifesto».

Come quando, cogliendo biado o loglio,

li colombi adunati a la pastura,

queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,

se cosa appare ond' elli abbian paura,

subitamente lasciano star l'esca,

perch' assaliti son da maggior cura;

così vid' io quella masnada fresca

lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,

com' om che va, né sa dove rïesca;

né la nostra partita fu men tosta.

 

CANTO III

[Canto III, nel quale si tratta de la seconda qualitade, cioè di coloro che per cagione d'alcuna violenza che ricevettero, tardaro di qui a loro fine a pentersi e confessarsi de' loro falli, sì come sono quelli che muoiono in contumacia di Santa Chiesa scomunicati, li quali sono puniti in quel piano. In essempro di cotali peccatori nomina tra costoro il re Manfredi.]

 

 

Avvegna che la subitana fuga

dispergesse color per la campagna,

rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i' mi ristrinsi a la fida compagna:

e come sare' io sanza lui corso?

chi m'avria tratto su per la montagna?

El mi parea da sé stesso rimorso:

o dignitosa coscïenza e netta,

come t'è picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che l'onestade ad ogn' atto dismaga,

la mente mia, che prima era ristretta,

lo 'ntento rallargò, sì come vaga,

e diedi 'l viso mio incontr' al poggio

che 'nverso 'l ciel più alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

rotto m'era dinanzi a la figura,

ch'avëa in me de' suoi raggi l'appoggio.

Io mi volsi dallato con paura

d'essere abbandonato, quand' io vidi

solo dinanzi a me la terra oscura;

e 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,

a dir mi cominciò tutto rivolto;

«non credi tu me teco e ch'io ti guidi?

Vespero è già colà dov' è sepolto

lo corpo dentro al quale io facea ombra;

Napoli l'ha, e da Brandizio è tolto.

Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,

non ti maravigliar più che d'i cieli

che l'uno a l'altro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli

simili corpi la Virtù dispone

che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.

Matto è chi spera che nostra ragione

possa trascorrer la infinita via

che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria;

e disïar vedeste sanza frutto

tai che sarebbe lor disio quetato,

ch'etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d'Aristotile e di Plato

e di molt' altri»; e qui chinò la fronte,

e più non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a piè del monte;

quivi trovammo la roccia sì erta,

che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,

la più rotta ruina è una scala,

verso di quella, agevole e aperta.

«Or chi sa da qual man la costa cala»,

disse 'l maestro mio fermando 'l passo,

«sì che possa salir chi va sanz' ala?».

E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso

essaminava del cammin la mente,

e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m'apparì una gente

d'anime, che movieno i piè ver' noi,

e non pareva, sì venïan lente.

«Leva», diss' io, «maestro, li occhi tuoi:

ecco di qua chi ne darà consiglio,

se tu da te medesmo aver nol puoi».

Guardò allora, e con libero piglio

rispuose: «Andiamo in là, ch'ei vegnon piano;

e tu ferma la spene, dolce figlio».

Ancora era quel popol di lontano,

i' dico dopo i nostri mille passi,

quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi

de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti

com' a guardar, chi va dubbiando, stassi.

«O ben finiti, o già spiriti eletti»,

Virgilio incominciò, «per quella pace

ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,

ditene dove la montagna giace,

sì che possibil sia l'andare in suso;

ché perder tempo a chi più sa più spiace».

Come le pecorelle escon del chiuso

a una, a due, a tre, e l'altre stanno

timidette atterrando l'occhio e 'l muso;

e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,

addossandosi a lei, s'ella s'arresta,

semplici e quete, e lo 'mperché non sanno;

sì vid' io muovere a venir la testa

di quella mandra fortunata allotta,

pudica in faccia e ne l'andare onesta.

Come color dinanzi vider rotta

la luce in terra dal mio destro canto,

sì che l'ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,

e tutti li altri che venieno appresso,

non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto.

«Sanza vostra domanda io vi confesso

che questo è corpo uman che voi vedete;

per che 'l lume del sole in terra è fesso.

Non vi maravigliate, ma credete

che non sanza virtù che da ciel vegna

cerchi di soverchiar questa parete».

Così 'l maestro; e quella gente degna

«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,

coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incominciò: «Chiunque

tu se', così andando, volgi 'l viso:

pon mente se di là mi vedesti unque».

Io mi volsi ver' lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

Quand' io mi fui umilmente disdetto

d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;

e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;

ond' io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice

de l'onor di Cicilia e d'Aragona,

e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.

Poscia ch'io ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.

Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

avesse in Dio ben letta questa faccia,

l'ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,

dov' e' le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar, l'etterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more

di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,

star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch'elli è stato, trenta,

in sua presunzïon, se tal decreto

più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

come m'hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s'avanza».

 

CANTO IV

[Canto IV, dove si tratta de la soprascritta seconda qualitade, dove si purga chi per negligenza di qui a la morte si tardòe a confessare; tra i quali si nomina il Belacqua, uomo di corte.]

 

 

Quando per dilettanze o ver per doglie,

che alcuna virtù nostra comprenda,

l'anima bene ad essa si raccoglie,

par ch'a nulla potenza più intenda;

e questo è contra quello error che crede

ch'un'anima sovr' altra in noi s'accenda.

E però, quando s'ode cosa o vede

che tegna forte a sé l'anima volta,

vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;

ch'altra potenza è quella che l'ascolta,

e altra è quella c'ha l'anima intera:

questa è quasi legata e quella è sciolta.

Di ciò ebb' io esperïenza vera,

udendo quello spirto e ammirando;

ché ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m'era accorto, quando

venimmo ove quell' anime ad una

gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

Maggiore aperta molte volte impruna

con una forcatella di sue spine

l'uom de la villa quando l'uva imbruna,

che non era la calla onde salìne

lo duca mio, e io appresso, soli,

come da noi la schiera si partìne.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

montasi su in Bismantova e 'n Cacume

con esso i piè; ma qui convien ch'om voli;

dico con l'ale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto

che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro 'l sasso rotto,

e d'ogne lato ne stringea lo stremo,

e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo

de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,

«Maestro mio», diss' io, «che via faremo?».

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;

pur su al monte dietro a me acquista,

fin che n'appaia alcuna scorta saggia».

Lo sommo er' alto che vincea la vista,

e la costa superba più assai

che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:

«O dolce padre, volgiti, e rimira

com' io rimango sol, se non restai».

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,

additandomi un balzo poco in sùe

che da quel lato il poggio tutto gira.

Sì mi spronaron le parole sue,

ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,

tanto che 'l cinghio sotto i piè mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui

vòlti a levante ond' eravam saliti,

che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;

poscia li alzai al sole, e ammirava

che da sinistra n'eravam feriti.

Ben s'avvide il poeta ch'ïo stava

stupido tutto al carro de la luce,

ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond' elli a me: «Se Castore e Poluce

fossero in compagnia di quello specchio

che sù e giù del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodïaco rubecchio

ancora a l'Orse più stretto rotare,

se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come ciò sia, se 'l vuoi poter pensare,

dentro raccolto, imagina Sïòn

con questo monte in su la terra stare

sì, ch'amendue hanno un solo orizzòn

e diversi emisperi; onde la strada

che mal non seppe carreggiar Fetòn,

vedrai come a costui convien che vada

da l'un, quando a colui da l'altro fianco,

se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada».

«Certo, maestro mio», diss' io, «unquanco

non vid' io chiaro sì com' io discerno

là dove mio ingegno parea manco,

che 'l mezzo cerchio del moto superno,

che si chiama Equatore in alcun' arte,

e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,

per la ragion che di', quinci si parte

verso settentrïon, quanto li Ebrei

vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei

quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale

più che salir non posson li occhi miei».

Ed elli a me: «Questa montagna è tale,

che sempre al cominciar di sotto è grave;

e quant' om più va sù, e men fa male.

Però, quand' ella ti parrà soave

tanto, che sù andar ti fia leggero

com' a seconda giù andar per nave,

allor sarai al fin d'esto sentiero;

quivi di riposar l'affanno aspetta.

Più non rispondo, e questo so per vero».

E com' elli ebbe sua parola detta,

una voce di presso sonò: «Forse

che di sedere in pria avrai distretta!».

Al suon di lei ciascun di noi si torse,

e vedemmo a mancina un gran petrone,

del qual né io né ei prima s'accorse.

Là ci traemmo; e ivi eran persone

che si stavano a l'ombra dietro al sasso

come l'uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,

sedeva e abbracciava le ginocchia,

tenendo 'l viso giù tra esse basso.

«O dolce segnor mio», diss' io, «adocchia

colui che mostra sé più negligente

che se pigrizia fosse sua serocchia».

Allor si volse a noi e puose mente,

movendo 'l viso pur su per la coscia,

e disse: «Or va tu sù, che se' valente!».

Conobbi allor chi era, e quella angoscia

che m'avacciava un poco ancor la lena,

non m'impedì l'andare a lui; e poscia

ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena,

dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole

da l'omero sinistro il carro mena?».

Li atti suoi pigri e le corte parole

mosser le labbra mie un poco a riso;

poi cominciai: «Belacqua, a me non dole

di te omai; ma dimmi: perché assiso

quiritto se'? attendi tu iscorta,

o pur lo modo usato t'ha' ripriso?».

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?

ché non mi lascerebbe ire a' martìri

l'angel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel m'aggiri

di fuor da essa, quanto fece in vita,

per ch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazïone in prima non m'aita

che surga sù di cuor che in grazia viva;

l'altra che val, che 'n ciel non è udita?».

E già il poeta innanzi mi saliva,

e dicea: «Vienne omai; vedi ch'è tocco

meridïan dal sole e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco».

 

CANTO V

[Canto V, ove si tratta de la terza qualitade, cioè di coloro che per cagione di vendicarsi d'alcuna ingiuria insino a la morte mettono in non calere di riconoscere sé esser peccatori e soddisfare a Dio; de li quali nomina in persona messer Iacopo di Fano e Bonconte di Montefeltro.]

 

 

Io era già da quell' ombre partito,

e seguitava l'orme del mio duca,

quando di retro a me, drizzando 'l dito,

una gridò: «Ve' che non par che luca

lo raggio da sinistra a quel di sotto,

e come vivo par che si conduca!».

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,

e vidile guardar per maraviglia

pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.

«Perché l'animo tuo tanto s'impiglia»,

disse 'l maestro, «che l'andare allenti?

che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta come torre ferma, che non crolla

già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre l'omo in cui pensier rampolla

sovra pensier, da sé dilunga il segno,

perché la foga l'un de l'altro insolla».

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?

Dissilo, alquanto del color consperso

che fa l'uom di perdon talvolta degno.

E 'ntanto per la costa di traverso

venivan genti innanzi a noi un poco,

cantando 'Miserere' a verso a verso.

Quando s'accorser ch'i' non dava loco

per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,

mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,

corsero incontr' a noi e dimandarne:

«Di vostra condizion fatene saggi».

E 'l mio maestro: «Voi potete andarne

e ritrarre a color che vi mandaro

che 'l corpo di costui è vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,

com' io avviso, assai è lor risposto:

fàccianli onore, ed esser può lor caro».

Vapori accesi non vid' io sì tosto

di prima notte mai fender sereno,

né, sol calando, nuvole d'agosto,

che color non tornasser suso in meno;

e, giunti là, con li altri a noi dier volta,

come schiera che scorre sanza freno.

«Questa gente che preme a noi è molta,

e vegnonti a pregar», disse 'l poeta:

«però pur va, e in andando ascolta».

«O anima che vai per esser lieta

con quelle membra con le quai nascesti»,

venian gridando, «un poco il passo queta.

Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,

sì che di lui di là novella porti:

deh, perché vai? deh, perché non t'arresti?

Noi fummo tutti già per forza morti,

e peccatori infino a l'ultima ora;

quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora

di vita uscimmo a Dio pacificati,

che del disio di sé veder n'accora».

E io: «Perché ne' vostri visi guati,

non riconosco alcun; ma s'a voi piace

cosa ch'io possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io farò per quella pace

che, dietro a' piedi di sì fatta guida,

di mondo in mondo cercar mi si face».

E uno incominciò: «Ciascun si fida

del beneficio tuo sanza giurarlo,

pur che 'l voler nonpossa non ricida.

Ond' io, che solo innanzi a li altri parlo,

ti priego, se mai vedi quel paese

che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese

in Fano, sì che ben per me s'adori

pur ch'i' possa purgar le gravi offese.

Quindi fu' io; ma li profondi fóri

ond' uscì 'l sangue in sul quale io sedea,

fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov' io più sicuro esser credea:

quel da Esti il fé far, che m'avea in ira

assai più là che dritto non volea.

Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,

quando fu' sovragiunto ad Orïaco,

ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco

m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid' io

de le mie vene farsi in terra laco».

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio

si compia che ti tragge a l'alto monte,

con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;

Giovanna o altri non ha di me cura;

per ch'io vo tra costor con bassa fronte».

E io a lui: «Qual forza o qual ventura

ti travïò sì fuor di Campaldino,

che non si seppe mai tua sepultura?».

«Oh!», rispuos' elli, «a piè del Casentino

traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,

che sovra l'Ermo nasce in Apennino.

Là 've 'l vocabol suo diventa vano,

arriva' io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini', e quivi

caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu 'l ridì tra ' vivi:

l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno

gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l'etterno

per una lagrimetta che 'l mi toglie;

ma io farò de l'altro altro governo!".

Ben sai come ne l'aere si raccoglie

quell' umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove 'l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento

per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come 'l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,

sì che 'l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde, e a' fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver' lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse

ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse».

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via»,

seguitò 'l terzo spirito al secondo,

«ricorditi di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che 'nnanellata pria

disposando m'avea con la sua gemma».

 

CANTO VI

[Canto VI, dove si tratta di quella medesima qualitade, dove si purga la predetta mala volontà di vendicare la 'ngiuria, e per questo si ritarda sua confessione, e dove truova e nomina Sordella da Mantua.]

 

 

Quando si parte il gioco de la zara,

colui che perde si riman dolente,

repetendo le volte, e tristo impara;

con l'altro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

e qual dallato li si reca a mente;

el non s'arresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, più non fa pressa;

e così da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro, e qua e là, la faccia,

e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv' era l'Aretin che da le braccia

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

e l'altro ch'annegò correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte

Federigo Novello, e quel da Pisa

che fé parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e l'anima divisa

dal corpo suo per astio e per inveggia,

com' e' dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

mentr' è di qua, la donna di Brabante,

sì che però non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante

quell' ombre che pregar pur ch'altri prieghi,

sì che s'avacci lor divenir sante,

io cominciai: «El par che tu mi nieghi,

o luce mia, espresso in alcun testo

che decreto del cielo orazion pieghi;

e questa gente prega pur di questo:

sarebbe dunque loro speme vana,

o non m'è 'l detto tuo ben manifesto?».

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;

e la speranza di costor non falla,

se ben si guarda con la mente sana;

ché cima di giudicio non s'avvalla

perché foco d'amor compia in un punto

ciò che de' sodisfar chi qui s'astalla;

e là dov' io fermai cotesto punto,

non s'ammendava, per pregar, difetto,

perché 'l priego da Dio era disgiunto.

Veramente a così alto sospetto

non ti fermar, se quella nol ti dice

che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.

Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;

tu la vedrai di sopra, in su la vetta

di questo monte, ridere e felice».

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,

ché già non m'affatico come dianzi,

e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta».

«Noi anderem con questo giorno innanzi»,

rispuose, «quanto più potremo omai;

ma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi.

Prima che sie là sù, tornar vedrai

colui che già si cuopre de la costa,

sì che ' suoi raggi tu romper non fai.

Ma vedi là un'anima che, posta

sola soletta, inverso noi riguarda:

quella ne 'nsegnerà la via più tosta».

Venimmo a lei: o anima lombarda,

come ti stavi altera e disdegnosa

e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicëa alcuna cosa,

ma lasciavane gir, solo sguardando

a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

che ne mostrasse la miglior salita;

e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita

ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava

«Mantüa...», e l'ombra, tutta in sé romita,

surse ver' lui del loco ove pria stava,

dicendo: «O Mantoano, io son Sordello

de la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

Quell' anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode

di quei ch'un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s'alcuna parte in te di pace gode.

Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vòta?

Sanz' esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta da li sproni,

poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch'abbandoni

costei ch'è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia

sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!

Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com' è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m'accompagne?».

Vieni a veder la gente quanto s'ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m'è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che ne l'abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto de l'accorger nostro scisso?

Ché le città d'Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

mercé del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a l'arco;

ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!».

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace e tu con senno!

S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno

l'antiche leggi e furon sì civili,

fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, ch'a mezzo novembre

non giugne quel che tu d'ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato, e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

 

CANTO VII

[Canto VII, dove si purga la quarta qualitade di coloro che, per propria negligenza, di die in die di qui all'ultimo giorno di loro vita tardaro indebitamente loro confessione; li quali si purgano in uno vallone intra fiori ed erbe; dove nomina il re Carlo e molti altri.]

 

 

Poscia che l'accoglienze oneste e liete

furo iterate tre e quattro volte,

Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».

«Anzi che a questo monte fosser volte

l'anime degne di salire a Dio,

fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null' altro rio

lo ciel perdei che per non aver fé».

Così rispuose allora il duca mio.

Qual è colui che cosa innanzi sé

sùbita vede ond' e' si maraviglia,

che crede e non, dicendo «Ella è... non è...»,

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,

e umilmente ritornò ver' lui,

e abbracciòl là 've 'l minor s'appiglia.

«O gloria di Latin», disse, «per cui

mostrò ciò che potea la lingua nostra,

o pregio etterno del loco ond' io fui,

qual merito o qual grazia mi ti mostra?

S'io son d'udir le tue parole degno,

dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra».

«Per tutt' i cerchi del dolente regno»,

rispuose lui, «son io di qua venuto;

virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.

Non per far, ma per non fare ho perduto

a veder l'alto Sol che tu disiri

e che fu tardi per me conosciuto.

Luogo è là giù non tristo di martìri,

ma di tenebre solo, ove i lamenti

non suonan come guai, ma son sospiri.

Quivi sto io coi pargoli innocenti

dai denti morsi de la morte avante

che fosser da l'umana colpa essenti;

quivi sto io con quei che le tre sante

virtù non si vestiro, e sanza vizio

conobber l'altre e seguir tutte quante.

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio

dà noi per che venir possiam più tosto

là dove purgatorio ha dritto inizio».

Rispuose: «Loco certo non c'è posto;

licito m'è andar suso e intorno;

per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.

Ma vedi già come dichina il giorno,

e andar sù di notte non si puote;

però è buon pensar di bel soggiorno.

Anime sono a destra qua remote;

se mi consenti, io ti merrò ad esse,

e non sanza diletto ti fier note».

«Com' è ciò?», fu risposto. «Chi volesse

salir di notte, fora elli impedito

d'altrui, o non sarria ché non potesse?».

E 'l buon Sordello in terra fregò 'l dito,

dicendo: «Vedi? sola questa riga

non varcheresti dopo 'l sol partito:

non però ch'altra cosa desse briga,

che la notturna tenebra, ad ir suso;

quella col nonpoder la voglia intriga.

Ben si poria con lei tornare in giuso

e passeggiar la costa intorno errando,

mentre che l'orizzonte il dì tien chiuso».

Allora il mio segnor, quasi ammirando,

«Menane», disse, «dunque là 've dici

ch'aver si può diletto dimorando».

Poco allungati c'eravam di lici,

quand' io m'accorsi che 'l monte era scemo,

a guisa che i vallon li sceman quici.

«Colà», disse quell' ombra, «n'anderemo

dove la costa face di sé grembo;

e là il novo giorno attenderemo».

Tra erto e piano era un sentiero schembo,

che ne condusse in fianco de la lacca,

là dove più ch'a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,

indaco, legno lucido e sereno,

fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,

da l'erba e da li fior, dentr' a quel seno

posti, ciascun saria di color vinto,

come dal suo maggiore è vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,

ma di soavità di mille odori

vi facea uno incognito e indistinto.

'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori

quindi seder cantando anime vidi,

che per la valle non parean di fuori.

«Prima che 'l poco sole omai s'annidi»,

cominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti,

«tra color non vogliate ch'io vi guidi.

Di questo balzo meglio li atti e ' volti

conoscerete voi di tutti quanti,

che ne la lama giù tra essi accolti.

Colui che più siede alto e fa sembianti

d'aver negletto ciò che far dovea,

e che non move bocca a li altrui canti,

Rodolfo imperador fu, che potea

sanar le piaghe c'hanno Italia morta,

sì che tardi per altri si ricrea.

L'altro che ne la vista lui conforta,

resse la terra dove l'acqua nasce

che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce

fu meglio assai che Vincislao suo figlio

barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

E quel nasetto che stretto a consiglio

par con colui c'ha sì benigno aspetto,

morì fuggendo e disfiorando il giglio:

guardate là come si batte il petto!

L'altro vedete c'ha fatto a la guancia

de la sua palma, sospirando, letto.

Padre e suocero son del mal di Francia:

sanno la vita sua viziata e lorda,

e quindi viene il duol che sì li lancia.

Quel che par sì membruto e che s'accorda,

cantando, con colui dal maschio naso,

d'ogne valor portò cinta la corda;

e se re dopo lui fosse rimaso

lo giovanetto che retro a lui siede,

ben andava il valor di vaso in vaso,

che non si puote dir de l'altre rede;

Iacomo e Federigo hanno i reami;

del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risurge per li rami

l'umana probitate; e questo vole

quei che la dà, perché da lui si chiami.

Anche al nasuto vanno mie parole

non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,

onde Puglia e Proenza già si dole.

Tant' è del seme suo minor la pianta,

quanto, più che Beatrice e Margherita,

Costanza di marito ancor si vanta.

Vedete il re de la semplice vita

seder là solo, Arrigo d'Inghilterra:

questi ha ne' rami suoi migliore uscita.

Quel che più basso tra costor s'atterra,

guardando in suso, è Guiglielmo marchese,

per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese».

 

CANTO VIII

[Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cioè di coloro che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e massimalmente per non ritrarre le mani da l'utilità de la pecunia, si tardaro a confessare di qui a l'ultima ora di loro vita e non facendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e Currado marchese Malespini.]

 

 

Era già l'ora che volge il disio

ai navicanti e 'ntenerisce il core

lo dì c'han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d'amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;

quand' io incominciai a render vano

l'udire e a mirare una de l'alme

surta, che l'ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levò ambo le palme,

ficcando li occhi verso l'orïente,

come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.

'Te lucis ante' sì devotamente

le uscìo di bocca e con sì dolci note,

che fece me a me uscir di mente;

e l'altre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto l'inno intero,

avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

ché 'l velo è ora ben tanto sottile,

certo che 'l trapassar dentro è leggero.

Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sùe,

quasi aspettando, palido e umìle;

e vidi uscir de l'alto e scender giùe

due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

percosse traean dietro e ventilate.

L'un poco sovra noi a star si venne,

e l'altro scese in l'opposita sponda,

sì che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernëa in lor la testa bionda;

ma ne la faccia l'occhio si smarria,

come virtù ch'a troppo si confonda.

«Ambo vegnon del grembo di Maria»,

disse Sordello, «a guardia de la valle,

per lo serpente che verrà vie via».

Ond' io, che non sapeva per qual calle,

mi volsi intorno, e stretto m'accostai,

tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: «Or avvalliamo omai

tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

grazïoso fia lor vedervi assai».

Solo tre passi credo ch'i' scendesse,

e fui di sotto, e vidi un che mirava

pur me, come conoscer mi volesse.

Temp' era già che l'aere s'annerava,

ma non sì che tra li occhi suoi e ' miei

non dichiarisse ciò che pria serrava.

Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

quando ti vidi non esser tra ' rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimandò: «Quant' è che tu venisti

a piè del monte per le lontane acque?».

«Oh!», diss' io lui, «per entro i luoghi tristi

venni stamane, e sono in prima vita,

ancor che l'altra, sì andando, acquisti».

E come fu la mia risposta udita,

Sordello ed elli in dietro si raccolse

come gente di sùbito smarrita.

L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse

che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!

vieni a veder che Dio per grazia volse».

Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado

che tu dei a colui che sì nasconde

lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,

dì a Giovanna mia che per me chiami

là dove a li 'nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più m'ami,

poscia che trasmutò le bianche bende,

le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende

quanto in femmina foco d'amor dura,

se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.

Non le farà sì bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

com' avria fatto il gallo di Gallura».

Così dicea, segnato de la stampa,

nel suo aspetto, di quel dritto zelo

che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

pur là dove le stelle son più tarde,

sì come rota più presso a lo stelo.

E 'l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».

E io a lui: «A quelle tre facelle

di che 'l polo di qua tutto quanto arde».

Ond' elli a me: «Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di là basse,

e queste son salite ov' eran quelle».

Com' ei parlava, e Sordello a sé il trasse

dicendo: «Vedi là 'l nostro avversaro»;

e drizzò il dito perché 'n là guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo

la picciola vallea, era una biscia,

forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l'erba e ' fior venìa la mala striscia,

volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso

leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e però dicer non posso,

come mosser li astor celestïali;

ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.

Sentendo fender l'aere a le verdi ali,

fuggì 'l serpente, e li angeli dier volta,

suso a le poste rivolando iguali.

L'ombra che s'era al giudice raccolta

quando chiamò, per tutto quello assalto

punto non fu da me guardare sciolta.

«Se la lucerna che ti mena in alto

truovi nel tuo arbitrio tanta cera

quant' è mestiere infino al sommo smalto»,

cominciò ella, «se novella vera

di Val di Magra o di parte vicina

sai, dillo a me, che già grande là era.

Fui chiamato Currado Malaspina;

non son l'antico, ma di lui discesi;

a' miei portai l'amor che qui raffina».

«Oh!», diss' io lui, «per li vostri paesi

già mai non fui; ma dove si dimora

per tutta Europa ch'ei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,

grida i segnori e grida la contrada,

sì che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s'io di sopra vada,

che vostra gente onrata non si sfregia

del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura sì la privilegia,

che, perché il capo reo il mondo torca,

sola va dritta e 'l mal cammin dispregia».

Ed elli: «Or va; che 'l sol non si ricorca

sette volte nel letto che 'l Montone

con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinïone

ti fia chiavata in mezzo de la testa

con maggior chiovi che d'altrui sermone,

se corso di giudicio non s'arresta».

 

CANTO IX

[Canto IX, nel quale pone l'auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l'entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l'entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.]

 

 

La concubina di Titone antico

già s'imbiancava al balco d'orïente,

fuor de le braccia del suo dolce amico;

di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;

e la notte, de' passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov' eravamo,

e 'l terzo già chinava in giuso l'ale;

quand' io, che meco avea di quel d'Adamo,

vinto dal sonno, in su l'erba inchinai

là 've già tutti e cinque sedavamo.

Ne l'ora che comincia i tristi lai

la rondinella presso a la mattina,

forse a memoria de' suo' primi guai,

e che la mente nostra, peregrina

più da la carne e men da' pensier presa,

a le sue visïon quasi è divina,

in sogno mi parea veder sospesa

un'aguglia nel ciel con penne d'oro,

con l'ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea là dove fuoro

abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: 'Forse questa fiede

pur qui per uso, e forse d'altro loco

disdegna di portarne suso in piede'.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,

terribil come folgor discendesse,

e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;

e sì lo 'ncendio imaginato cosse,

che convenne che 'l sonno si rompesse.

Non altrimenti Achille si riscosse,

li occhi svegliati rivolgendo in giro

e non sappiendo là dove si fosse,

quando la madre da Chirón a Schiro

trafuggò lui dormendo in le sue braccia,

là onde poi li Greci il dipartiro;

che mi scoss' io, sì come da la faccia

mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,

come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.

Dallato m'era solo il mio conforto,

e 'l sole er' alto già più che due ore,

e 'l viso m'era a la marina torto.

«Non aver tema», disse il mio segnore;

«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;

non stringer, ma rallarga ogne vigore.

Tu se' omai al purgatorio giunto:

vedi là il balzo che 'l chiude dintorno;

vedi l'entrata là 've par digiunto.

Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,

quando l'anima tua dentro dormia,

sovra li fiori ond' è là giù addorno

venne una donna, e disse: "I' son Lucia;

lasciatemi pigliar costui che dorme;

sì l'agevolerò per la sua via".

Sordel rimase e l'altre genti forme;

ella ti tolse, e come 'l dì fu chiaro,

sen venne suso; e io per le sue orme.

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro

li occhi suoi belli quella intrata aperta;

poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro».

A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta

e che muta in conforto sua paura,

poi che la verità li è discoperta,

mi cambia' io; e come sanza cura

vide me 'l duca mio, su per lo balzo

si mosse, e io di rietro inver' l'altura.

Lettor, tu vedi ben com' io innalzo

la mia matera, e però con più arte

non ti maravigliar s'io la rincalzo.

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte

che là dove pareami prima rotto,

pur come un fesso che muro diparte,

vidi una porta, e tre gradi di sotto

per gire ad essa, di color diversi,

e un portier ch'ancor non facea motto.

E come l'occhio più e più v'apersi,

vidil seder sovra 'l grado sovrano,

tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;

e una spada nuda avëa in mano,

che reflettëa i raggi sì ver' noi,

ch'io dirizzava spesso il viso in vano.

«Dite costinci: che volete voi?»,

cominciò elli a dire, «ov' è la scorta?

Guardate che 'l venir sù non vi nòi».

«Donna del ciel, di queste cose accorta»,

rispuose 'l mio maestro a lui, «pur dianzi

ne disse: "Andate là: quivi è la porta"».

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,

ricominciò il cortese portinaio:

«Venite dunque a' nostri gradi innanzi».

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio

bianco marmo era sì pulito e terso,

ch'io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto più che perso,

d'una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,

porfido mi parea, sì fiammeggiante

come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenëa ambo le piante

l'angel di Dio sedendo in su la soglia

che mi sembiava pietra di diamante.

Per li tre gradi sù di buona voglia

mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi

umilemente che 'l serrame scioglia».

Divoto mi gittai a' santi piedi;

misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,

ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse

col punton de la spada, e «Fa che lavi,

quando se' dentro, queste piaghe» disse.

Cenere, o terra che secca si cavi,

d'un color fora col suo vestimento;

e di sotto da quel trasse due chiavi.

L'una era d'oro e l'altra era d'argento;

pria con la bianca e poscia con la gialla

fece a la porta sì, ch'i' fu' contento.

«Quandunque l'una d'este chiavi falla,

che non si volga dritta per la toppa»,

diss' elli a noi, «non s'apre questa calla.

Più cara è l'una; ma l'altra vuol troppa

d'arte e d'ingegno avanti che diserri,

perch' ella è quella che 'l nodo digroppa.

Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri

anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,

pur che la gente a' piedi mi s'atterri».

Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,

dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti

che di fuor torna chi 'n dietro si guata».

E quando fuor ne' cardini distorti

li spigoli di quella regge sacra,

che di metallo son sonanti e forti,

non rugghiò sì né si mostrò sì acra

Tarpëa, come tolto le fu il buono

Metello, per che poi rimase macra.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,

e 'Te Deum laudamus' mi parea

udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea

ciò ch'io udiva, qual prender si suole

quando a cantar con organi si stea;

ch'or sì or no s'intendon le parole.

 

CANTO X

[Canto X, dove si tratta del primo girone del proprio purgatorio, il quale luogo discrive l'auttore sotto certi intagli d'antiche imagini; e qui si purga la colpa de la superbia.]

 

 

Poi fummo dentro al soglio de la porta

che 'l mal amor de l'anime disusa,

perché fa parer dritta la via torta,

sonando la senti' esser richiusa;

e s'io avesse li occhi vòlti ad essa,

qual fora stata al fallo degna scusa?

Noi salavam per una pietra fessa,

che si moveva e d'una e d'altra parte,

sì come l'onda che fugge e s'appressa.

«Qui si conviene usare un poco d'arte»,

cominciò 'l duca mio, «in accostarsi

or quinci, or quindi al lato che si parte».

E questo fece i nostri passi scarsi,

tanto che pria lo scemo de la luna

rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

che noi fossimo fuor di quella cruna;

ma quando fummo liberi e aperti

sù dove il monte in dietro si rauna,

ïo stancato e amendue incerti

di nostra via, restammo in su un piano

solingo più che strade per diserti.

Da la sua sponda, ove confina il vano,

al piè de l'alta ripa che pur sale,

misurrebbe in tre volte un corpo umano;

e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,

or dal sinistro e or dal destro fianco,

questa cornice mi parea cotale.

Là sù non eran mossi i piè nostri anco,

quand' io conobbi quella ripa intorno

che dritto di salita aveva manco,

esser di marmo candido e addorno

d'intagli sì, che non pur Policleto,

ma la natura lì avrebbe scorno.

L'angel che venne in terra col decreto

de la molt' anni lagrimata pace,

ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,

dinanzi a noi pareva sì verace

quivi intagliato in un atto soave,

che non sembiava imagine che tace.

Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';

perché iv' era imaginata quella

ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;

e avea in atto impressa esta favella

'Ecce ancilla Deï', propriamente

come figura in cera si suggella.

«Non tener pur ad un loco la mente»,

disse 'l dolce maestro, che m'avea

da quella parte onde 'l cuore ha la gente.

Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea

di retro da Maria, da quella costa

onde m'era colui che mi movea,

un'altra storia ne la roccia imposta;

per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,

acciò che fosse a li occhi miei disposta.

Era intagliato lì nel marmo stesso

lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,

per che si teme officio non commesso.

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,

partita in sette cori, a' due mie' sensi

faceva dir l'un 'No', l'altro 'Sì, canta'.

Similemente al fummo de li 'ncensi

che v'era imaginato, li occhi e 'l naso

e al sì e al no discordi fensi.

Lì precedeva al benedetto vaso,

trescando alzato, l'umile salmista,

e più e men che re era in quel caso.

Di contra, effigïata ad una vista

d'un gran palazzo, Micòl ammirava

sì come donna dispettosa e trista.

I' mossi i piè del loco dov' io stava,

per avvisar da presso un'altra istoria,

che di dietro a Micòl mi biancheggiava.

Quiv' era storïata l'alta gloria

del roman principato, il cui valore

mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

i' dico di Traiano imperadore;

e una vedovella li era al freno,

di lagrime atteggiata e di dolore.

Intorno a lui parea calcato e pieno

di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro

sovr' essi in vista al vento si movieno.

La miserella intra tutti costoro

pareva dir: «Segnor, fammi vendetta

di mio figliuol ch'è morto, ond' io m'accoro»;

ed elli a lei rispondere: «Or aspetta

tanto ch'i' torni»; e quella: «Segnor mio»,

come persona in cui dolor s'affretta,

«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov' io,

la ti farà»; ed ella: «L'altrui bene

a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?»;

ond' elli: «Or ti conforta; ch'ei convene

ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:

giustizia vuole e pietà mi ritene».

Colui che mai non vide cosa nova

produsse esto visibile parlare,

novello a noi perché qui non si trova.

Mentr' io mi dilettava di guardare

l'imagini di tante umilitadi,

e per lo fabbro loro a veder care,

«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,

mormorava il poeta, «molte genti:

questi ne 'nvïeranno a li alti gradi».

Li occhi miei, ch'a mirare eran contenti

per veder novitadi ond' e' son vaghi,

volgendosi ver' lui non furon lenti.

Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi

di buon proponimento per udire

come Dio vuol che 'l debito si paghi.

Non attender la forma del martìre:

pensa la succession; pensa ch'al peggio

oltre la gran sentenza non può ire.

Io cominciai: «Maestro, quel ch'io veggio

muovere a noi, non mi sembian persone,

e non so che, sì nel veder vaneggio».

Ed elli a me: «La grave condizione

di lor tormento a terra li rannicchia,

sì che ' miei occhi pria n'ebber tencione.

Ma guarda fiso là, e disviticchia

col viso quel che vien sotto a quei sassi:

già scorger puoi come ciascun si picchia».

O superbi cristian, miseri lassi,

che, de la vista de la mente infermi,

fidanza avete ne' retrosi passi,

non v'accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l'angelica farfalla,

che vola a la giustizia sanza schermi?

Di che l'animo vostro in alto galla,

poi siete quasi antomata in difetto,

sì come vermo in cui formazion falla?

Come per sostentar solaio o tetto,

per mensola talvolta una figura

si vede giugner le ginocchia al petto,

la qual fa del non ver vera rancura

nascere 'n chi la vede; così fatti

vid' io color, quando puosi ben cura.

Vero è che più e meno eran contratti

secondo ch'avien più e meno a dosso;

e qual più pazïenza avea ne li atti,

piangendo parea dicer: 'Più non posso'.

 

CANTO XI

[Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de' superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch'è uno de' rami de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.]

 

 

«O Padre nostro, che ne' cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch'ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore

da ogne creatura, com' è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver' noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de' suoi.

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s'affanna.

E come noi lo mal ch'avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s'adona,

non spermentar con l'antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.

Quest' ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro».

Così a sé e noi buona ramogna

quell' ombre orando, andavan sotto 'l pondo,

simile a quel che talvolta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo

e lasse su per la prima cornice,

purgando la caligine del mondo.

Se di là sempre ben per noi si dice,

di qua che dire e far per lor si puote

da quei c'hanno al voler buona radice?

Ben si de' loro atar lavar le note

che portar quinci, sì che, mondi e lievi,

possano uscire a le stellate ruote.

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi

tosto, sì che possiate muover l'ala,

che secondo il disio vostro vi lievi,

mostrate da qual mano inver' la scala

si va più corto; e se c'è più d'un varco,

quel ne 'nsegnate che men erto cala;

ché questi che vien meco, per lo 'ncarco

de la carne d'Adamo onde si veste,

al montar sù, contra sua voglia, è parco».

Le lor parole, che rendero a queste

che dette avea colui cu' io seguiva,

non fur da cui venisser manifeste;

ma fu detto: «A man destra per la riva

con noi venite, e troverete il passo

possibile a salir persona viva.

E s'io non fossi impedito dal sasso

che la cervice mia superba doma,

onde portar convienmi il viso basso,

cotesti, ch'ancor vive e non si noma,

guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,

e per farlo pietoso a questa soma.

Io fui latino e nato d'un gran Tosco:

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

non so se 'l nome suo già mai fu vosco.

L'antico sangue e l'opere leggiadre

d'i miei maggior mi fer sì arrogante,

che, non pensando a la comune madre,

ogn' uomo ebbi in despetto tanto avante,

ch'io ne mori', come i Sanesi sanno,

e sallo in Campagnatico ogne fante.

Io sono Omberto; e non pur a me danno

superbia fa, ché tutti miei consorti

ha ella tratti seco nel malanno.

E qui convien ch'io questo peso porti

per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti».

Ascoltando chinai in giù la faccia;

e un di lor, non questi che parlava,

si torse sotto il peso che li 'mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,

tenendo li occhi con fatica fisi

a me che tutto chin con loro andava.

«Oh!», diss' io lui, «non se' tu Oderisi,

l'onor d'Agobbio e l'onor di quell' arte

ch'alluminar chiamata è in Parisi?».

«Frate», diss' elli, «più ridon le carte

che pennelleggia Franco Bolognese;

l'onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ben non sare' io stato sì cortese

mentre ch'io vissi, per lo gran disio

de l'eccellenza ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;

e ancor non sarei qui, se non fosse

che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

Oh vana gloria de l'umane posse!

com' poco verde in su la cima dura,

se non è giunta da l'etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura.

Così ha tolto l'uno a l'altro Guido

la gloria de la lingua; e forse è nato

chi l'uno e l'altro caccerà del nido.

Non è il mondan romore altro ch'un fiato

di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato.

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',

pria che passin mill' anni? ch'è più corto

spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia

al cerchio che più tardi in cielo è torto.

Colui che del cammin sì poco piglia

dinanzi a me, Toscana sonò tutta;

e ora a pena in Siena sen pispiglia,

ond' era sire quando fu distrutta

la rabbia fiorentina, che superba

fu a quel tempo sì com' ora è putta.

La vostra nominanza è color d'erba,

che viene e va, e quei la discolora

per cui ella esce de la terra acerba».

E io a lui: «Tuo vero dir m'incora

bona umiltà, e gran tumor m'appiani;

ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;

ed è qui perché fu presuntüoso

a recar Siena tutta a le sue mani.

Ito è così e va, sanza riposo,

poi che morì; cotal moneta rende

a sodisfar chi è di là troppo oso».

E io: «Se quello spirito ch'attende,

pria che si penta, l'orlo de la vita,

qua giù dimora e qua sù non ascende,

se buona orazïon lui non aita,

prima che passi tempo quanto visse,

come fu la venuta lui largita?».

«Quando vivea più glorïoso», disse,

«liberamente nel Campo di Siena,

ogne vergogna diposta, s'affisse;

e lì, per trar l'amico suo di pena,

ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,

si condusse a tremar per ogne vena.

Più non dirò, e scuro so che parlo;

ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini

faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest' opera li tolse quei confini».

 

CANTO XII

[Canto XII, ove si tratta del secondo girone dove si sono intagliate certe imagini antiche de' superbi; e quivi si puniscono li superbi medesimi.]

 

 

Di pari, come buoi che vanno a giogo,

m'andava io con quell' anima carca,

fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.

Ma quando disse: «Lascia lui e varca;

ché qui è buono con l'ali e coi remi,

quantunque può, ciascun pinger sua barca»;

dritto sì come andar vuolsi rife'mi

con la persona, avvegna che i pensieri

mi rimanessero e chinati e scemi.

Io m'era mosso, e seguia volontieri

del mio maestro i passi, e amendue

già mostravam com' eravam leggeri;

ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:

buon ti sarà, per tranquillar la via,

veder lo letto de le piante tue».

Come, perché di lor memoria sia,

sovra i sepolti le tombe terragne

portan segnato quel ch'elli eran pria,

onde lì molte volte si ripiagne

per la puntura de la rimembranza,

che solo a' pïi dà de le calcagne;

sì vid' io lì, ma di miglior sembianza

secondo l'artificio, figurato

quanto per via di fuor del monte avanza.

Vedea colui che fu nobil creato

più ch'altra creatura, giù dal cielo

folgoreggiando scender, da l'un lato.

Vedëa Brïareo fitto dal telo

celestïal giacer, da l'altra parte,

grave a la terra per lo mortal gelo.

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,

armati ancora, intorno al padre loro,

mirar le membra d'i Giganti sparte.

Vedea Nembròt a piè del gran lavoro

quasi smarrito, e riguardar le genti

che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro.

O Nïobè, con che occhi dolenti

vedea io te segnata in su la strada,

tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!

O Saùl, come in su la propria spada

quivi parevi morto in Gelboè,

che poi non sentì pioggia né rugiada!

O folle Aragne, sì vedea io te

già mezza ragna, trista in su li stracci

de l'opera che mal per te si fé.

O Roboàm, già non par che minacci

quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento

nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.

Mostrava ancor lo duro pavimento

come Almeon a sua madre fé caro

parer lo sventurato addornamento.

Mostrava come i figli si gittaro

sovra Sennacherìb dentro dal tempio,

e come, morto lui, quivi il lasciaro.

Mostrava la ruina e 'l crudo scempio

che fé Tamiri, quando disse a Ciro:

«Sangue sitisti, e io di sangue t'empio».

Mostrava come in rotta si fuggiro

li Assiri, poi che fu morto Oloferne,

e anche le reliquie del martiro.

Vedeva Troia in cenere e in caverne;

o Ilïón, come te basso e vile

mostrava il segno che lì si discerne!

Qual di pennel fu maestro o di stile

che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi

mirar farieno uno ingegno sottile?

Morti li morti e i vivi parean vivi:

non vide mei di me chi vide il vero,

quant' io calcai, fin che chinato givi.

Or superbite, e via col viso altero,

figliuoli d'Eva, e non chinate il volto

sì che veggiate il vostro mal sentero!

Più era già per noi del monte vòlto

e del cammin del sole assai più speso

che non stimava l'animo non sciolto,

quando colui che sempre innanzi atteso

andava, cominciò: «Drizza la testa;

non è più tempo di gir sì sospeso.

Vedi colà un angel che s'appresta

per venir verso noi; vedi che torna

dal servigio del dì l'ancella sesta.

Di reverenza il viso e li atti addorna,

sì che i diletti lo 'nvïarci in suso;

pensa che questo dì mai non raggiorna!».

Io era ben del suo ammonir uso

pur di non perder tempo, sì che 'n quella

materia non potea parlarmi chiuso.

A noi venìa la creatura bella,

biancovestito e ne la faccia quale

par tremolando mattutina stella.

Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;

disse: «Venite: qui son presso i gradi,

e agevolemente omai si sale.

A questo invito vegnon molto radi:

o gente umana, per volar sù nata,

perché a poco vento così cadi?».

Menocci ove la roccia era tagliata;

quivi mi batté l'ali per la fronte;

poi mi promise sicura l'andata.

Come a man destra, per salire al monte

dove siede la chiesa che soggioga

la ben guidata sopra Rubaconte,

si rompe del montar l'ardita foga

per le scalee che si fero ad etade

ch'era sicuro il quaderno e la doga;

così s'allenta la ripa che cade

quivi ben ratta da l'altro girone;

ma quinci e quindi l'alta pietra rade.

Noi volgendo ivi le nostre persone,

'Beati pauperes spiritu!' voci

cantaron sì, che nol diria sermone.

Ahi quanto son diverse quelle foci

da l'infernali! ché quivi per canti

s'entra, e là giù per lamenti feroci.

Già montavam su per li scaglion santi,

ed esser mi parea troppo più lieve

che per lo pian non mi parea davanti.

Ond' io: «Maestro, dì, qual cosa greve

levata s'è da me, che nulla quasi

per me fatica, andando, si riceve?».

Rispuose: «Quando i P che son rimasi

ancor nel volto tuo presso che stinti,

saranno, com' è l'un, del tutto rasi,

fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,

che non pur non fatica sentiranno,

ma fia diletto loro esser sù pinti».

Allor fec' io come color che vanno

con cosa in capo non da lor saputa,

se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;

per che la mano ad accertar s'aiuta,

e cerca e truova e quello officio adempie

che non si può fornir per la veduta;

e con le dita de la destra scempie

trovai pur sei le lettere che 'ncise

quel da le chiavi a me sovra le tempie:

a che guardando, il mio duca sorrise.

 

CANTO XIII

[Canto XIII, dove si tratta del sopradetto girone secondo, e quivi si punisce la colpa della invidia; dove nomina madonna Sapìa, moglie di messer Viviano de' Ghinibaldi da Siena, e molti altri.]

 

 

Noi eravamo al sommo de la scala,

dove secondamente si risega

lo monte che salendo altrui dismala.

Ivi così una cornice lega

dintorno il poggio, come la primaia;

se non che l'arco suo più tosto piega.

Ombra non lì è né segno che si paia:

parsi la ripa e parsi la via schietta

col livido color de la petraia.

«Se qui per dimandar gente s'aspetta»,

ragionava il poeta, «io temo forse

che troppo avrà d'indugio nostra eletta».

Poi fisamente al sole li occhi porse;

fece del destro lato a muover centro,

e la sinistra parte di sé torse.

«O dolce lume a cui fidanza i' entro

per lo novo cammin, tu ne conduci»,

dicea, «come condur si vuol quinc' entro.

Tu scaldi il mondo, tu sovr' esso luci;

s'altra ragione in contrario non ponta,

esser dien sempre li tuoi raggi duci».

Quanto di qua per un migliaio si conta,

tanto di là eravam noi già iti,

con poco tempo, per la voglia pronta;

e verso noi volar furon sentiti,

non però visti, spiriti parlando

a la mensa d'amor cortesi inviti.

La prima voce che passò volando

'Vinum non habent' altamente disse,

e dietro a noi l'andò reïterando.

E prima che del tutto non si udisse

per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'

passò gridando, e anco non s'affisse.

«Oh!», diss' io, «padre, che voci son queste?».

E com' io domandai, ecco la terza

dicendo: 'Amate da cui male aveste'.

E 'l buon maestro: «Questo cinghio sferza

la colpa de la invidia, e però sono

tratte d'amor le corde de la ferza.

Lo fren vuol esser del contrario suono;

credo che l'udirai, per mio avviso,

prima che giunghi al passo del perdono.

Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,

e vedrai gente innanzi a noi sedersi,

e ciascun è lungo la grotta assiso».

Allora più che prima li occhi apersi;

guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti

al color de la pietra non diversi.

E poi che fummo un poco più avanti,

udia gridar: 'Maria, òra per noi':

gridar 'Michele' e 'Pietro' e 'Tutti santi'.

Non credo che per terra vada ancoi

omo sì duro, che non fosse punto

per compassion di quel ch'i' vidi poi;

ché, quando fui sì presso di lor giunto,

che li atti loro a me venivan certi,

per li occhi fui di grave dolor munto.

Di vil ciliccio mi parean coperti,

e l'un sofferia l'altro con la spalla,

e tutti da la ripa eran sofferti.

Così li ciechi a cui la roba falla,

stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,

e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,

perché 'n altrui pietà tosto si pogna,

non pur per lo sonar de le parole,

ma per la vista che non meno agogna.

E come a li orbi non approda il sole,

così a l'ombre quivi, ond' io parlo ora,

luce del ciel di sé largir non vole;

ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra

e cusce sì, come a sparvier selvaggio

si fa però che queto non dimora.

A me pareva, andando, fare oltraggio,

veggendo altrui, non essendo veduto:

per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.

Ben sapev' ei che volea dir lo muto;

e però non attese mia dimanda,

ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».

Virgilio mi venìa da quella banda

de la cornice onde cader si puote,

perché da nulla sponda s'inghirlanda;

da l'altra parte m'eran le divote

ombre, che per l'orribile costura

premevan sì, che bagnavan le gote.

Volsimi a loro e: «O gente sicura»,

incominciai, «di veder l'alto lume

che 'l disio vostro solo ha in sua cura,

se tosto grazia resolva le schiume

di vostra coscïenza sì che chiaro

per essa scenda de la mente il fiume,

ditemi, ché mi fia grazioso e caro,

s'anima è qui tra voi che sia latina;

e forse lei sarà buon s'i' l'apparo».

«O frate mio, ciascuna è cittadina

d'una vera città; ma tu vuo' dire

che vivesse in Italia peregrina».

Questo mi parve per risposta udire

più innanzi alquanto che là dov' io stava,

ond' io mi feci ancor più là sentire.

Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava

in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',

lo mento a guisa d'orbo in sù levava.

«Spirto», diss' io, «che per salir ti dome,

se tu se' quelli che mi rispondesti,

fammiti conto o per luogo o per nome».

«Io fui sanese», rispuose, «e con questi

altri rimendo qui la vita ria,

lagrimando a colui che sé ne presti.

Savia non fui, avvegna che Sapìa

fossi chiamata, e fui de li altrui danni

più lieta assai che di ventura mia.

E perché tu non creda ch'io t'inganni,

odi s'i' fui, com' io ti dico, folle,

già discendendo l'arco d'i miei anni.

Eran li cittadin miei presso a Colle

in campo giunti co' loro avversari,

e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.

Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari

passi di fuga; e veggendo la caccia,

letizia presi a tutte altre dispari,

tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,

gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",

come fé 'l merlo per poca bonaccia.

Pace volli con Dio in su lo stremo

de la mia vita; e ancor non sarebbe

lo mio dover per penitenza scemo,

se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe

Pier Pettinaio in sue sante orazioni,

a cui di me per caritate increbbe.

Ma tu chi se', che nostre condizioni

vai dimandando, e porti li occhi sciolti,

sì com' io credo, e spirando ragioni?».

«Li occhi», diss' io, «mi fieno ancor qui tolti,

ma picciol tempo, ché poca è l'offesa

fatta per esser con invidia vòlti.

Troppa è più la paura ond' è sospesa

l'anima mia del tormento di sotto,

che già lo 'ncarco di là giù mi pesa».

Ed ella a me: «Chi t'ha dunque condotto

qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».

E io: «Costui ch'è meco e non fa motto.

E vivo sono; e però mi richiedi,

spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova

di là per te ancor li mortai piedi».

«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,

rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;

però col priego tuo talor mi giova.

E cheggioti, per quel che tu più brami,

se mai calchi la terra di Toscana,

che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.

Tu li vedrai tra quella gente vana

che spera in Talamone, e perderagli

più di speranza ch'a trovar la Diana;

ma più vi perderanno li ammiragli».

 

CANTO XIV

[Canto XIV, dove si tratta del sopradetto girone, e qui si purga la sopradetta colpa della invidia; dove nomina messer Rinieri da Calvoli e molti altri.]

 

 

«Chi è costui che 'l nostro monte cerchia

prima che morte li abbia dato il volo,

e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».

«Non so chi sia, ma so ch'e' non è solo;

domandal tu che più li t'avvicini,

e dolcemente, sì che parli, acco'lo».

Così due spirti, l'uno a l'altro chini,

ragionavan di me ivi a man dritta;

poi fer li visi, per dirmi, supini;

e disse l'uno: «O anima che fitta

nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,

per carità ne consola e ne ditta

onde vieni e chi se'; ché tu ne fai

tanto maravigliar de la tua grazia,

quanto vuol cosa che non fu più mai».

E io: «Per mezza Toscana si spazia

un fiumicel che nasce in Falterona,

e cento miglia di corso nol sazia.

Di sovr' esso rech' io questa persona:

dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,

ché 'l nome mio ancor molto non suona».

«Se ben lo 'ntendimento tuo accarno

con lo 'ntelletto», allora mi rispuose

quei che diceva pria, «tu parli d'Arno».

E l'altro disse lui: «Perché nascose

questi il vocabol di quella riviera,

pur com' om fa de l'orribili cose?».

E l'ombra che di ciò domandata era,

si sdebitò così: «Non so; ma degno

ben è che 'l nome di tal valle pèra;

ché dal principio suo, ov' è sì pregno

l'alpestro monte ond' è tronco Peloro,

che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,

infin là 've si rende per ristoro

di quel che 'l ciel de la marina asciuga,

ond' hanno i fiumi ciò che va con loro,

vertù così per nimica si fuga

da tutti come biscia, o per sventura

del luogo, o per mal uso che li fruga:

ond' hanno sì mutata lor natura

li abitator de la misera valle,

che par che Circe li avesse in pastura.

Tra brutti porci, più degni di galle

che d'altro cibo fatto in uman uso,

dirizza prima il suo povero calle.

Botoli trova poi, venendo giuso,

ringhiosi più che non chiede lor possa,

e da lor disdegnosa torce il muso.

Vassi caggendo; e quant' ella più 'ngrossa,

tanto più trova di can farsi lupi

la maladetta e sventurata fossa.

Discesa poi per più pelaghi cupi,

trova le volpi sì piene di froda,

che non temono ingegno che le occùpi.

Né lascerò di dir perch' altri m'oda;

e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta

di ciò che vero spirto mi disnoda.

Io veggio tuo nepote che diventa

cacciator di quei lupi in su la riva

del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

Vende la carne loro essendo viva;

poscia li ancide come antica belva;

molti di vita e sé di pregio priva.

Sanguinoso esce de la trista selva;

lasciala tal, che di qui a mille anni

ne lo stato primaio non si rinselva».

Com' a l'annunzio di dogliosi danni

si turba il viso di colui ch'ascolta,

da qual che parte il periglio l'assanni,

così vid' io l'altr' anima, che volta

stava a udir, turbarsi e farsi trista,

poi ch'ebbe la parola a sé raccolta.

Lo dir de l'una e de l'altra la vista

mi fer voglioso di saper lor nomi,

e dimanda ne fei con prieghi mista;

per che lo spirto che di pria parlòmi

ricominciò: «Tu vuo' ch'io mi deduca

nel fare a te ciò che tu far non vuo'mi.

Ma da che Dio in te vuol che traluca

tanto sua grazia, non ti sarò scarso;

però sappi ch'io fui Guido del Duca.

Fu il sangue mio d'invidia sì rïarso,

che se veduto avesse uom farsi lieto,

visto m'avresti di livore sparso.

Di mia semente cotal paglia mieto;

o gente umana, perché poni 'l core

là 'v' è mestier di consorte divieto?

Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onore

de la casa da Calboli, ove nullo

fatto s'è reda poi del suo valore.

E non pur lo suo sangue è fatto brullo,

tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,

del ben richesto al vero e al trastullo;

ché dentro a questi termini è ripieno

di venenosi sterpi, sì che tardi

per coltivare omai verrebber meno.

Ov' è 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?

Pier Traversaro e Guido di Carpigna?

Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?

quando in Faenza un Bernardin di Fosco,

verga gentil di picciola gramigna?

Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,

quando rimembro, con Guido da Prata,

Ugolin d'Azzo che vivette nosco,

Federigo Tignoso e sua brigata,

la casa Traversara e li Anastagi

(e l'una gente e l'altra è diretata),

le donne e ' cavalier, li affanni e li agi

che ne 'nvogliava amore e cortesia

là dove i cuor son fatti sì malvagi.

O Bretinoro, ché non fuggi via,

poi che gita se n'è la tua famiglia

e molta gente per non esser ria?

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;

e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,

che di figliar tai conti più s'impiglia.

Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio

lor sen girà; ma non però che puro

già mai rimagna d'essi testimonio.

O Ugolin de' Fantolin, sicuro

è 'l nome tuo, da che più non s'aspetta

chi far lo possa, tralignando, scuro.

Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta

troppo di pianger più che di parlare,

sì m'ha nostra ragion la mente stretta».

Noi sapavam che quell' anime care

ci sentivano andar; però, tacendo,

facëan noi del cammin confidare.

Poi fummo fatti soli procedendo,

folgore parve quando l'aere fende,

voce che giunse di contra dicendo:

'Anciderammi qualunque m'apprende';

e fuggì come tuon che si dilegua,

se sùbito la nuvola scoscende.

Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,

ed ecco l'altra con sì gran fracasso,

che somigliò tonar che tosto segua:

«Io sono Aglauro che divenni sasso»;

e allor, per ristrignermi al poeta,

in destro feci, e non innanzi, il passo.

Già era l'aura d'ogne parte queta;

ed el mi disse: «Quel fu 'l duro camo

che dovria l'uom tener dentro a sua meta.

Ma voi prendete l'esca, sì che l'amo

de l'antico avversaro a sé vi tira;

e però poco val freno o richiamo.

Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,

mostrandovi le sue bellezze etterne,

e l'occhio vostro pur a terra mira;

onde vi batte chi tutto discerne».

 

 

CANTO XV

[Canto XV, il quale tratta de la essenza del terzo girone, luogo diputato a purgare la colpa e peccato de l'ira; e dichiara Virgilio a Dante uno dubbio nato di parole dette nel precedente canto da Guido del Duca, e una visione ch'aparve in sogno a l'auttore, cioè Dante.]

 

 

Quanto tra l'ultimar de l'ora terza

e 'l principio del dì par de la spera

che sempre a guisa di fanciullo scherza,

tanto pareva già inver' la sera

essere al sol del suo corso rimaso;

vespero là, e qui mezza notte era.

E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,

perché per noi girato era sì 'l monte,

che già dritti andavamo inver' l'occaso,

quand' io senti' a me gravar la fronte

a lo splendore assai più che di prima,

e stupor m'eran le cose non conte;

ond' io levai le mani inver' la cima

de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,

che del soverchio visibile lima.

Come quando da l'acqua o da lo specchio

salta lo raggio a l'opposita parte,

salendo su per lo modo parecchio

a quel che scende, e tanto si diparte

dal cader de la pietra in igual tratta,

sì come mostra esperïenza e arte;

così mi parve da luce rifratta

quivi dinanzi a me esser percosso;

per che a fuggir la mia vista fu ratta.

«Che è quel, dolce padre, a che non posso

schermar lo viso tanto che mi vaglia»,

diss' io, «e pare inver' noi esser mosso?».

«Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia

la famiglia del cielo», a me rispuose:

«messo è che viene ad invitar ch'om saglia.

Tosto sarà ch'a veder queste cose

non ti fia grave, ma fieti diletto

quanto natura a sentir ti dispuose».

Poi giunti fummo a l'angel benedetto,

con lieta voce disse: «Intrate quinci

ad un scaleo vie men che li altri eretto».

Noi montavam, già partiti di linci,

e 'Beati misericordes!' fue

cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.

Lo mio maestro e io soli amendue

suso andavamo; e io pensai, andando,

prode acquistar ne le parole sue;

e dirizza'mi a lui sì dimandando:

«Che volse dir lo spirto di Romagna,

e 'divieto' e 'consorte' menzionando?».

Per ch'elli a me: «Di sua maggior magagna

conosce il danno; e però non s'ammiri

se ne riprende perché men si piagna.

Perché s'appuntano i vostri disiri

dove per compagnia parte si scema,

invidia move il mantaco a' sospiri.

Ma se l'amor de la spera supprema

torcesse in suso il disiderio vostro,

non vi sarebbe al petto quella tema;

ché, per quanti si dice più lì 'nostro',

tanto possiede più di ben ciascuno,

e più di caritate arde in quel chiostro».

«Io son d'esser contento più digiuno»,

diss' io, «che se mi fosse pria taciuto,

e più di dubbio ne la mente aduno.

Com' esser puote ch'un ben, distributo

in più posseditor, faccia più ricchi

di sé che se da pochi è posseduto?».

Ed elli a me: «Però che tu rificchi

la mente pur a le cose terrene,

di vera luce tenebre dispicchi.

Quello infinito e ineffabil bene

che là sù è, così corre ad amore

com' a lucido corpo raggio vene.

Tanto si dà quanto trova d'ardore;

sì che, quantunque carità si stende,

cresce sovr' essa l'etterno valore.

E quanta gente più là sù s'intende,

più v'è da bene amare, e più vi s'ama,

e come specchio l'uno a l'altro rende.

E se la mia ragion non ti disfama,

vedrai Beatrice, ed ella pienamente

ti torrà questa e ciascun' altra brama.

Procaccia pur che tosto sieno spente,

come son già le due, le cinque piaghe,

che si richiudon per esser dolente».

Com' io voleva dicer 'Tu m'appaghe',

vidimi giunto in su l'altro girone,

sì che tacer mi fer le luci vaghe.

Ivi mi parve in una visïone

estatica di sùbito esser tratto,

e vedere in un tempio più persone;

e una donna, in su l'entrar, con atto

dolce di madre dicer: «Figliuol mio,

perché hai tu così verso noi fatto?

Ecco, dolenti, lo tuo padre e io

ti cercavamo». E come qui si tacque,

ciò che pareva prima, dispario.

Indi m'apparve un'altra con quell' acque

giù per le gote che 'l dolor distilla

quando di gran dispetto in altrui nacque,

e dir: «Se tu se' sire de la villa

del cui nome ne' dèi fu tanta lite,

e onde ogne scïenza disfavilla,

vendica te di quelle braccia ardite

ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».

E 'l segnor mi parea, benigno e mite,

risponder lei con viso temperato:

«Che farem noi a chi mal ne disira,

se quei che ci ama è per noi condannato?».

Poi vidi genti accese in foco d'ira

con pietre un giovinetto ancider, forte

gridando a sé pur: «Martira, martira!».

E lui vedea chinarsi, per la morte

che l'aggravava già, inver' la terra,

ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

orando a l'alto Sire, in tanta guerra,

che perdonasse a' suoi persecutori,

con quello aspetto che pietà diserra.

Quando l'anima mia tornò di fori

a le cose che son fuor di lei vere,

io riconobbi i miei non falsi errori.

Lo duca mio, che mi potea vedere

far sì com' om che dal sonno si slega,

disse: «Che hai che non ti puoi tenere,

ma se' venuto più che mezza lega

velando li occhi e con le gambe avvolte,

a guisa di cui vino o sonno piega?».

«O dolce padre mio, se tu m'ascolte,

io ti dirò», diss' io, «ciò che m'apparve

quando le gambe mi furon sì tolte».

Ed ei: «Se tu avessi cento larve

sovra la faccia, non mi sarian chiuse

le tue cogitazion, quantunque parve.

Ciò che vedesti fu perché non scuse

d'aprir lo core a l'acque de la pace

che da l'etterno fonte son diffuse.

Non dimandai "Che hai?" per quel che face

chi guarda pur con l'occhio che non vede,

quando disanimato il corpo giace;

ma dimandai per darti forza al piede:

così frugar conviensi i pigri, lenti

ad usar lor vigilia quando riede».

Noi andavam per lo vespero, attenti

oltre quanto potean li occhi allungarsi

contra i raggi serotini e lucenti.

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi

verso di noi come la notte oscuro;

né da quello era loco da cansarsi.

Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.

 

 

CANTO XVI

[Canto XVI, dove si tratta del sopradetto terzo girone e del purgare la detta colpa de l'ira; e qui Marco Lombardo solve uno dubbio a Dante.]

 

 

Buio d'inferno e di notte privata

d'ogne pianeto, sotto pover cielo,

quant' esser può di nuvol tenebrata,

non fece al viso mio sì grosso velo

come quel fummo ch'ivi ci coperse,

né a sentir di così aspro pelo,

che l'occhio stare aperto non sofferse;

onde la scorta mia saputa e fida

mi s'accostò e l'omero m'offerse.

Sì come cieco va dietro a sua guida

per non smarrirsi e per non dar di cozzo

in cosa che 'l molesti, o forse ancida,

m'andava io per l'aere amaro e sozzo,

ascoltando il mio duca che diceva

pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».

Io sentia voci, e ciascuna pareva

pregar per pace e per misericordia

l'Agnel di Dio che le peccata leva.

Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia;

una parola in tutte era e un modo,

sì che parea tra esse ogne concordia.

«Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?»,

diss' io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,

e d'iracundia van solvendo il nodo».

«Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,

e di noi parli pur come se tue

partissi ancor lo tempo per calendi?».

Così per una voce detto fue;

onde 'l maestro mio disse: «Rispondi,

e domanda se quinci si va sùe».

E io: «O creatura che ti mondi

per tornar bella a colui che ti fece,

maraviglia udirai, se mi secondi».

«Io ti seguiterò quanto mi lece»,

rispuose; «e se veder fummo non lascia,

l'udir ci terrà giunti in quella vece».

Allora incominciai: «Con quella fascia

che la morte dissolve men vo suso,

e venni qui per l'infernale ambascia.

E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,

tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte

per modo tutto fuor del moderno uso,

non mi celar chi fosti anzi la morte,

ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;

e tue parole fier le nostre scorte».

«Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;

del mondo seppi, e quel valore amai

al quale ha or ciascun disteso l'arco.

Per montar sù dirittamente vai».

Così rispuose, e soggiunse: «I' ti prego

che per me prieghi quando sù sarai».

E io a lui: «Per fede mi ti lego

di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio

dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.

Prima era scempio, e ora è fatto doppio

ne la sentenza tua, che mi fa certo

qui, e altrove, quello ov' io l'accoppio.

Lo mondo è ben così tutto diserto

d'ogne virtute, come tu mi sone,

e di malizia gravido e coverto;

ma priego che m'addite la cagione,

sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;

ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,

mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,

lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

Voi che vivete ogne cagion recate

pur suso al cielo, pur come se tutto

movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto

libero arbitrio, e non fora giustizia

per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia;

non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,

lume v'è dato a bene e a malizia,

e libero voler; che, se fatica

ne le prime battaglie col ciel dura,

poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza e a miglior natura

liberi soggiacete; e quella cria

la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.

Però, se 'l mondo presente disvia,

in voi è la cagione, in voi si cheggia;

e io te ne sarò or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia

prima che sia, a guisa di fanciulla

che piangendo e ridendo pargoleggia,

l'anima semplicetta che sa nulla,

salvo che, mossa da lieto fattore,

volontier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore;

quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,

se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre;

convenne rege aver, che discernesse

de la vera cittade almen la torre.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Nullo, però che 'l pastor che procede,

rugumar può, ma non ha l'unghie fesse;

per che la gente, che sua guida vede

pur a quel ben fedire ond' ella è ghiotta,

di quel si pasce, e più oltre non chiede.

Ben puoi veder che la mala condotta

è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,

e non natura che 'n voi sia corrotta.

Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,

due soli aver, che l'una e l'altra strada

facean vedere, e del mondo e di Deo.

L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada

col pasturale, e l'un con l'altro insieme

per viva forza mal convien che vada;

però che, giunti, l'un l'altro non teme:

se non mi credi, pon mente a la spiga,

ch'ogn' erba si conosce per lo seme.

In sul paese ch'Adice e Po riga,

solea valore e cortesia trovarsi,

prima che Federigo avesse briga;

or può sicuramente indi passarsi

per qualunque lasciasse, per vergogna,

di ragionar coi buoni o d'appressarsi.

Ben v'èn tre vecchi ancora in cui rampogna

l'antica età la nova, e par lor tardo

che Dio a miglior vita li ripogna:

Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo

e Guido da Castel, che mei si noma,

francescamente, il semplice Lombardo.

Dì oggimai che la Chiesa di Roma,

per confondere in sé due reggimenti,

cade nel fango, e sé brutta e la soma».

«O Marco mio», diss' io, «bene argomenti;

e or discerno perché dal retaggio

li figli di Levì furono essenti.

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio

di' ch'è rimaso de la gente spenta,

in rimprovèro del secol selvaggio?».

«O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta»,

rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,

par che del buon Gherardo nulla senta.

Per altro sopranome io nol conosco,

s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.

Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

Vedi l'albor che per lo fummo raia

già biancheggiare, e me convien partirmi

(l'angelo è ivi) prima ch'io li paia».

Così tornò, e più non volle udirmi.

 

 

CANTO XVII

[Canto XVII, dove tratta de la qualità del quarto girone, dove si purga la colpa de la accidia, dove si ristora l'amore de lo imperfetto bene; e qui dichiara una questione che indi nasce.]

 

 

Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe

ti colse nebbia per la qual vedessi

non altrimenti che per pelle talpe,

come, quando i vapori umidi e spessi

a diradar cominciansi, la spera

del sol debilemente entra per essi;

e fia la tua imagine leggera

in giugnere a veder com' io rividi

lo sole in pria, che già nel corcar era.

Sì, pareggiando i miei co' passi fidi

del mio maestro, usci' fuor di tal nube

ai raggi morti già ne' bassi lidi.

O imaginativa che ne rube

talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge

perché dintorno suonin mille tube,

chi move te, se 'l senso non ti porge?

Moveti lume che nel ciel s'informa,

per sé o per voler che giù lo scorge.

De l'empiezza di lei che mutò forma

ne l'uccel ch'a cantar più si diletta,

ne l'imagine mia apparve l'orma;

e qui fu la mia mente sì ristretta

dentro da sé, che di fuor non venìa

cosa che fosse allor da lei ricetta.

Poi piovve dentro a l'alta fantasia

un crucifisso, dispettoso e fero

ne la sua vista, e cotal si moria;

intorno ad esso era il grande Assüero,

Estèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,

che fu al dire e al far così intero.

E come questa imagine rompeo

sé per sé stessa, a guisa d'una bulla

cui manca l'acqua sotto qual si feo,

surse in mia visïone una fanciulla

piangendo forte, e dicea: «O regina,

perché per ira hai voluto esser nulla?

Ancisa t'hai per non perder Lavina;

or m'hai perduta! Io son essa che lutto,

madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina».

Come si frange il sonno ove di butto

nova luce percuote il viso chiuso,

che fratto guizza pria che muoia tutto;

così l'imaginar mio cadde giuso

tosto che lume il volto mi percosse,

maggior assai che quel ch'è in nostro uso.

I' mi volgea per veder ov' io fosse,

quando una voce disse «Qui si monta»,

che da ogne altro intento mi rimosse;

e fece la mia voglia tanto pronta

di riguardar chi era che parlava,

che mai non posa, se non si raffronta.

Ma come al sol che nostra vista grava

e per soverchio sua figura vela,

così la mia virtù quivi mancava.

«Questo è divino spirito, che ne la

via da ir sù ne drizza sanza prego,

e col suo lume sé medesmo cela.

Sì fa con noi, come l'uom si fa sego;

ché quale aspetta prego e l'uopo vede,

malignamente già si mette al nego.

Or accordiamo a tanto invito il piede;

procacciam di salir pria che s'abbui,

ché poi non si poria, se 'l dì non riede».

Così disse il mio duca, e io con lui

volgemmo i nostri passi ad una scala;

e tosto ch'io al primo grado fui,

senti'mi presso quasi un muover d'ala

e ventarmi nel viso e dir: 'Beati

pacifici, che son sanz' ira mala!'.

Già eran sovra noi tanto levati

li ultimi raggi che la notte segue,

che le stelle apparivan da più lati.

'O virtù mia, perché sì ti dilegue?',

fra me stesso dicea, ché mi sentiva

la possa de le gambe posta in triegue.

Noi eravam dove più non saliva

la scala sù, ed eravamo affissi,

pur come nave ch'a la piaggia arriva.

E io attesi un poco, s'io udissi

alcuna cosa nel novo girone;

poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

«Dolce mio padre, dì, quale offensione

si purga qui nel giro dove semo?

Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».

Ed elli a me: «L'amor del bene, scemo

del suo dover, quiritta si ristora;

qui si ribatte il mal tardato remo.

Ma perché più aperto intendi ancora,

volgi la mente a me, e prenderai

alcun buon frutto di nostra dimora».

«Né creator né creatura mai»,

cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,

o naturale o d'animo; e tu 'l sai.

Lo naturale è sempre sanza errore,

ma l'altro puote errar per malo obietto

o per troppo o per poco di vigore.

Mentre ch'elli è nel primo ben diretto,

e ne' secondi sé stesso misura,

esser non può cagion di mal diletto;

ma quando al mal si torce, o con più cura

o con men che non dee corre nel bene,

contra 'l fattore adovra sua fattura.

Quinci comprender puoi ch'esser convene

amor sementa in voi d'ogne virtute

e d'ogne operazion che merta pene.

Or, perché mai non può da la salute

amor del suo subietto volger viso,

da l'odio proprio son le cose tute;

e perché intender non si può diviso,

e per sé stante, alcuno esser dal primo,

da quello odiare ogne effetto è deciso.

Resta, se dividendo bene stimo,

che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso

amor nasce in tre modi in vostro limo.

È chi, per esser suo vicin soppresso,

spera eccellenza, e sol per questo brama

ch'el sia di sua grandezza in basso messo;

è chi podere, grazia, onore e fama

teme di perder perch' altri sormonti,

onde s'attrista sì che 'l contrario ama;

ed è chi per ingiuria par ch'aonti,

sì che si fa de la vendetta ghiotto,

e tal convien che 'l male altrui impronti.

Questo triforme amor qua giù di sotto

si piange: or vo' che tu de l'altro intende,

che corre al ben con ordine corrotto.

Ciascun confusamente un bene apprende

nel qual si queti l'animo, e disira;

per che di giugner lui ciascun contende.

Se lento amore a lui veder vi tira

o a lui acquistar, questa cornice,

dopo giusto penter, ve ne martira.

Altro ben è che non fa l'uom felice;

non è felicità, non è la buona

essenza, d'ogne ben frutto e radice.

L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,

di sovr' a noi si piange per tre cerchi;

ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».

 

CANTO XVIII

[Canto XVIII, il quale tratta del sopradetto quarto girone, ove si purga la soprascritta colpa e peccato de l'accidia; e qui mostra Virgilio che è perfetto amore; dove nomina l'abate da San Zeno di Verona.]

 

 

Posto avea fine al suo ragionamento

l'alto dottore, e attento guardava

ne la mia vista s'io parea contento;

e io, cui nova sete ancor frugava,

di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse

lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.

Ma quel padre verace, che s'accorse

del timido voler che non s'apriva,

parlando, di parlare ardir mi porse.

Ond' io: «Maestro, il mio veder s'avviva

sì nel tuo lume, ch'io discerno chiaro

quanto la tua ragion parta o descriva.

Però ti prego, dolce padre caro,

che mi dimostri amore, a cui reduci

ogne buono operare e 'l suo contraro».

«Drizza», disse, «ver' me l'agute luci

de lo 'ntelletto, e fieti manifesto

l'error de' ciechi che si fanno duci.

L'animo, ch'è creato ad amar presto,

ad ogne cosa è mobile che piace,

tosto che dal piacere in atto è desto.

Vostra apprensiva da esser verace

tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,

sì che l'animo ad essa volger face;

e se, rivolto, inver' di lei si piega,

quel piegare è amor, quell' è natura

che per piacer di novo in voi si lega.

Poi, come 'l foco movesi in altura

per la sua forma ch'è nata a salire

là dove più in sua matera dura,

così l'animo preso entra in disire,

ch'è moto spiritale, e mai non posa

fin che la cosa amata il fa gioire.

Or ti puote apparer quant' è nascosa

la veritate a la gente ch'avvera

ciascun amore in sé laudabil cosa;

però che forse appar la sua matera

sempre esser buona, ma non ciascun segno

è buono, ancor che buona sia la cera».

«Le tue parole e 'l mio seguace ingegno»,

rispuos' io lui, «m'hanno amor discoverto,

ma ciò m'ha fatto di dubbiar più pregno;

ché, s'amore è di fuori a noi offerto

e l'anima non va con altro piede,

se dritta o torta va, non è suo merto».

Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,

dir ti poss' io; da indi in là t'aspetta

pur a Beatrice, ch'è opra di fede.

Ogne forma sustanzïal, che setta

è da matera ed è con lei unita,

specifica vertute ha in sé colletta,

la qual sanza operar non è sentita,

né si dimostra mai che per effetto,

come per verdi fronde in pianta vita.

Però, là onde vegna lo 'ntelletto

de le prime notizie, omo non sape,

e de' primi appetibili l'affetto,

che sono in voi sì come studio in ape

di far lo mele; e questa prima voglia

merto di lode o di biasmo non cape.

Or perché a questa ogn' altra si raccoglia,

innata v'è la virtù che consiglia,

e de l'assenso de' tener la soglia.

Quest' è 'l principio là onde si piglia

ragion di meritare in voi, secondo

che buoni e rei amori accoglie e viglia.

Color che ragionando andaro al fondo,

s'accorser d'esta innata libertate;

però moralità lasciaro al mondo.

Onde, poniam che di necessitate

surga ogne amor che dentro a voi s'accende,

di ritenerlo è in voi la podestate.

La nobile virtù Beatrice intende

per lo libero arbitrio, e però guarda

che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende».

La luna, quasi a mezza notte tarda,

facea le stelle a noi parer più rade,

fatta com' un secchion che tuttor arda;

e correa contra 'l ciel per quelle strade

che 'l sole infiamma allor che quel da Roma

tra ' Sardi e ' Corsi il vede quando cade.

E quell' ombra gentil per cui si noma

Pietola più che villa mantoana,

del mio carcar diposta avea la soma;

per ch'io, che la ragione aperta e piana

sovra le mie quistioni avea ricolta,

stava com' om che sonnolento vana.

Ma questa sonnolenza mi fu tolta

subitamente da gente che dopo

le nostre spalle a noi era già volta.

E quale Ismeno già vide e Asopo

lungo di sè di notte furia e calca,

pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

cotal per quel giron suo passo falca,

per quel ch'io vidi di color, venendo,

cui buon volere e giusto amor cavalca.

Tosto fur sovr' a noi, perché correndo

si movea tutta quella turba magna;

e due dinanzi gridavan piangendo:

«Maria corse con fretta a la montagna;

e Cesare, per soggiogare Ilerda,

punse Marsilia e poi corse in Ispagna».

«Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda

per poco amor», gridavan li altri appresso,

«che studio di ben far grazia rinverda».

«O gente in cui fervore aguto adesso

ricompie forse negligenza e indugio

da voi per tepidezza in ben far messo,

questi che vive, e certo i' non vi bugio,

vuole andar sù, pur che 'l sol ne riluca;

però ne dite ond' è presso il pertugio».

Parole furon queste del mio duca;

e un di quelli spirti disse: «Vieni

di retro a noi, e troverai la buca.

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,

che restar non potem; però perdona,

se villania nostra giustizia tieni.

Io fui abate in San Zeno a Verona

sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,

di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha già l'un piè dentro la fossa,

che tosto piangerà quel monastero,

e tristo fia d'avere avuta possa;

perché suo figlio, mal del corpo intero,

e de la mente peggio, e che mal nacque,

ha posto in loco di suo pastor vero».

Io non so se più disse o s'ei si tacque,

tant' era già di là da noi trascorso;

ma questo intesi, e ritener mi piacque.

E quei che m'era ad ogne uopo soccorso

disse: «Volgiti qua: vedine due

venir dando a l'accidïa di morso».

Di retro a tutti dicean: «Prima fue

morta la gente a cui il mar s'aperse,

che vedesse Iordan le rede sue.

E quella che l'affanno non sofferse

fino a la fine col figlio d'Anchise,

sé stessa a vita sanza gloria offerse».

Poi quando fuor da noi tanto divise

quell' ombre, che veder più non potiersi,

novo pensiero dentro a me si mise,

del qual più altri nacquero e diversi;

e tanto d'uno in altro vaneggiai,

che li occhi per vaghezza ricopersi,

e 'l pensamento in sogno trasmutai.

 

 

CANTO XIX

[Canto XIX, ove tratta de la essenza del quinto girone e qui si purga la colpa de l'avarizia; dove nomina papa Adriano nato di Genova de' conti da Lavagna.]

 

 

Ne l'ora che non può 'l calor dïurno

intepidar più 'l freddo de la luna,

vinto da terra, e talor da Saturno

- quando i geomanti lor Maggior Fortuna

veggiono in orïente, innanzi a l'alba,

surger per via che poco le sta bruna -,

mi venne in sogno una femmina balba,

ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,

con le man monche, e di colore scialba.

Io la mirava; e come 'l sol conforta

le fredde membra che la notte aggrava,

così lo sguardo mio le facea scorta

la lingua, e poscia tutta la drizzava

in poco d'ora, e lo smarrito volto,

com' amor vuol, così le colorava.

Poi ch'ell' avea 'l parlar così disciolto,

cominciava a cantar sì, che con pena

da lei avrei mio intento rivolto.

«Io son», cantava, «io son dolce serena,

che ' marinari in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

al canto mio; e qual meco s'ausa,

rado sen parte; sì tutto l'appago!».

Ancor non era sua bocca richiusa,

quand' una donna apparve santa e presta

lunghesso me per far colei confusa.

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,

fieramente dicea; ed el venìa

con li occhi fitti pur in quella onesta.

L'altra prendea, e dinanzi l'apria

fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;

quel mi svegliò col puzzo che n'uscia.

Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: «Almen tre

voci t'ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;

troviam l'aperta per la qual tu entre».

Sù mi levai, e tutti eran già pieni

de l'alto dì i giron del sacro monte,

e andavam col sol novo a le reni.

Seguendo lui, portava la mia fronte

come colui che l'ha di pensier carca,

che fa di sé un mezzo arco di ponte;

quand' io udi' «Venite; qui si varca»

parlare in modo soave e benigno,

qual non si sente in questa mortal marca.

Con l'ali aperte, che parean di cigno,

volseci in sù colui che sì parlonne

tra due pareti del duro macigno.

Mosse le penne poi e ventilonne,

'Qui lugent' affermando esser beati,

ch'avran di consolar l'anime donne.

«Che hai che pur inver' la terra guati?»,

la guida mia incominciò a dirmi,

poco amendue da l'angel sormontati.

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi

novella visïon ch'a sé mi piega,

sì ch'io non posso dal pensar partirmi».

«Vedesti», disse, «quell'antica strega

che sola sovr' a noi omai si piagne;

vedesti come l'uom da lei si slega.

Bastiti, e batti a terra le calcagne;

li occhi rivolgi al logoro che gira

lo rege etterno con le rote magne».

Quale 'l falcon, che prima a' pié si mira,

indi si volge al grido e si protende

per lo disio del pasto che là il tira,

tal mi fec' io; e tal, quanto si fende

la roccia per dar via a chi va suso,

n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.

Com' io nel quinto giro fui dischiuso,

vidi gente per esso che piangea,

giacendo a terra tutta volta in giuso.

'Adhaesit pavimento anima mea'

sentia dir lor con sì alti sospiri,

che la parola a pena s'intendea.

«O eletti di Dio, li cui soffriri

e giustizia e speranza fa men duri,

drizzate noi verso li alti saliri».

«Se voi venite dal giacer sicuri,

e volete trovar la via più tosto,

le vostre destre sien sempre di fori».

Così pregò 'l poeta, e sì risposto

poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io

nel parlare avvisai l'altro nascosto,

e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:

ond' elli m'assentì con lieto cenno

ciò che chiedea la vista del disio.

Poi ch'io potei di me fare a mio senno,

trassimi sovra quella creatura

le cui parole pria notar mi fenno,

dicendo: «Spirto in cui pianger matura

quel sanza 'l quale a Dio tornar non pòssi,

sosta un poco per me tua maggior cura.

Chi fosti e perché vòlti avete i dossi

al sù, mi dì, e se vuo' ch'io t'impetri

cosa di là ond' io vivendo mossi».

Ed elli a me: «Perché i nostri diretri

rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima

scias quod ego fui successor Petri.

Intra Sïestri e Chiaveri s'adima

una fiumana bella, e del suo nome

lo titol del mio sangue fa sua cima.

Un mese e poco più prova' io come

pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,

che piuma sembran tutte l'altre some.

La mia conversïone, omè!, fu tarda;

ma, come fatto fui roman pastore,

così scopersi la vita bugiarda.

Vidi che lì non s'acquetava il core,

né più salir potiesi in quella vita;

per che di questa in me s'accese amore.

Fino a quel punto misera e partita

da Dio anima fui, del tutto avara;

or, come vedi, qui ne son punita.

Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara

in purgazion de l'anime converse;

e nulla pena il monte ha più amara.

Sì come l'occhio nostro non s'aderse

in alto, fisso a le cose terrene,

così giustizia qui a terra il merse.

Come avarizia spense a ciascun bene

lo nostro amore, onde operar perdési,

così giustizia qui stretti ne tene,

ne' piedi e ne le man legati e presi;

e quanto fia piacer del giusto Sire,

tanto staremo immobili e distesi».

Io m'era inginocchiato e volea dire;

ma com' io cominciai ed el s'accorse,

solo ascoltando, del mio reverire,

«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».

E io a lui: «Per vostra dignitate

mia coscïenza dritto mi rimorse».

«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,

rispuose; «non errar: conservo sono

teco e con li altri ad una podestate.

Se mai quel santo evangelico suono

che dice 'Neque nubent' intendesti,

ben puoi veder perch' io così ragiono.

Vattene omai: non vo' che più t'arresti;

ché la tua stanza mio pianger disagia,

col qual maturo ciò che tu dicesti.

Nepote ho io di là c'ha nome Alagia,

buona da sé, pur che la nostra casa

non faccia lei per essempro malvagia;

e questa sola di là m'è rimasa».

 

 

CANTO XX

[Canto XX, ove si tratta del sopradetto girone e de la sopradetta colpa de l'avarizia.]

 

 

Contra miglior voler voler mal pugna;

onde contra 'l piacer mio, per piacerli,

trassi de l'acqua non sazia la spugna.

Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li

luoghi spediti pur lungo la roccia,

come si va per muro stretto a' merli;

ché la gente che fonde a goccia a goccia

per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,

da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.

Maladetta sie tu, antica lupa,

che più che tutte l'altre bestie hai preda

per la tua fame sanza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par che si creda

le condizion di qua giù trasmutarsi,

quando verrà per cui questa disceda?

Noi andavam con passi lenti e scarsi,

e io attento a l'ombre, ch'i' sentia

pietosamente piangere e lagnarsi;

e per ventura udi' «Dolce Maria!»

dinanzi a noi chiamar così nel pianto

come fa donna che in parturir sia;

e seguitar: «Povera fosti tanto,

quanto veder si può per quello ospizio

dove sponesti il tuo portato santo».

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,

con povertà volesti anzi virtute

che gran ricchezza posseder con vizio».

Queste parole m'eran sì piaciute,

ch'io mi trassi oltre per aver contezza

di quello spirto onde parean venute.

Esso parlava ancor de la larghezza

che fece Niccolò a le pulcelle,

per condurre ad onor lor giovinezza.

«O anima che tanto ben favelle,

dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola

tu queste degne lode rinovelle.

Non fia sanza mercé la tua parola,

s'io ritorno a compiér lo cammin corto

di quella vita ch'al termine vola».

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto

ch'io attenda di là, ma perché tanta

grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta

che la terra cristiana tutta aduggia,

sì che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia

potesser, tosto ne saria vendetta;

e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;

di me son nati i Filippi e i Luigi

per cui novellamente è Francia retta.

Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:

quando li regi antichi venner meno

tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,

trova'mi stretto ne le mani il freno

del governo del regno, e tanta possa

di nuovo acquisto, e sì d'amici pieno,

ch'a la corona vedova promossa

la testa di mio figlio fu, dal quale

cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale

al sangue mio non tolse la vergogna,

poco valea, ma pur non facea male.

Lì cominciò con forza e con menzogna

la sua rapina; e poscia, per ammenda,

Pontì e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda,

vittima fé di Curradino; e poi

ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg' io, non molto dopo ancoi,

che tragge un altro Carlo fuor di Francia,

per far conoscer meglio e sé e ' suoi.

Sanz' arme n'esce e solo con la lancia

con la qual giostrò Giuda, e quella ponta

sì, ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta

guadagnerà, per sé tanto più grave,

quanto più lieve simil danno conta.

L'altro, che già uscì preso di nave,

veggio vender sua figlia e patteggiarne

come fanno i corsar de l'altre schiave.

O avarizia, che puoi tu più farne,

poscia c'ha' il mio sangue a te sì tratto,

che non si cura de la propria carne?

Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un'altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,

e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,

che ciò nol sazia, ma sanza decreto

portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto

a veder la vendetta che, nascosa,

fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?

Ciò ch'io dicea di quell' unica sposa

de lo Spirito Santo e che ti fece

verso me volger per alcuna chiosa,

tanto è risposto a tutte nostre prece

quanto 'l dì dura; ma com' el s'annotta,

contrario suon prendemo in quella vece.

Noi repetiam Pigmalïon allotta,

cui traditore e ladro e paricida

fece la voglia sua de l'oro ghiotta;

e la miseria de l'avaro Mida,

che seguì a la sua dimanda gorda,

per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,

come furò le spoglie, sì che l'ira

di Iosüè qui par ch'ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Saffira;

lodiam i calci ch'ebbe Elïodoro;

e in infamia tutto 'l monte gira

Polinestòr ch'ancise Polidoro;

ultimamente ci si grida: "Crasso,

dilci, che 'l sai: di che sapore è l'oro?".

Talor parla l'uno alto e l'altro basso,

secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona

ora a maggiore e ora a minor passo:

però al ben che 'l dì ci si ragiona,

dianzi non era io sol; ma qui da presso

non alzava la voce altra persona».

Noi eravam partiti già da esso,

e brigavam di soverchiar la strada

tanto quanto al poder n'era permesso,

quand' io senti', come cosa che cada,

tremar lo monte; onde mi prese un gelo

qual prender suol colui ch'a morte vada.

Certo non si scoteo sì forte Delo,

pria che Latona in lei facesse 'l nido

a parturir li due occhi del cielo.

Poi cominciò da tutte parti un grido

tal, che 'l maestro inverso me si feo,

dicendo: «Non dubbiar, mentr' io ti guido».

'Glorïa in excelsis' tutti 'Deo'

dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,

onde intender lo grido si poteo.

No' istavamo immobili e sospesi

come i pastor che prima udir quel canto,

fin che 'l tremar cessò ed el compiési.

Poi ripigliammo nostro cammin santo,

guardando l'ombre che giacean per terra,

tornate già in su l'usato pianto.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra

mi fé desideroso di sapere,

se la memoria mia in ciò non erra,

quanta pareami allor, pensando, avere;

né per la fretta dimandare er' oso,

né per me lì potea cosa vedere:

così m'andava timido e pensoso.

 

CANTO XXI

[Canto XXI, ove si tratta del sopradetto quinto girone, dove si punisce e purga la predetta colpa de l'avarizia e la colpa de la prodigalitade; dove truova Stazio poeta tolosano.]

 

 

La sete natural che mai non sazia

se non con l'acqua onde la femminetta

samaritana domandò la grazia,

mi travagliava, e pungeami la fretta

per la 'mpacciata via dietro al mio duca,

e condoleami a la giusta vendetta.

Ed ecco, sì come ne scrive Luca

che Cristo apparve a' due ch'erano in via,

già surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un'ombra, e dietro a noi venìa,

dal piè guardando la turba che giace;

né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».

Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio

rendéli 'l cenno ch'a ciò si conface.

Poi cominciò: «Nel beato concilio

ti ponga in pace la verace corte

che me rilega ne l'etterno essilio».

«Come!», diss' elli, e parte andavam forte:

«se voi siete ombre che Dio sù non degni,

chi v'ha per la sua scala tanto scorte?».

E 'l dottor mio: «Se tu riguardi a' segni

che questi porta e che l'angel profila,

ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.

Ma perché lei che dì e notte fila

non li avea tratta ancora la conocchia

che Cloto impone a ciascuno e compila,

l'anima sua, ch'è tua e mia serocchia,

venendo sù, non potea venir sola,

però ch'al nostro modo non adocchia.

Ond' io fui tratto fuor de l'ampia gola

d'inferno per mostrarli, e mosterrolli

oltre, quanto 'l potrà menar mia scola.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli

diè dianzi 'l monte, e perché tutto ad una

parve gridare infino a' suoi piè molli».

Sì mi diè, dimandando, per la cruna

del mio disio, che pur con la speranza

si fece la mia sete men digiuna.

Quei cominciò: «Cosa non è che sanza

ordine senta la religïone

de la montagna, o che sia fuor d'usanza.

Libero è qui da ogne alterazione:

di quel che 'l ciel da sé in sé riceve

esser ci puote, e non d'altro, cagione.

Per che non pioggia, non grando, non neve,

non rugiada, non brina più sù cade

che la scaletta di tre gradi breve;

nuvole spesse non paion né rade,

né coruscar, né figlia di Taumante,

che di là cangia sovente contrade;

secco vapor non surge più avante

ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,

dov' ha 'l vicario di Pietro le piante.

Trema forse più giù poco o assai;

ma per vento che 'n terra si nasconda,

non so come, qua sù non tremò mai.

Tremaci quando alcuna anima monda

sentesi, sì che surga o che si mova

per salir sù; e tal grido seconda.

De la mondizia sol voler fa prova,

che, tutto libero a mutar convento,

l'alma sorprende, e di voler le giova.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento

che divina giustizia, contra voglia,

come fu al peccar, pone al tormento.

E io, che son giaciuto a questa doglia

cinquecent' anni e più, pur mo sentii

libera volontà di miglior soglia:

però sentisti il tremoto e li pii

spiriti per lo monte render lode

a quel Segnor, che tosto sù li 'nvii».

Così ne disse; e però ch'el si gode

tanto del ber quant' è grande la sete,

non saprei dir quant' el mi fece prode.

E 'l savio duca: «Omai veggio la rete

che qui vi 'mpiglia e come si scalappia,

perché ci trema e di che congaudete.

Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,

e perché tanti secoli giaciuto

qui se', ne le parole tue mi cappia».

«Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto

del sommo rege, vendicò le fóra

ond' uscì 'l sangue per Giuda venduto,

col nome che più dura e più onora

era io di là», rispuose quello spirto,

«famoso assai, ma non con fede ancora.

Tanto fu dolce mio vocale spirto,

che, tolosano, a sé mi trasse Roma,

dove mertai le tempie ornar di mirto.

Stazio la gente ancor di là mi noma:

cantai di Tebe, e poi del grande Achille;

ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,

che mi scaldar, de la divina fiamma

onde sono allumati più di mille;

de l'Eneïda dico, la qual mamma

fummi, e fummi nutrice, poetando:

sanz' essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando

visse Virgilio, assentirei un sole

più che non deggio al mio uscir di bando».

Volser Virgilio a me queste parole

con viso che, tacendo, disse 'Taci';

ma non può tutto la virtù che vuole;

ché riso e pianto son tanto seguaci

a la passion di che ciascun si spicca,

che men seguon voler ne' più veraci.

Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;

per che l'ombra si tacque, e riguardommi

ne li occhi ove 'l sembiante più si ficca;

e «Se tanto labore in bene assommi»,

disse, «perché la tua faccia testeso

un lampeggiar di riso dimostrommi?».

Or son io d'una parte e d'altra preso:

l'una mi fa tacer, l'altra scongiura

ch'io dica; ond' io sospiro, e sono inteso

dal mio maestro, e «Non aver paura»,

mi dice, «di parlar; ma parla e digli

quel ch'e' dimanda con cotanta cura».

Ond' io: «Forse che tu ti maravigli,

antico spirto, del rider ch'io fei;

ma più d'ammirazion vo' che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei,

è quel Virgilio dal qual tu togliesti

forte a cantar de li uomini e d'i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,

lasciala per non vera, ed esser credi

quelle parole che di lui dicesti».

Già s'inchinava ad abbracciar li piedi

al mio dottor, ma el li disse: «Frate,

non far, ché tu se' ombra e ombra vedi».

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate

comprender de l'amor ch'a te mi scalda,

quand' io dismento nostra vanitate,

trattando l'ombre come cosa salda».

 

CANTO XXII

[Canto XXII, dove tratta de la qualità del sesto girone, dove si punisce e purga la colpa e vizio de la gola; e qui narra Stazio sua purgazione e sua conversione a la cristiana fede.]

 

 

Già era l'angel dietro a noi rimaso,

l'angel che n'avea vòlti al sesto giro,

avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c'hanno a giustizia lor disiro

detto n'avea beati, e le sue voci

con 'sitiunt', sanz' altro, ciò forniro.

E io più lieve che per l'altre foci

m'andava, sì che sanz' alcun labore

seguiva in sù li spiriti veloci;

quando Virgilio incominciò: «Amore,

acceso di virtù, sempre altro accese,

pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l'ora che tra noi discese

nel limbo de lo 'nferno Giovenale,

che la tua affezion mi fé palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale

più strinse mai di non vista persona,

sì ch'or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona

se troppa sicurtà m'allarga il freno,

e come amico omai meco ragiona:

come poté trovar dentro al tuo seno

loco avarizia, tra cotanto senno

di quanto per tua cura fosti pieno?».

Queste parole Stazio mover fenno

un poco a riso pria; poscia rispuose:

«Ogne tuo dir d'amor m'è caro cenno.

Veramente più volte appaion cose

che danno a dubitar falsa matera

per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m'avvera

esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,

forse per quella cerchia dov' io era.

Or sappi ch'avarizia fu partita

troppo da me, e questa dismisura

migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch'io drizzai mia cura,

quand' io intesi là dove tu chiame,

crucciato quasi a l'umana natura:

'Per che non reggi tu, o sacra fame

de l'oro, l'appetito de' mortali?',

voltando sentirei le giostre grame.

Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali

potean le mani a spendere, e pente'mi

così di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi

per ignoranza, che di questa pecca

toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca

per dritta opposizione alcun peccato,

con esso insieme qui suo verde secca;

però, s'io son tra quella gente stato

che piange l'avarizia, per purgarmi,

per lo contrario suo m'è incontrato».

«Or quando tu cantasti le crude armi

de la doppia trestizia di Giocasta»,

disse 'l cantor de' buccolici carmi,

«per quello che Clïò teco lì tasta,

non par che ti facesse ancor fedele

la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele

ti stenebraron sì, che tu drizzasti

poscia di retro al pescator le vele?».

Ed elli a lui: «Tu prima m'invïasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m'alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: 'Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenïe scende da ciel nova'.

Per te poeta fui, per te cristiano:

ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,

a colorare stenderò la mano.

Già era 'l mondo tutto quanto pregno

de la vera credenza, seminata

per li messaggi de l'etterno regno;

e la parola tua sopra toccata

si consonava a' nuovi predicanti;

ond' io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi,

che, quando Domizian li perseguette,

sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di là per me si stette,

io li sovvenni, e i lor dritti costumi

fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi

di Tebe poetando, ebb' io battesmo;

ma per paura chiuso cristian fu'mi,

lungamente mostrando paganesmo;

e questa tepidezza il quarto cerchio

cerchiar mi fé più che 'l quarto centesmo.

Tu dunque, che levato hai il coperchio

che m'ascondeva quanto bene io dico,

mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov' è Terrenzio nostro antico,

Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

dimmi se son dannati, e in qual vico».

«Costoro e Persio e io e altri assai»,

rispuose il duca mio, «siam con quel Greco

che le Muse lattar più ch'altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco;

spesse fïate ragioniam del monte

che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v'è nosco e Antifonte,

Simonide, Agatone e altri piùe

Greci che già di lauro ornar la fronte.

Quivi si veggion de le genti tue

Antigone, Deïfile e Argia,

e Ismene sì trista come fue.

Védeisi quella che mostrò Langia;

èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,

e con le suore sue Deïdamia».

Tacevansi ambedue già li poeti,

di novo attenti a riguardar dintorno,

liberi da saliri e da pareti;

e già le quattro ancelle eran del giorno

rimase a dietro, e la quinta era al temo,

drizzando pur in sù l'ardente corno,

quando il mio duca: «Io credo ch'a lo stremo

le destre spalle volger ne convegna,

girando il monte come far solemo».

Così l'usanza fu lì nostra insegna,

e prendemmo la via con men sospetto

per l'assentir di quell' anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto

di retro, e ascoltava i lor sermoni,

ch'a poetar mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni

un alber che trovammo in mezza strada,

con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo, così quello in giuso,

cred' io, perché persona sù non vada.

Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,

cadea de l'alta roccia un liquor chiaro

e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a l'alber s'appressaro;

e una voce per entro le fronde

gridò: «Di questo cibo avrete caro».

Poi disse: «Più pensava Maria onde

fosser le nozze orrevoli e intere,

ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere,

contente furon d'acqua; e Danïello

dispregiò cibo e acquistò savere.

Lo secol primo, quant' oro fu bello,

fé savorose con fame le ghiande,

e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande

che nodriro il Batista nel diserto;

per ch'elli è glorïoso e tanto grande

quanto per lo Vangelio v'è aperto».

 

 

CANTO XXIII

[Canto XXIII, dove si tratta del sopradetto girone e di quella medesima colpa de la gola, e sgrida contro a le donne fiorentine; dove truova Forese de' Donati di Fiorenze col quale molto parla.]

 

 

Mentre che li occhi per la fronda verde

ficcava ïo sì come far suole

chi dietro a li uccellin sua vita perde,

lo più che padre mi dicea: «Figliuole,

vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto

più utilmente compartir si vuole».

Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,

appresso i savi, che parlavan sìe,

che l'andar mi facean di nullo costo.

Ed ecco piangere e cantar s'udìe

'Labïa mëa, Domine' per modo

tal, che diletto e doglia parturìe.

«O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,

comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno

forse di lor dover solvendo il nodo».

Sì come i peregrin pensosi fanno,

giugnendo per cammin gente non nota,

che si volgono ad essa e non restanno,

così di retro a noi, più tosto mota,

venendo e trapassando ci ammirava

d'anime turba tacita e devota.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,

palida ne la faccia, e tanto scema

che da l'ossa la pelle s'informava.

Non credo che così a buccia strema

Erisittone fosse fatto secco,

per digiunar, quando più n'ebbe tema.

Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco

la gente che perdé Ierusalemme,

quando Maria nel figlio diè di becco!'.

Parean l'occhiaie anella sanza gemme:

chi nel viso de li uomini legge 'omo'

ben avria quivi conosciuta l'emme.

Chi crederebbe che l'odor d'un pomo

sì governasse, generando brama,

e quel d'un'acqua, non sappiendo como?

Già era in ammirar che sì li affama,

per la cagione ancor non manifesta

di lor magrezza e di lor trista squama,

ed ecco del profondo de la testa

volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;

poi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?».

Mai non l'avrei riconosciuto al viso;

ma ne la voce sua mi fu palese

ciò che l'aspetto in sé avea conquiso.

Questa favilla tutta mi raccese

mia conoscenza a la cangiata labbia,

e ravvisai la faccia di Forese.

«Deh, non contendere a l'asciutta scabbia

che mi scolora», pregava, «la pelle,

né a difetto di carne ch'io abbia;

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle

due anime che là ti fanno scorta;

non rimaner che tu non mi favelle!».

«La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,

mi dà di pianger mo non minor doglia»,

rispuos' io lui, «veggendola sì torta.

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;

non mi far dir mentr' io mi maraviglio,

ché mal può dir chi è pien d'altra voglia».

Ed elli a me: «De l'etterno consiglio

cade vertù ne l'acqua e ne la pianta

rimasa dietro, ond' io sì m'assottiglio.

Tutta esta gente che piangendo canta

per seguitar la gola oltra misura,

in fame e 'n sete qui si rifà santa.

Di bere e di mangiar n'accende cura

l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo

che si distende su per sua verdura.

E non pur una volta, questo spazzo

girando, si rinfresca nostra pena:

io dico pena, e dovria dir sollazzo,

ché quella voglia a li alberi ci mena

che menò Cristo lieto a dire 'Elì',

quando ne liberò con la sua vena».

E io a lui: «Forese, da quel dì

nel qual mutasti mondo a miglior vita,

cinqu' anni non son vòlti infino a qui.

Se prima fu la possa in te finita

di peccar più, che sovvenisse l'ora

del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,

come se' tu qua sù venuto ancora?

Io ti credea trovar là giù di sotto,

dove tempo per tempo si ristora».

Ond' elli a me: «Sì tosto m'ha condotto

a ber lo dolce assenzo d'i martìri

la Nella mia con suo pianger dirotto.

Con suoi prieghi devoti e con sospiri

tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,

e liberato m'ha de li altri giri.

Tanto è a Dio più cara e più diletta

la vedovella mia, che molto amai,

quanto in bene operare è più soletta;

ché la Barbagia di Sardigna assai

ne le femmine sue più è pudica

che la Barbagia dov' io la lasciai.

O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?

Tempo futuro m'è già nel cospetto,

cui non sarà quest' ora molto antica,

nel qual sarà in pergamo interdetto

a le sfacciate donne fiorentine

l'andar mostrando con le poppe il petto.

Quai barbare fuor mai, quai saracine,

cui bisognasse, per farle ir coperte,

o spiritali o altre discipline?

Ma se le svergognate fosser certe

di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,

già per urlare avrian le bocche aperte;

ché, se l'antiveder qui non m'inganna,

prima fien triste che le guance impeli

colui che mo si consola con nanna.

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!

vedi che non pur io, ma questa gente

tutta rimira là dove 'l sol veli».

Per ch'io a lui: «Se tu riduci a mente

qual fosti meco, e qual io teco fui,

ancor fia grave il memorar presente.

Di quella vita mi volse costui

che mi va innanzi, l'altr' ier, quando tonda

vi si mostrò la suora di colui»,

e 'l sol mostrai; «costui per la profonda

notte menato m'ha d'i veri morti

con questa vera carne che 'l seconda.

Indi m'han tratto sù li suoi conforti,

salendo e rigirando la montagna

che drizza voi che 'l mondo fece torti.

Tanto dice di farmi sua compagna

che io sarò là dove fia Beatrice;

quivi convien che sanza lui rimagna.

Virgilio è questi che così mi dice»,

e addita'lo; «e quest' altro è quell' ombra

per cuï scosse dianzi ogne pendice

lo vostro regno, che da sé lo sgombra».

 

 

CANTO XXIV

[Canto XXIV nel quale si tratta del sopradetto sesto girone e di quelli che si purgano del predetto peccato e vizio de la gola; e predicesi qui alcune cose a venire de la città lucana.]

 

 

Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento

facea, ma ragionando andavam forte,

sì come nave pinta da buon vento;

e l'ombre, che parean cose rimorte,

per le fosse de li occhi ammirazione

traean di me, di mio vivere accorte.

E io, continüando al mio sermone,

dissi: «Ella sen va sù forse più tarda

che non farebbe, per altrui cagione.

Ma dimmi, se tu sai, dov' è Piccarda;

dimmi s'io veggio da notar persona

tra questa gente che sì mi riguarda».

«La mia sorella, che tra bella e buona

non so qual fosse più, trïunfa lieta

ne l'alto Olimpo già di sua corona».

Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta

di nominar ciascun, da ch'è sì munta

nostra sembianza via per la dïeta.

Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,

Bonagiunta da Lucca; e quella faccia

di là da lui più che l'altre trapunta

ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:

dal Torso fu, e purga per digiuno

l'anguille di Bolsena e la vernaccia».

Molti altri mi nomò ad uno ad uno;

e del nomar parean tutti contenti,

sì ch'io però non vidi un atto bruno.

Vidi per fame a vòto usar li denti

Ubaldin da la Pila e Bonifazio

che pasturò col rocco molte genti.

Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio

già di bere a Forlì con men secchezza,

e sì fu tal, che non si sentì sazio.

Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza

più d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,

che più parea di me aver contezza.

El mormorava; e non so che «Gentucca»

sentiv' io là, ov' el sentia la piaga

de la giustizia che sì li pilucca.

«O anima», diss' io, «che par sì vaga

di parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,

e te e me col tuo parlare appaga».

«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,

cominciò el, «che ti farà piacere

la mia città, come ch'om la riprenda.

Tu te n'andrai con questo antivedere:

se nel mio mormorar prendesti errore,

dichiareranti ancor le cose vere.

Ma dì s'i' veggio qui colui che fore

trasse le nove rime, cominciando

'Donne ch'avete intelletto d'amore'».

E io a lui: «I' mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch'e' ditta dentro vo significando».

«O frate, issa vegg' io», diss' elli, «il nodo

che 'l Notaro e Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!

Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;

e qual più a gradire oltre si mette,

non vede più da l'uno a l'altro stilo»;

e, quasi contentato, si tacette.

Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,

alcuna volta in aere fanno schiera,

poi volan più a fretta e vanno in filo,

così tutta la gente che lì era,

volgendo 'l viso, raffrettò suo passo,

e per magrezza e per voler leggera.

E come l'uom che di trottare è lasso,

lascia andar li compagni, e sì passeggia

fin che si sfoghi l'affollar del casso,

sì lasciò trapassar la santa greggia

Forese, e dietro meco sen veniva,

dicendo: «Quando fia ch'io ti riveggia?».

«Non so», rispuos' io lui, «quant' io mi viva;

ma già non fïa il tornar mio tantosto,

ch'io non sia col voler prima a la riva;

però che 'l loco u' fui a viver posto,

di giorno in giorno più di ben si spolpa,

e a trista ruina par disposto».

«Or va», diss' el; «che quei che più n'ha colpa,

vegg' ïo a coda d'una bestia tratto

inver' la valle ove mai non si scolpa.

La bestia ad ogne passo va più ratto,

crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,

e lascia il corpo vilmente disfatto.

Non hanno molto a volger quelle ruote»,

e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro

ciò che 'l mio dir più dichiarar non puote.

Tu ti rimani omai; ché 'l tempo è caro

in questo regno, sì ch'io perdo troppo

venendo teco sì a paro a paro».

Qual esce alcuna volta di gualoppo

lo cavalier di schiera che cavalchi,

e va per farsi onor del primo intoppo,

tal si partì da noi con maggior valchi;

e io rimasi in via con esso i due

che fuor del mondo sì gran marescalchi.

E quando innanzi a noi intrato fue,

che li occhi miei si fero a lui seguaci,

come la mente a le parole sue,

parvermi i rami gravidi e vivaci

d'un altro pomo, e non molto lontani

per esser pur allora vòlto in laci.

Vidi gente sott' esso alzar le mani

e gridar non so che verso le fronde,

quasi bramosi fantolini e vani

che pregano, e 'l pregato non risponde,

ma, per fare esser ben la voglia acuta,

tien alto lor disio e nol nasconde.

Poi si partì sì come ricreduta;

e noi venimmo al grande arbore adesso,

che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

«Trapassate oltre sanza farvi presso:

legno è più sù che fu morso da Eva,

e questa pianta si levò da esso».

Sì tra le frasche non so chi diceva;

per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,

oltre andavam dal lato che si leva.

«Ricordivi», dicea, «d'i maladetti

nei nuvoli formati, che, satolli,

Tesëo combatter co' doppi petti;

e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,

per che no i volle Gedeon compagni,

quando inver' Madïan discese i colli».

Sì accostati a l'un d'i due vivagni

passammo, udendo colpe de la gola

seguite già da miseri guadagni.

Poi, rallargati per la strada sola,

ben mille passi e più ci portar oltre,

contemplando ciascun sanza parola.

«Che andate pensando sì voi sol tre?».

sùbita voce disse; ond' io mi scossi

come fan bestie spaventate e poltre.

Drizzai la testa per veder chi fossi;

e già mai non si videro in fornace

vetri o metalli sì lucenti e rossi,

com' io vidi un che dicea: «S'a voi piace

montare in sù, qui si convien dar volta;

quinci si va chi vuole andar per pace».

L'aspetto suo m'avea la vista tolta;

per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,

com' om che va secondo ch'elli ascolta.

E quale, annunziatrice de li albori,

l'aura di maggio movesi e olezza,

tutta impregnata da l'erba e da' fiori;

tal mi senti' un vento dar per mezza

la fronte, e ben senti' mover la piuma,

che fé sentir d'ambrosïa l'orezza.

E senti' dir: «Beati cui alluma

tanto di grazia, che l'amor del gusto

nel petto lor troppo disir non fuma,

esurïendo sempre quanto è giusto!».

 

 

CANTO XXV

[Canto XXV, lo quale tratta de l'essenzia del settimo girone, dove si punisce la colpa e peccato contro a natura ed ermafrodito sotto il vizio de la lussuria; e prima tratta alquanto del precedente purgamento de' ghiotti, dove Stazio poeta fae una distinzione sopra la natura umana.]

 

 

Ora era onde 'l salir non volea storpio;

ché 'l sole avëa il cerchio di merigge

lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

per che, come fa l'uom che non s'affigge

ma vassi a la via sua, che che li appaia,

se di bisogno stimolo il trafigge,

così intrammo noi per la callaia,

uno innanzi altro prendendo la scala

che per artezza i salitor dispaia.

E quale il cicognin che leva l'ala

per voglia di volare, e non s'attenta

d'abbandonar lo nido, e giù la cala;

tal era io con voglia accesa e spenta

di dimandar, venendo infino a l'atto

che fa colui ch'a dicer s'argomenta.

Non lasciò, per l'andar che fosse ratto,

lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca

l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto».

Allor sicuramente apri' la bocca

e cominciai: «Come si può far magro

là dove l'uopo di nodrir non tocca?».

«Se t'ammentassi come Meleagro

si consumò al consumar d'un stizzo,

non fora», disse, «a te questo sì agro;

e se pensassi come, al vostro guizzo,

guizza dentro a lo specchio vostra image,

ciò che par duro ti parrebbe vizzo.

Ma perché dentro a tuo voler t'adage,

ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

che sia or sanator de le tue piage».

«Se la veduta etterna li dislego»,

rispuose Stazio, «là dove tu sie,

discolpi me non potert' io far nego».

Poi cominciò: «Se le parole mie,

figlio, la mente tua guarda e riceve,

lume ti fiero al come che tu die.

Sangue perfetto, che poi non si beve

da l'assetate vene, e si rimane

quasi alimento che di mensa leve,

prende nel core a tutte membra umane

virtute informativa, come quello

ch'a farsi quelle per le vene vane.

Ancor digesto, scende ov' è più bello

tacer che dire; e quindi poscia geme

sovr' altrui sangue in natural vasello.

Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,

l'un disposto a patire, e l'altro a fare

per lo perfetto loco onde si preme;

e, giunto lui, comincia ad operare

coagulando prima, e poi avviva

ciò che per sua matera fé constare.

Anima fatta la virtute attiva

qual d'una pianta, in tanto differente,

che questa è in via e quella è già a riva,

tanto ovra poi, che già si move e sente,

come spungo marino; e indi imprende

ad organar le posse ond' è semente.

Or si spiega, figliuolo, or si distende

la virtù ch'è dal cor del generante,

dove natura a tutte membra intende.

Ma come d'animal divegna fante,

non vedi tu ancor: quest' è tal punto,

che più savio di te fé già errante,

sì che per sua dottrina fé disgiunto

da l'anima il possibile intelletto,

perché da lui non vide organo assunto.

Apri a la verità che viene il petto;

e sappi che, sì tosto come al feto

l'articular del cerebro è perfetto,

lo motor primo a lui si volge lieto

sovra tant' arte di natura, e spira

spirito novo, di vertù repleto,

che ciò che trova attivo quivi, tira

in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,

che vive e sente e sé in sé rigira.

E perché meno ammiri la parola,

guarda il calor del sole che si fa vino,

giunto a l'omor che de la vite cola.

Quando Làchesis non ha più del lino,

solvesi da la carne, e in virtute

ne porta seco e l'umano e 'l divino:

l'altre potenze tutte quante mute;

memoria, intelligenza e volontade

in atto molto più che prima agute.

Sanza restarsi, per sé stessa cade

mirabilmente a l'una de le rive;

quivi conosce prima le sue strade.

Tosto che loco lì la circunscrive,

la virtù formativa raggia intorno

così e quanto ne le membra vive.

E come l'aere, quand' è ben pïorno,

per l'altrui raggio che 'n sé si reflette,

di diversi color diventa addorno;

così l'aere vicin quivi si mette

e in quella forma ch'è in lui suggella

virtüalmente l'alma che ristette;

e simigliante poi a la fiammella

che segue il foco là 'vunque si muta,

segue lo spirto sua forma novella.

Però che quindi ha poscia sua paruta,

è chiamata ombra; e quindi organa poi

ciascun sentire infino a la veduta.

Quindi parliamo e quindi ridiam noi;

quindi facciam le lagrime e ' sospiri

che per lo monte aver sentiti puoi.

Secondo che ci affliggono i disiri

e li altri affetti, l'ombra si figura;

e quest' è la cagion di che tu miri».

E già venuto a l'ultima tortura

s'era per noi, e vòlto a la man destra,

ed eravamo attenti ad altra cura.

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,

e la cornice spira fiato in suso

che la reflette e via da lei sequestra;

ond' ir ne convenia dal lato schiuso

ad uno ad uno; e io temëa 'l foco

quinci, e quindi temeva cader giuso.

Lo duca mio dicea: «Per questo loco

si vuol tenere a li occhi stretto il freno,

però ch'errar potrebbesi per poco».

'Summae Deus clementïae' nel seno

al grande ardore allora udi' cantando,

che di volger mi fé caler non meno;

e vidi spirti per la fiamma andando;

per ch'io guardava a loro e a' miei passi,

compartendo la vista a quando a quando.

Appresso il fine ch'a quell' inno fassi,

gridavano alto: 'Virum non cognosco';

indi ricominciavan l'inno bassi.

Finitolo, anco gridavano: «Al bosco

si tenne Diana, ed Elice caccionne

che di Venere avea sentito il tòsco».

Indi al cantar tornavano; indi donne

gridavano e mariti che fuor casti

come virtute e matrimonio imponne.

E questo modo credo che lor basti

per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:

con tal cura conviene e con tai pasti

che la piaga da sezzo si ricuscia.

 

CANTO XXVI

[Canto XXVI, dove tratta di quello medesimo girone e del purgamento de' predetti peccati e vizi lussuriosi; dove nomina messer Guido Guinizzelli da Bologna e molti altri.]

 

 

Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro,

ce n'andavamo, e spesso il buon maestro

diceami: «Guarda: giovi ch'io ti scaltro»;

feriami il sole in su l'omero destro,

che già, raggiando, tutto l'occidente

mutava in bianco aspetto di cilestro;

e io facea con l'ombra più rovente

parer la fiamma; e pur a tanto indizio

vidi molt' ombre, andando, poner mente.

Questa fu la cagion che diede inizio

loro a parlar di me; e cominciarsi

a dir: «Colui non par corpo fittizio»;

poi verso me, quanto potëan farsi,

certi si fero, sempre con riguardo

di non uscir dove non fosser arsi.

«O tu che vai, non per esser più tardo,

ma forse reverente, a li altri dopo,

rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.

Né solo a me la tua risposta è uopo;

ché tutti questi n'hanno maggior sete

che d'acqua fredda Indo o Etïopo.

Dinne com' è che fai di te parete

al sol, pur come tu non fossi ancora

di morte intrato dentro da la rete».

Sì mi parlava un d'essi; e io mi fora

già manifesto, s'io non fossi atteso

ad altra novità ch'apparve allora;

ché per lo mezzo del cammino acceso

venne gente col viso incontro a questa,

la qual mi fece a rimirar sospeso.

Lì veggio d'ogne parte farsi presta

ciascun' ombra e basciarsi una con una

sanza restar, contente a brieve festa;

così per entro loro schiera bruna

s'ammusa l'una con l'altra formica,

forse a spïar lor via e lor fortuna.

Tosto che parton l'accoglienza amica,

prima che 'l primo passo lì trascorra,

sopragridar ciascuna s'affatica:

la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;

e l'altra: «Ne la vacca entra Pasife,

perché 'l torello a sua lussuria corra».

Poi, come grue ch'a le montagne Rife

volasser parte, e parte inver' l'arene,

queste del gel, quelle del sole schife,

l'una gente sen va, l'altra sen vene;

e tornan, lagrimando, a' primi canti

e al gridar che più lor si convene;

e raccostansi a me, come davanti,

essi medesmi che m'avean pregato,

attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.

Io, che due volte avea visto lor grato,

incominciai: «O anime sicure

d'aver, quando che sia, di pace stato,

non son rimase acerbe né mature

le membra mie di là, ma son qui meco

col sangue suo e con le sue giunture.

Quinci sù vo per non esser più cieco;

donna è di sopra che m'acquista grazia,

per che 'l mortal per vostro mondo reco.

Ma se la vostra maggior voglia sazia

tosto divegna, sì che 'l ciel v'alberghi

ch'è pien d'amore e più ampio si spazia,

ditemi, acciò ch'ancor carte ne verghi,

chi siete voi, e chi è quella turba

che se ne va di retro a' vostri terghi».

Non altrimenti stupido si turba

lo montanaro, e rimirando ammuta,

quando rozzo e salvatico s'inurba,

che ciascun' ombra fece in sua paruta;

ma poi che furon di stupore scarche,

lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,

«Beato te, che de le nostre marche»,

ricominciò colei che pria m'inchiese,

«per morir meglio, esperïenza imbarche!

La gente che non vien con noi, offese

di ciò per che già Cesar, trïunfando,

"Regina" contra sé chiamar s'intese:

però si parton "Soddoma" gridando,

rimproverando a sé com' hai udito,

e aiutan l'arsura vergognando.

Nostro peccato fu ermafrodito;

ma perché non servammo umana legge,

seguendo come bestie l'appetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge,

quando partinci, il nome di colei

che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge.

Or sai nostri atti e di che fummo rei:

se forse a nome vuo' saper chi semo,

tempo non è di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo:

son Guido Guinizzelli, e già mi purgo

per ben dolermi prima ch'a lo stremo».

Quali ne la tristizia di Ligurgo

si fer due figli a riveder la madre,

tal mi fec' io, ma non a tanto insurgo,

quand' io odo nomar sé stesso il padre

mio e de li altri miei miglior che mai

rime d'amore usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai

lunga fïata rimirando lui,

né, per lo foco, in là più m'appressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui,

tutto m'offersi pronto al suo servigio

con l'affermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,

per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,

che Letè nol può tòrre né far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro,

dimmi che è cagion per che dimostri

nel dire e nel guardar d'avermi caro».

E io a lui: «Li dolci detti vostri,

che, quanto durerà l'uso moderno,

faranno cari ancora i loro incostri».

«O frate», disse, «questi ch'io ti cerno

col dito», e additò un spirto innanzi,

«fu miglior fabbro del parlar materno.

Versi d'amore e prose di romanzi

soverchiò tutti; e lascia dir li stolti

che quel di Lemosì credon ch'avanzi.

A voce più ch'al ver drizzan li volti,

e così ferman sua oppinïone

prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.

Così fer molti antichi di Guittone,

di grido in grido pur lui dando pregio,

fin che l'ha vinto il ver con più persone.

Or se tu hai sì ampio privilegio,

che licito ti sia l'andare al chiostro

nel quale è Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d'un paternostro,

quanto bisogna a noi di questo mondo,

dove poter peccar non è più nostro».

Poi, forse per dar luogo altrui secondo

che presso avea, disparve per lo foco,

come per l'acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,

e dissi ch'al suo nome il mio disire

apparecchiava grazïoso loco.

El cominciò liberamente a dire:

«Tan m'abellis vostre cortes deman,

qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu'esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l'escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!».

Poi s'ascose nel foco che li affina.

 

CANTO XXVII

[Canto XXVII, dove tratta d'una visione che apparve a Dante in sogno, o come pervennero a la sommità del monte ed entraro nel Paradiso Terrestre chiamato paradiso delitiarum.]

 

 

Sì come quando i primi raggi vibra

là dove il suo fattor lo sangue sparse,

cadendo Ibero sotto l'alta Libra,

e l'onde in Gange da nona rïarse,

sì stava il sole; onde 'l giorno sen giva,

come l'angel di Dio lieto ci apparse.

Fuor de la fiamma stava in su la riva,

e cantava 'Beati mundo corde!'

in voce assai più che la nostra viva.

Poscia «Più non si va, se pria non morde,

anime sante, il foco: intrate in esso,

e al cantar di là non siate sorde»,

ci disse come noi li fummo presso;

per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,

qual è colui che ne la fossa è messo.

In su le man commesse mi protesi,

guardando il foco e imaginando forte

umani corpi già veduti accesi.

Volsersi verso me le buone scorte;

e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,

qui può esser tormento, ma non morte.

Ricorditi, ricorditi! E se io

sovresso Gerïon ti guidai salvo,

che farò ora presso più a Dio?

Credi per certo che se dentro a l'alvo

di questa fiamma stessi ben mille anni,

non ti potrebbe far d'un capel calvo.

E se tu forse credi ch'io t'inganni,

fatti ver' lei, e fatti far credenza

con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.

Pon giù omai, pon giù ogne temenza;

volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».

E io pur fermo e contra coscïenza.

Quando mi vide star pur fermo e duro,

turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:

tra Bëatrice e te è questo muro».

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte, e riguardolla,

allor che 'l gelso diventò vermiglio;

così, la mia durezza fatta solla,

mi volsi al savio duca, udendo il nome

che ne la mente sempre mi rampolla.

Ond' ei crollò la fronte e disse: «Come!

volenci star di qua?»; indi sorrise

come al fanciul si fa ch'è vinto al pome.

Poi dentro al foco innanzi mi si mise,

pregando Stazio che venisse retro,

che pria per lunga strada ci divise.

Sì com' fui dentro, in un bogliente vetro

gittato mi sarei per rinfrescarmi,

tant' era ivi lo 'ncendio sanza metro.

Lo dolce padre mio, per confortarmi,

pur di Beatrice ragionando andava,

dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».

Guidavaci una voce che cantava

di là; e noi, attenti pur a lei,

venimmo fuor là ove si montava.

'Venite, benedicti Patris mei',

sonò dentro a un lume che lì era,

tal che mi vinse e guardar nol potei.

«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;

non v'arrestate, ma studiate il passo,

mentre che l'occidente non si annera».

Dritta salia la via per entro 'l sasso

verso tal parte ch'io toglieva i raggi

dinanzi a me del sol ch'era già basso.

E di pochi scaglion levammo i saggi,

che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,

sentimmo dietro e io e li miei saggi.

E pria che 'n tutte le sue parti immense

fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,

e notte avesse tutte sue dispense,

ciascun di noi d'un grado fece letto;

ché la natura del monte ci affranse

la possa del salir più e 'l diletto.

Quali si stanno ruminando manse

le capre, state rapide e proterve

sovra le cime avante che sien pranse,

tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,

guardate dal pastor, che 'n su la verga

poggiato s'è e lor di posa serve;

e quale il mandrïan che fori alberga,

lungo il pecuglio suo queto pernotta,

guardando perché fiera non lo sperga;

tali eravamo tutti e tre allotta,

io come capra, ed ei come pastori,

fasciati quinci e quindi d'alta grotta.

Poco parer potea lì del di fori;

ma, per quel poco, vedea io le stelle

di lor solere e più chiare e maggiori.

Sì ruminando e sì mirando in quelle,

mi prese il sonno; il sonno che sovente,

anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.

Ne l'ora, credo, che de l'orïente

prima raggiò nel monte Citerea,

che di foco d'amor par sempre ardente,

giovane e bella in sogno mi parea

donna vedere andar per una landa

cogliendo fiori; e cantando dicea:

«Sappia qualunque il mio nome dimanda

ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno

le belle mani a farmi una ghirlanda.

Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;

ma mia suora Rachel mai non si smaga

dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

Ell' è d'i suoi belli occhi veder vaga

com' io de l'addornarmi con le mani;

lei lo vedere, e me l'ovrare appaga».

E già per li splendori antelucani,

che tanto a' pellegrin surgon più grati,

quanto, tornando, albergan men lontani,

le tenebre fuggian da tutti lati,

e 'l sonno mio con esse; ond' io leva'mi,

veggendo i gran maestri già levati.

«Quel dolce pome che per tanti rami

cercando va la cura de' mortali,

oggi porrà in pace le tue fami».

Virgilio inverso me queste cotali

parole usò; e mai non furo strenne

che fosser di piacere a queste iguali.

Tanto voler sopra voler mi venne

de l'esser sù, ch'ad ogne passo poi

al volo mi sentia crescer le penne.

Come la scala tutta sotto noi

fu corsa e fummo in su 'l grado superno,

in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

e disse: «Il temporal foco e l'etterno

veduto hai, figlio; e se' venuto in parte

dov' io per me più oltre non discerno.

Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;

lo tuo piacere omai prendi per duce;

fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.

Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;

vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli

che qui la terra sol da sé produce.

Mentre che vegnan lieti li occhi belli

che, lagrimando, a te venir mi fenno,

seder ti puoi e puoi andar tra elli.

Non aspettar mio dir più né mio cenno;

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch'io te sovra te corono e mitrio».

 

 

CANTO XXVIII

[Canto XXVIII, ove si tratta come la vita attiva distingue a l'auttore la natura del fiume di Letè, il quale trovò nel detto Paradiso, ove molto dimostra de la felicitade e del peccato di Adamo, e del modo e ordine del detto luogo.]

 

 

Vago già di cercar dentro e dintorno

la divina foresta spessa e viva,

ch'a li occhi temperava il novo giorno,

sanza più aspettar, lasciai la riva,

prendendo la campagna lento lento

su per lo suol che d'ogne parte auliva.

Un'aura dolce, sanza mutamento

avere in sé, mi feria per la fronte

non di più colpo che soave vento;

per cui le fronde, tremolando, pronte

tutte quante piegavano a la parte

u' la prim' ombra gitta il santo monte;

non però dal loro esser dritto sparte

tanto, che li augelletti per le cime

lasciasser d'operare ogne lor arte;

ma con piena letizia l'ore prime,

cantando, ricevieno intra le foglie,

che tenevan bordone a le sue rime,

tal qual di ramo in ramo si raccoglie

per la pineta in su 'l lito di Chiassi,

quand' Ëolo scilocco fuor discioglie.

Già m'avean trasportato i lenti passi

dentro a la selva antica tanto, ch'io

non potea rivedere ond' io mi 'ntrassi;

ed ecco più andar mi tolse un rio,

che 'nver' sinistra con sue picciole onde

piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo.

Tutte l'acque che son di qua più monde,

parrieno avere in sé mistura alcuna

verso di quella, che nulla nasconde,

avvegna che si mova bruna bruna

sotto l'ombra perpetüa, che mai

raggiar non lascia sole ivi né luna.

Coi piè ristetti e con li occhi passai

di là dal fiumicello, per mirare

la gran varïazion d'i freschi mai;

e là m'apparve, sì com' elli appare

subitamente cosa che disvia

per maraviglia tutto altro pensare,

una donna soletta che si gia

e cantando e scegliendo fior da fiore

ond' era pinta tutta la sua via.

«Deh, bella donna, che a' raggi d'amore

ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti

che soglion esser testimon del core,

vegnati in voglia di trarreti avanti»,

diss' io a lei, «verso questa rivera,

tanto ch'io possa intender che tu canti.

Tu mi fai rimembrar dove e qual era

Proserpina nel tempo che perdette

la madre lei, ed ella primavera».

Come si volge, con le piante strette

a terra e intra sé, donna che balli,

e piede innanzi piede a pena mette,

volsesi in su i vermigli e in su i gialli

fioretti verso me, non altrimenti

che vergine che li occhi onesti avvalli;

e fece i prieghi miei esser contenti,

sì appressando sé, che 'l dolce suono

veniva a me co' suoi intendimenti.

Tosto che fu là dove l'erbe sono

bagnate già da l'onde del bel fiume,

di levar li occhi suoi mi fece dono.

Non credo che splendesse tanto lume

sotto le ciglia a Venere, trafitta

dal figlio fuor di tutto suo costume.

Ella ridea da l'altra riva dritta,

trattando più color con le sue mani,

che l'alta terra sanza seme gitta.

Tre passi ci facea il fiume lontani;

ma Elesponto, là 've passò Serse,

ancora freno a tutti orgogli umani,

più odio da Leandro non sofferse

per mareggiare intra Sesto e Abido,

che quel da me perch' allor non s'aperse.

«Voi siete nuovi, e forse perch' io rido»,

cominciò ella, «in questo luogo eletto

a l'umana natura per suo nido,

maravigliando tienvi alcun sospetto;

ma luce rende il salmo Delectasti,

che puote disnebbiar vostro intelletto.

E tu che se' dinanzi e mi pregasti,

dì s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta

ad ogne tua question tanto che basti».

«L'acqua», diss' io, «e 'l suon de la foresta

impugnan dentro a me novella fede

di cosa ch'io udi' contraria a questa».

Ond' ella: «Io dicerò come procede

per sua cagion ciò ch'ammirar ti face,

e purgherò la nebbia che ti fiede.

Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,

fé l'uom buono e a bene, e questo loco

diede per arr' a lui d'etterna pace.

Per sua difalta qui dimorò poco;

per sua difalta in pianto e in affanno

cambiò onesto riso e dolce gioco.

Perché 'l turbar che sotto da sé fanno

l'essalazion de l'acqua e de la terra,

che quanto posson dietro al calor vanno,

a l'uomo non facesse alcuna guerra,

questo monte salìo verso 'l ciel tanto,

e libero n'è d'indi ove si serra.

Or perché in circuito tutto quanto

l'aere si volge con la prima volta,

se non li è rotto il cerchio d'alcun canto,

in questa altezza ch'è tutta disciolta

ne l'aere vivo, tal moto percuote,

e fa sonar la selva perch' è folta;

e la percossa pianta tanto puote,

che de la sua virtute l'aura impregna

e quella poi, girando, intorno scuote;

e l'altra terra, secondo ch'è degna

per sé e per suo ciel, concepe e figlia

di diverse virtù diverse legna.

Non parrebbe di là poi maraviglia,

udito questo, quando alcuna pianta

sanza seme palese vi s'appiglia.

E saper dei che la campagna santa

dove tu se', d'ogne semenza è piena,

e frutto ha in sé che di là non si schianta.

L'acqua che vedi non surge di vena

che ristori vapor che gel converta,

come fiume ch'acquista e perde lena;

ma esce di fontana salda e certa,

che tanto dal voler di Dio riprende,

quant' ella versa da due parti aperta.

Da questa parte con virtù discende

che toglie altrui memoria del peccato;

da l'altra d'ogne ben fatto la rende.

Quinci Letè; così da l'altro lato

Eünoè si chiama, e non adopra

se quinci e quindi pria non è gustato:

a tutti altri sapori esto è di sopra.

E avvegna ch'assai possa esser sazia

la sete tua perch' io più non ti scuopra,

darotti un corollario ancor per grazia;

né credo che 'l mio dir ti sia men caro,

se oltre promession teco si spazia.

Quelli ch'anticamente poetaro

l'età de l'oro e suo stato felice,

forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l'umana radice;

qui primavera sempre e ogne frutto;

nettare è questo di che ciascun dice».

Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto

a' miei poeti, e vidi che con riso

udito avëan l'ultimo costrutto;

poi a la bella donna torna' il viso.

 

 

CANTO XXIX

[Canto XXIX, dove si tratta sì come l'auttore contristato si conduoleva e come vide li sette doni del Santo Spirito e Cristo e la celestiale corte in forma di certe figure.]

 

 

Cantando come donna innamorata,

continüò col fin di sue parole:

'Beati quorum tecta sunt peccata!'.

E come ninfe che si givan sole

per le salvatiche ombre, disïando

qual di veder, qual di fuggir lo sole,

allor si mosse contra 'l fiume, andando

su per la riva; e io pari di lei,

picciol passo con picciol seguitando.

Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,

quando le ripe igualmente dier volta,

per modo ch'a levante mi rendei.

Né ancor fu così nostra via molta,

quando la donna tutta a me si torse,

dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».

Ed ecco un lustro sùbito trascorse

da tutte parti per la gran foresta,

tal che di balenar mi mise in forse.

Ma perché 'l balenar, come vien, resta,

e quel, durando, più e più splendeva,

nel mio pensier dicea: 'Che cosa è questa?'.

E una melodia dolce correva

per l'aere luminoso; onde buon zelo

mi fé riprender l'ardimento d'Eva,

che là dove ubidia la terra e 'l cielo,

femmina, sola e pur testé formata,

non sofferse di star sotto alcun velo;

sotto 'l qual se divota fosse stata,

avrei quelle ineffabili delizie

sentite prima e più lunga fïata.

Mentr' io m'andava tra tante primizie

de l'etterno piacer tutto sospeso,

e disïoso ancora a più letizie,

dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,

ci si fé l'aere sotto i verdi rami;

e 'l dolce suon per canti era già inteso.

O sacrosante Vergini, se fami,

freddi o vigilie mai per voi soffersi,

cagion mi sprona ch'io mercé vi chiami.

Or convien che Elicona per me versi,

e Uranìe m'aiuti col suo coro

forti cose a pensar mettere in versi.

Poco più oltre, sette alberi d'oro

falsava nel parere il lungo tratto

del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;

ma quand' i' fui sì presso di lor fatto,

che l'obietto comun, che 'l senso inganna,

non perdea per distanza alcun suo atto,

la virtù ch'a ragion discorso ammanna,

sì com' elli eran candelabri apprese,

e ne le voci del cantare 'Osanna'.

Di sopra fiammeggiava il bello arnese

più chiaro assai che luna per sereno

di mezza notte nel suo mezzo mese.

Io mi rivolsi d'ammirazion pieno

al buon Virgilio, ed esso mi rispuose

con vista carca di stupor non meno.

Indi rendei l'aspetto a l'alte cose

che si movieno incontr' a noi sì tardi,

che foran vinte da novelle spose.

La donna mi sgridò: «Perché pur ardi

sì ne l'affetto de le vive luci,

e ciò che vien di retro a lor non guardi?».

Genti vid' io allor, come a lor duci,

venire appresso, vestite di bianco;

e tal candor di qua già mai non fuci.

L'acqua imprendëa dal sinistro fianco,

e rendea me la mia sinistra costa,

s'io riguardava in lei, come specchio anco.

Quand' io da la mia riva ebbi tal posta,

che solo il fiume mi facea distante,

per veder meglio ai passi diedi sosta,

e vidi le fiammelle andar davante,

lasciando dietro a sé l'aere dipinto,

e di tratti pennelli avean sembiante;

sì che lì sopra rimanea distinto

di sette liste, tutte in quei colori

onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.

Questi ostendali in dietro eran maggiori

che la mia vista; e, quanto a mio avviso,

diece passi distavan quei di fori.

Sotto così bel ciel com' io diviso,

ventiquattro seniori, a due a due,

coronati venien di fiordaliso.

Tutti cantavan: «Benedicta tue

ne le figlie d'Adamo, e benedette

sieno in etterno le bellezze tue!».

Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette

a rimpetto di me da l'altra sponda

libere fuor da quelle genti elette,

sì come luce luce in ciel seconda,

vennero appresso lor quattro animali,

coronati ciascun di verde fronda.

Ognuno era pennuto di sei ali;

le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,

se fosser vivi, sarebber cotali.

A descriver lor forme più non spargo

rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,

tanto ch'a questa non posso esser largo;

ma leggi Ezechïel, che li dipigne

come li vide da la fredda parte

venir con vento e con nube e con igne;

e quali i troverai ne le sue carte,

tali eran quivi, salvo ch'a le penne

Giovanni è meco e da lui si diparte.

Lo spazio dentro a lor quattro contenne

un carro, in su due rote, trïunfale,

ch'al collo d'un grifon tirato venne.

Esso tendeva in sù l'una e l'altra ale

tra la mezzana e le tre e tre liste,

sì ch'a nulla, fendendo, facea male.

Tanto salivan che non eran viste;

le membra d'oro avea quant' era uccello,

e bianche l'altre, di vermiglio miste.

Non che Roma di carro così bello

rallegrasse Affricano, o vero Augusto,

ma quel del Sol saria pover con ello;

quel del Sol che, svïando, fu combusto

per l'orazion de la Terra devota,

quando fu Giove arcanamente giusto.

Tre donne in giro da la destra rota

venian danzando; l'una tanto rossa

ch'a pena fora dentro al foco nota;

l'altr' era come se le carni e l'ossa

fossero state di smeraldo fatte;

la terza parea neve testé mossa;

e or parëan da la bianca tratte,

or da la rossa; e dal canto di questa

l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.

Da la sinistra quattro facean festa,

in porpore vestite, dietro al modo

d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.

Appresso tutto il pertrattato nodo

vidi due vecchi in abito dispari,

ma pari in atto e onesto e sodo.

L'un si mostrava alcun de' famigliari

di quel sommo Ipocràte che natura

a li animali fé ch'ell' ha più cari;

mostrava l'altro la contraria cura

con una spada lucida e aguta,

tal che di qua dal rio mi fé paura.

Poi vidi quattro in umile paruta;

e di retro da tutti un vecchio solo

venir, dormendo, con la faccia arguta.

E questi sette col primaio stuolo

erano abitüati, ma di gigli

dintorno al capo non facëan brolo,

anzi di rose e d'altri fior vermigli;

giurato avria poco lontano aspetto

che tutti ardesser di sopra da' cigli.

E quando il carro a me fu a rimpetto,

un tuon s'udì, e quelle genti degne

parvero aver l'andar più interdetto,

fermandosi ivi con le prime insegne.

 

 

CANTO XXX

[Canto XXX, dove narra come Beatrice apparve a Dante e Virgilio il lasciò, e lo recitare per l'alta donna de la incostanza e difetto di Dante, e qui l'auttore piange i suoi difetti con vergogna compuntiva.]

 

 

Quando il settentrïon del primo cielo,

che né occaso mai seppe né orto

né d'altra nebbia che di colpa velo,

e che faceva lì ciascuno accorto

di suo dover, come 'l più basso face

qual temon gira per venire a porto,

fermo s'affisse: la gente verace,

venuta prima tra 'l grifone ed esso,

al carro volse sé come a sua pace;

e un di loro, quasi da ciel messo,

'Veni, sponsa, de Libano' cantando

gridò tre volte, e tutti li altri appresso.

Quali i beati al novissimo bando

surgeran presti ognun di sua caverna,

la revestita voce alleluiando,

cotali in su la divina basterna

si levar cento, ad vocem tanti senis,

ministri e messaggier di vita etterna.

Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!',

e fior gittando e di sopra e dintorno,

'Manibus, oh, date lilïa plenis!'.

Io vidi già nel cominciar del giorno

la parte orïental tutta rosata,

e l'altro ciel di bel sereno addorno;

e la faccia del sol nascere ombrata,

sì che per temperanza di vapori

l'occhio la sostenea lunga fïata:

così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giù dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d'uliva

donna m'apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch'a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d'antico amor sentì la gran potenza.

Tosto che ne la vista mi percosse

l'alta virtù che già m'avea trafitto

prima ch'io fuor di püerizia fosse,

volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quando elli è afflitto,

per dicere a Virgilio: 'Men che dramma

di sangue m'è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l'antica fiamma'.

Ma Virgilio n'avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die'mi;

né quantunque perdeo l'antica matre,

valse a le guance nette di rugiada

che, lagrimando, non tornasser atre.

«Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

ché pianger ti conven per altra spada».

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

viene a veder la gente che ministra

per li altri legni, e a ben far l'incora;

in su la sponda del carro sinistra,

quando mi volsi al suon del nome mio,

che di necessità qui si registra,

vidi la donna che pria m'appario

velata sotto l'angelica festa,

drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.

Tutto che 'l vel che le scendea di testa,

cerchiato de le fronde di Minerva,

non la lasciasse parer manifesta,

regalmente ne l'atto ancor proterva

continüò come colui che dice

e 'l più caldo parlar dietro reserva:

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.

Come degnasti d'accedere al monte?

non sapei tu che qui è l'uom felice?».

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;

ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,

tanta vergogna mi gravò la fronte.

Così la madre al figlio par superba,

com' ella parve a me; perché d'amaro

sente il sapor de la pietade acerba.

Ella si tacque; e li angeli cantaro

di sùbito 'In te, Domine, speravi';

ma oltre 'pedes meos' non passaro.

Sì come neve tra le vive travi

per lo dosso d'Italia si congela,

soffiata e stretta da li venti schiavi,

poi, liquefatta, in sé stessa trapela,

pur che la terra che perde ombra spiri,

sì che par foco fonder la candela;

così fui sanza lagrime e sospiri

anzi 'l cantar di quei che notan sempre

dietro a le note de li etterni giri;

ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre

lor compatire a me, par che se detto

avesser: 'Donna, perché sì lo stempre?',

lo gel che m'era intorno al cor ristretto,

spirito e acqua fessi, e con angoscia

de la bocca e de li occhi uscì del petto.

Ella, pur ferma in su la detta coscia

del carro stando, a le sustanze pie

volse le sue parole così poscia:

«Voi vigilate ne l'etterno die,

sì che notte né sonno a voi non fura

passo che faccia il secol per sue vie;

onde la mia risposta è con più cura

che m'intenda colui che di là piagne,

perché sia colpa e duol d'una misura.

Non pur per ovra de le rote magne,

che drizzan ciascun seme ad alcun fine

secondo che le stelle son compagne,

ma per larghezza di grazie divine,

che sì alti vapori hanno a lor piova,

che nostre viste là non van vicine,

questi fu tal ne la sua vita nova

virtüalmente, ch'ogne abito destro

fatto averebbe in lui mirabil prova.

Ma tanto più maligno e più silvestro

si fa 'l terren col mal seme e non cólto,

quant' elli ha più di buon vigor terrestro.

Alcun tempo il sostenni col mio volto:

mostrando li occhi giovanetti a lui,

meco il menava in dritta parte vòlto.

Sì tosto come in su la soglia fui

di mia seconda etade e mutai vita,

questi si tolse a me, e diessi altrui.

Quando di carne a spirto era salita,

e bellezza e virtù cresciuta m'era,

fu' io a lui men cara e men gradita;

e volse i passi suoi per via non vera,

imagini di ben seguendo false,

che nulla promession rendono intera.

Né l'impetrare ispirazion mi valse,

con le quali e in sogno e altrimenti

lo rivocai: sì poco a lui ne calse!

Tanto giù cadde, che tutti argomenti

a la salute sua eran già corti,

fuor che mostrarli le perdute genti.

Per questo visitai l'uscio d'i morti,

e a colui che l'ha qua sù condotto,

li preghi miei, piangendo, furon porti.

Alto fato di Dio sarebbe rotto,

se Letè si passasse e tal vivanda

fosse gustata sanza alcuno scotto

di pentimento che lagrime spanda».

 

 

CANTO XXXI

[Canto XXXI, ove si tratta sì come Beatrice riprende l'auttore de le commesse colpe, e come la donna che avante li apparve il bagna.]

 

 

«O tu che se' di là dal fiume sacro»,

volgendo suo parlare a me per punta,

che pur per taglio m'era paruto acro,

ricominciò, seguendo sanza cunta,

«dì, dì se questo è vero; a tanta accusa

tua confession conviene esser congiunta».

Era la mia virtù tanto confusa,

che la voce si mosse, e pria si spense

che da li organi suoi fosse dischiusa.

Poco sofferse; poi disse: «Che pense?

Rispondi a me; ché le memorie triste

in te non sono ancor da l'acqua offense».

Confusione e paura insieme miste

mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,

al quale intender fuor mestier le viste.

Come balestro frange, quando scocca

da troppa tesa, la sua corda e l'arco,

e con men foga l'asta il segno tocca,

sì scoppia' io sottesso grave carco,

fuori sgorgando lagrime e sospiri,

e la voce allentò per lo suo varco.

Ond' ella a me: «Per entro i mie' disiri,

che ti menavano ad amar lo bene

di là dal qual non è a che s'aspiri,

quai fossi attraversati o quai catene

trovasti, per che del passare innanzi

dovessiti così spogliar la spene?

E quali agevolezze o quali avanzi

ne la fronte de li altri si mostraro,

per che dovessi lor passeggiare anzi?».

Dopo la tratta d'un sospiro amaro,

a pena ebbi la voce che rispuose,

e le labbra a fatica la formaro.

Piangendo dissi: «Le presenti cose

col falso lor piacer volser miei passi,

tosto che 'l vostro viso si nascose».

Ed ella: «Se tacessi o se negassi

ciò che confessi, non fora men nota

la colpa tua: da tal giudice sassi!

Ma quando scoppia de la propria gota

l'accusa del peccato, in nostra corte

rivolge sé contra 'l taglio la rota.

Tuttavia, perché mo vergogna porte

del tuo errore, e perché altra volta,

udendo le serene, sie più forte,

pon giù il seme del piangere e ascolta:

sì udirai come in contraria parte

mover dovieti mia carne sepolta.

Mai non t'appresentò natura o arte

piacer, quanto le belle membra in ch'io

rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;

e se 'l sommo piacer sì ti fallio

per la mia morte, qual cosa mortale

dovea poi trarre te nel suo disio?

Ben ti dovevi, per lo primo strale

de le cose fallaci, levar suso

di retro a me che non era più tale.

Non ti dovea gravar le penne in giuso,

ad aspettar più colpo, o pargoletta

o altra novità con sì breve uso.

Novo augelletto due o tre aspetta;

ma dinanzi da li occhi d'i pennuti

rete si spiega indarno o si saetta».

Quali fanciulli, vergognando, muti

con li occhi a terra stannosi, ascoltando

e sé riconoscendo e ripentuti,

tal mi stav' io; ed ella disse: «Quando

per udir se' dolente, alza la barba,

e prenderai più doglia riguardando».

Con men di resistenza si dibarba

robusto cerro, o vero al nostral vento

o vero a quel de la terra di Iarba,

ch'io non levai al suo comando il mento;

e quando per la barba il viso chiese,

ben conobbi il velen de l'argomento.

E come la mia faccia si distese,

posarsi quelle prime creature

da loro aspersïon l'occhio comprese;

e le mie luci, ancor poco sicure,

vider Beatrice volta in su la fiera

ch'è sola una persona in due nature.

Sotto 'l suo velo e oltre la rivera

vincer pariemi più sé stessa antica,

vincer che l'altre qui, quand' ella c'era.

Di penter sì mi punse ivi l'ortica,

che di tutte altre cose qual mi torse

più nel suo amor, più mi si fé nemica.

Tanta riconoscenza il cor mi morse,

ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,

salsi colei che la cagion mi porse.

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,

la donna ch'io avea trovata sola

sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».

Tratto m'avea nel fiume infin la gola,

e tirandosi me dietro sen giva

sovresso l'acqua lieve come scola.

Quando fui presso a la beata riva,

'Asperges me' sì dolcemente udissi,

che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.

La bella donna ne le braccia aprissi;

abbracciommi la testa e mi sommerse

ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato m'offerse

dentro a la danza de le quattro belle;

e ciascuna del braccio mi coperse.

«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;

pria che Beatrice discendesse al mondo,

fummo ordinate a lei per sue ancelle.

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo

lume ch'è dentro aguzzeranno i tuoi

le tre di là, che miran più profondo».

Così cantando cominciaro; e poi

al petto del grifon seco menarmi,

ove Beatrice stava volta a noi.

Disser: «Fa che le viste non risparmi;

posto t'avem dinanzi a li smeraldi

ond' Amor già ti trasse le sue armi».

Mille disiri più che fiamma caldi

strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,

che pur sopra 'l grifone stavan saldi.

Come in lo specchio il sol, non altrimenti

la doppia fiera dentro vi raggiava,

or con altri, or con altri reggimenti.

Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,

quando vedea la cosa in sé star queta,

e ne l'idolo suo si trasmutava.

Mentre che piena di stupore e lieta

l'anima mia gustava di quel cibo

che, saziando di sé, di sé asseta,

sé dimostrando di più alto tribo

ne li atti, l'altre tre si fero avanti,

danzando al loro angelico caribo.

«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,

era la sua canzone, «al tuo fedele

che, per vederti, ha mossi passi tanti!

Per grazia fa noi grazia che disvele

a lui la bocca tua, sì che discerna

la seconda bellezza che tu cele».

O isplendor di viva luce etterna,

chi palido si fece sotto l'ombra

sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,

che non paresse aver la mente ingombra,

tentando a render te qual tu paresti

là dove armonizzando il ciel t'adombra,

quando ne l'aere aperto ti solvesti?

 

 

CANTO XXXII

[Canto XXXII, dove si tratta come Beatrice comandò a l'auttore che scrivesse li miracoli che vide in quel luogo, e come elli con le donne seguio il carro, e l'aguglia percosse il carro, e una volpe sen fuggio, e de la puttana e del gigante.]

 

 

Tant' eran li occhi miei fissi e attenti

a disbramarsi la decenne sete,

che li altri sensi m'eran tutti spenti.

Ed essi quinci e quindi avien parete

di non caler - così lo santo riso

a sé traéli con l'antica rete! -;

quando per forza mi fu vòlto il viso

ver' la sinistra mia da quelle dee,

perch' io udi' da loro un «Troppo fiso!»;

e la disposizion ch'a veder èe

ne li occhi pur testé dal sol percossi,

sanza la vista alquanto esser mi fée.

Ma poi ch'al poco il viso riformossi

(e dico 'al poco' per rispetto al molto

sensibile onde a forza mi rimossi),

vidi 'n sul braccio destro esser rivolto

lo glorïoso essercito, e tornarsi

col sole e con le sette fiamme al volto.

Come sotto li scudi per salvarsi

volgesi schiera, e sé gira col segno,

prima che possa tutta in sé mutarsi;

quella milizia del celeste regno

che procedeva, tutta trapassonne

pria che piegasse il carro il primo legno.

Indi a le rote si tornar le donne,

e 'l grifon mosse il benedetto carco

sì, che però nulla penna crollonne.

La bella donna che mi trasse al varco

e Stazio e io seguitavam la rota

che fé l'orbita sua con minore arco.

Sì passeggiando l'alta selva vòta,

colpa di quella ch'al serpente crese,

temprava i passi un'angelica nota.

Forse in tre voli tanto spazio prese

disfrenata saetta, quanto eramo

rimossi, quando Bëatrice scese.

Io senti' mormorare a tutti «Adamo»;

poi cerchiaro una pianta dispogliata

di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.

La coma sua, che tanto si dilata

più quanto più è sù, fora da l'Indi

ne' boschi lor per altezza ammirata.

«Beato se', grifon, che non discindi

col becco d'esto legno dolce al gusto,

poscia che mal si torce il ventre quindi».

Così dintorno a l'albero robusto

gridaron li altri; e l'animal binato:

«Sì si conserva il seme d'ogne giusto».

E vòlto al temo ch'elli avea tirato,

trasselo al piè de la vedova frasca,

e quel di lei a lei lasciò legato.

Come le nostre piante, quando casca

giù la gran luce mischiata con quella

che raggia dietro a la celeste lasca,

turgide fansi, e poi si rinovella

di suo color ciascuna, pria che 'l sole

giunga li suoi corsier sotto altra stella;

men che di rose e più che di vïole

colore aprendo, s'innovò la pianta,

che prima avea le ramora sì sole.

Io non lo 'ntesi, né qui non si canta

l'inno che quella gente allor cantaro,

né la nota soffersi tutta quanta.

S'io potessi ritrar come assonnaro

li occhi spietati udendo di Siringa,

li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;

come pintor che con essempro pinga,

disegnerei com' io m'addormentai;

ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.

Però trascorro a quando mi svegliai,

e dico ch'un splendor mi squarciò 'l velo

del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».

Quali a veder de' fioretti del melo

che del suo pome li angeli fa ghiotti

e perpetüe nozze fa nel cielo,

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti

e vinti, ritornaro a la parola

da la qual furon maggior sonni rotti,

e videro scemata loro scuola

così di Moïsè come d'Elia,

e al maestro suo cangiata stola;

tal torna' io, e vidi quella pia

sovra me starsi che conducitrice

fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.

E tutto in dubbio dissi: «Ov' è Beatrice?».

Ond' ella: «Vedi lei sotto la fronda

nova sedere in su la sua radice.

Vedi la compagnia che la circonda:

li altri dopo 'l grifon sen vanno suso

con più dolce canzone e più profonda».

E se più fu lo suo parlar diffuso,

non so, però che già ne li occhi m'era

quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.

Sola sedeasi in su la terra vera,

come guardia lasciata lì del plaustro

che legar vidi a la biforme fera.

In cerchio le facevan di sé claustro

le sette ninfe, con quei lumi in mano

che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.

«Qui sarai tu poco tempo silvano;

e sarai meco sanza fine cive

di quella Roma onde Cristo è romano.

Però, in pro del mondo che mal vive,

al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,

ritornato di là, fa che tu scrive».

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi

d'i suoi comandamenti era divoto,

la mente e li occhi ov' ella volle diedi.

Non scese mai con sì veloce moto

foco di spessa nube, quando piove

da quel confine che più va remoto,

com' io vidi calar l'uccel di Giove

per l'alber giù, rompendo de la scorza,

non che d'i fiori e de le foglie nove;

e ferì 'l carro di tutta sua forza;

ond' el piegò come nave in fortuna,

vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.

Poscia vidi avventarsi ne la cuna

del trïunfal veiculo una volpe

che d'ogne pasto buon parea digiuna;

ma, riprendendo lei di laide colpe,

la donna mia la volse in tanta futa

quanto sofferser l'ossa sanza polpe.

Poscia per indi ond' era pria venuta,

l'aguglia vidi scender giù ne l'arca

del carro e lasciar lei di sé pennuta;

e qual esce di cuor che si rammarca,

tal voce uscì del cielo e cotal disse:

«O navicella mia, com' mal se' carca!».

Poi parve a me che la terra s'aprisse

tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago

che per lo carro sù la coda fisse;

e come vespa che ritragge l'ago,

a sé traendo la coda maligna,

trasse del fondo, e gissen vago vago.

Quel che rimase, come da gramigna

vivace terra, da la piuma, offerta

forse con intenzion sana e benigna,

si ricoperse, e funne ricoperta

e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto

che più tiene un sospir la bocca aperta.

Trasformato così 'l dificio santo

mise fuor teste per le parti sue,

tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.

Le prime eran cornute come bue,

ma le quattro un sol corno avean per fronte:

simile mostro visto ancor non fue.

Sicura, quasi rocca in alto monte,

seder sovresso una puttana sciolta

m'apparve con le ciglia intorno pronte;

e come perché non li fosse tolta,

vidi di costa a lei dritto un gigante;

e basciavansi insieme alcuna volta.

Ma perché l'occhio cupido e vagante

a me rivolse, quel feroce drudo

la flagellò dal capo infin le piante;

poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,

disciolse il mostro, e trassel per la selva,

tanto che sol di lei mi fece scudo

a la puttana e a la nova belva.

 

CANTO XXXIII

[Canto XXXIII, il quale si è l'ultimo de la seconda cantica, ove si racconta sì come Beatrice dichiaroe a Dante quelle cose ch'elli vide, trattando e dimostrando le future vendette e de la ingiuria nel predetto carro del grifone; e infine, veduti li quattro fiumi del Paradiso, escono verso il cielo.]

 

 

'Deus, venerunt gentes', alternando

or tre or quattro dolce salmodia,

le donne incominciaro, e lagrimando;

e Bëatrice, sospirosa e pia,

quelle ascoltava sì fatta, che poco

più a la croce si cambiò Maria.

Ma poi che l'altre vergini dier loco

a lei di dir, levata dritta in pè,

rispuose, colorata come foco:

'Modicum, et non videbitis me;

et iterum, sorelle mie dilette,

modicum, et vos videbitis me'.

Poi le si mise innanzi tutte e sette,

e dopo sé, solo accennando, mosse

me e la donna e 'l savio che ristette.

Così sen giva; e non credo che fosse

lo decimo suo passo in terra posto,

quando con li occhi li occhi mi percosse;

e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,

mi disse, «tanto che, s'io parlo teco,

ad ascoltarmi tu sie ben disposto».

Sì com' io fui, com' io dovëa, seco,

dissemi: «Frate, perché non t'attenti

a domandarmi omai venendo meco?».

Come a color che troppo reverenti

dinanzi a suo maggior parlando sono,

che non traggon la voce viva ai denti,

avvenne a me, che sanza intero suono

incominciai: «Madonna, mia bisogna

voi conoscete, e ciò ch'ad essa è buono».

Ed ella a me: «Da tema e da vergogna

voglio che tu omai ti disviluppe,

sì che non parli più com' om che sogna.

Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe,

fu e non è; ma chi n'ha colpa, creda

che vendetta di Dio non teme suppe.

Non sarà tutto tempo sanza reda

l'aguglia che lasciò le penne al carro,

per che divenne mostro e poscia preda;

ch'io veggio certamente, e però il narro,

a darne tempo già stelle propinque,

secure d'ogn' intoppo e d'ogne sbarro,

nel quale un cinquecento diece e cinque,

messo di Dio, anciderà la fuia

con quel gigante che con lei delinque.

E forse che la mia narrazion buia,

qual Temi e Sfinge, men ti persuade,

perch' a lor modo lo 'ntelletto attuia;

ma tosto fier li fatti le Naiade,

che solveranno questo enigma forte

sanza danno di pecore o di biade.

Tu nota; e sì come da me son porte,

così queste parole segna a' vivi

del viver ch'è un correre a la morte.

E aggi a mente, quando tu le scrivi,

di non celar qual hai vista la pianta

ch'è or due volte dirubata quivi.

Qualunque ruba quella o quella schianta,

con bestemmia di fatto offende a Dio,

che solo a l'uso suo la creò santa.

Per morder quella, in pena e in disio

cinquemilia anni e più l'anima prima

bramò colui che 'l morso in sé punio.

Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima

per singular cagione essere eccelsa

lei tanto e sì travolta ne la cima.

E se stati non fossero acqua d'Elsa

li pensier vani intorno a la tua mente,

e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,

per tante circostanze solamente

la giustizia di Dio, ne l'interdetto,

conosceresti a l'arbor moralmente.

Ma perch' io veggio te ne lo 'ntelletto

fatto di pietra e, impetrato, tinto,

sì che t'abbaglia il lume del mio detto,

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,

che 'l te ne porti dentro a te per quello

che si reca il bordon di palma cinto».

E io: «Sì come cera da suggello,

che la figura impressa non trasmuta,

segnato è or da voi lo mio cervello.

Ma perché tanto sovra mia veduta

vostra parola disïata vola,

che più la perde quanto più s'aiuta?».

«Perché conoschi», disse, «quella scuola

c'hai seguitata, e veggi sua dottrina

come può seguitar la mia parola;

e veggi vostra via da la divina

distar cotanto, quanto si discorda

da terra il ciel che più alto festina».

Ond' io rispuosi lei: «Non mi ricorda

ch'i' stranïasse me già mai da voi,

né honne coscïenza che rimorda».

«E se tu ricordar non te ne puoi»,

sorridendo rispuose, «or ti rammenta

come bevesti di Letè ancoi;

e se dal fummo foco s'argomenta,

cotesta oblivïon chiaro conchiude

colpa ne la tua voglia altrove attenta.

Veramente oramai saranno nude

le mie parole, quanto converrassi

quelle scovrire a la tua vista rude».

E più corusco e con più lenti passi

teneva il sole il cerchio di merigge,

che qua e là, come li aspetti, fassi,

quando s'affisser, sì come s'affigge

chi va dinanzi a gente per iscorta

se trova novitate o sue vestigge,

le sette donne al fin d'un'ombra smorta,

qual sotto foglie verdi e rami nigri

sovra suoi freddi rivi l'alpe porta.

Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri

veder mi parve uscir d'una fontana,

e, quasi amici, dipartirsi pigri.

«O luce, o gloria de la gente umana,

che acqua è questa che qui si dispiega

da un principio e sé da sé lontana?».

Per cotal priego detto mi fu: «Priega

Matelda che 'l ti dica». E qui rispuose,

come fa chi da colpa si dislega,

la bella donna: «Questo e altre cose

dette li son per me; e son sicura

che l'acqua di Letè non gliel nascose».

E Bëatrice: «Forse maggior cura,

che spesse volte la memoria priva,

fatt' ha la mente sua ne li occhi oscura.

Ma vedi Eünoè che là diriva:

menalo ad esso, e come tu se' usa,

la tramortita sua virtù ravviva».

Come anima gentil, che non fa scusa,

ma fa sua voglia de la voglia altrui

tosto che è per segno fuor dischiusa;

così, poi che da essa preso fui,

la bella donna mossesi, e a Stazio

donnescamente disse: «Vien con lui».

S'io avessi, lettor, più lungo spazio

da scrivere, i' pur cantere' in parte

lo dolce ber che mai non m'avria sazio;

ma perché piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

non mi lascia più ir lo fren de l'arte.

Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire a le stelle.

 

[Explicit secunda pars Comedie Dantis Alagherii

in qua tractatum est de Purgatorio]

 

 

 

 

LA DIVINA COMMEDIA

di Dante Alighieri

 

 

PARADISO

 

 

CANTO I

[Comincia la terza cantica de la Commedia di Dante Alaghiere di Fiorenza, ne la quale si tratta de' beati e de la celestiale gloria e de' meriti e premi de' santi, e dividesi in nove parti. Canto primo, nel cui principio l'auttore proemizza a la seguente cantica; e sono ne lo elemento del fuoco e Beatrice solve a l'auttore una questione; nel quale canto l'auttore promette di trattare de le cose divine invocando la scienza poetica, cioè Appollo chiamato il deo de la Sapienza.]

 

 

La gloria di colui che tutto move

per l'universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende

fu' io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,

nostro intelletto si profonda tanto,

che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant' io del regno santo

ne la mia mente potei far tesoro,

sarà ora materia del mio canto.

O buono Appollo, a l'ultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l'amato alloro.

Infino a qui l'un giogo di Parnaso

assai mi fu; ma or con amendue

m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue

sì come quando Marsïa traesti

de la vagina de le membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti

tanto che l'ombra del beato regno

segnata nel mio capo io manifesti,

vedra'mi al piè del tuo diletto legno

venire, e coronarmi de le foglie

che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie

per trïunfare o cesare o poeta,

colpa e vergogna de l'umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta

delfica deïtà dovria la fronda

peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda:

forse di retro a me con miglior voci

si pregherà perché Cirra risponda.

Surge ai mortali per diverse foci

la lucerna del mondo; ma da quella

che quattro cerchi giugne con tre croci,

con miglior corso e con migliore stella

esce congiunta, e la mondana cera

più a suo modo tempera e suggella.

Fatto avea di là mane e di qua sera

tal foce, e quasi tutto era là bianco

quello emisperio, e l'altra parte nera,

quando Beatrice in sul sinistro fianco

vidi rivolta e riguardar nel sole:

aguglia sì non li s'affisse unquanco.

E sì come secondo raggio suole

uscir del primo e risalire in suso,

pur come pelegrin che tornar vuole,

così de l'atto suo, per li occhi infuso

ne l'imagine mia, il mio si fece,

e fissi li occhi al sole oltre nostr' uso.

Molto è licito là, che qui non lece

a le nostre virtù, mercé del loco

fatto per proprio de l'umana spece.

Io nol soffersi molto, né sì poco,

ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,

com' ferro che bogliente esce del foco;

e di sùbito parve giorno a giorno

essere aggiunto, come quei che puote

avesse il ciel d'un altro sole addorno.

Beatrice tutta ne l'etterne rote

fissa con li occhi stava; e io in lei

le luci fissi, di là sù rimote.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

qual si fé Glauco nel gustar de l'erba

che 'l fé consorto in mar de li altri dèi.

Trasumanar significar per verba

non si poria; però l'essemplo basti

a cui esperïenza grazia serba.

S'i' era sol di me quel che creasti

novellamente, amor che 'l ciel governi,

tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.

Quando la rota che tu sempiterni

desiderato, a sé mi fece atteso

con l'armonia che temperi e discerni,

parvemi tanto allor del cielo acceso

de la fiamma del sol, che pioggia o fiume

lago non fece alcun tanto disteso.

La novità del suono e 'l grande lume

di lor cagion m'accesero un disio

mai non sentito di cotanto acume.

Ond' ella, che vedea me sì com' io,

a quïetarmi l'animo commosso,

pria ch'io a dimandar, la bocca aprio

e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso

col falso imaginar, sì che non vedi

ciò che vedresti se l'avessi scosso.

Tu non se' in terra, sì come tu credi;

ma folgore, fuggendo il proprio sito,

non corse come tu ch'ad esso riedi».

S'io fui del primo dubbio disvestito

per le sorrise parolette brevi,

dentro ad un nuovo più fu' inretito

e dissi: «Già contento requïevi

di grande ammirazion; ma ora ammiro

com' io trascenda questi corpi levi».

Ond' ella, appresso d'un pïo sospiro,

li occhi drizzò ver' me con quel sembiante

che madre fa sovra figlio deliro,

e cominciò: «Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l'universo a Dio fa simigliante.

Qui veggion l'alte creature l'orma

de l'etterno valore, il qual è fine

al quale è fatta la toccata norma.

Ne l'ordine ch'io dico sono accline

tutte nature, per diverse sorti,

più al principio loro e men vicine;

onde si muovono a diversi porti

per lo gran mar de l'essere, e ciascuna

con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver' la luna;

questi ne' cor mortali è permotore;

questi la terra in sé stringe e aduna;

né pur le creature che son fore

d'intelligenza quest' arco saetta,

ma quelle c'hanno intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta,

del suo lume fa 'l ciel sempre quïeto

nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;

e ora lì, come a sito decreto,

cen porta la virtù di quella corda

che ciò che scocca drizza in segno lieto.

Vero è che, come forma non s'accorda

molte fïate a l'intenzion de l'arte,

perch' a risponder la materia è sorda,

così da questo corso si diparte

talor la creatura, c'ha podere

di piegar, così pinta, in altra parte;

e sì come veder si può cadere

foco di nube, sì l'impeto primo

l'atterra torto da falso piacere.

Non dei più ammirar, se bene stimo,

lo tuo salir, se non come d'un rivo

se d'alto monte scende giuso ad imo.

Maraviglia sarebbe in te se, privo

d'impedimento, giù ti fossi assiso,

com' a terra quïete in foco vivo».

Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.

 

CANTO II

[Canto secondo, ove tratta come Beatrice e l'auttore pervegnono al cielo de la Luna, aprendo la veritade de l'ombra ch'appare in essa; e qui comincia questa terza parte de la Commedia quanto al proprio dire.]

 

 

O voi che siete in piccioletta barca,

desiderosi d'ascoltar, seguiti

dietro al mio legno che cantando varca,

tornate a riveder li vostri liti:

non vi mettete in pelago, ché forse,

perdendo me, rimarreste smarriti.

L'acqua ch'io prendo già mai non si corse;

Minerva spira, e conducemi Appollo,

e nove Muse mi dimostran l'Orse.

Voialtri pochi che drizzaste il collo

per tempo al pan de li angeli, del quale

vivesi qui ma non sen vien satollo,

metter potete ben per l'alto sale

vostro navigio, servando mio solco

dinanzi a l'acqua che ritorna equale.

Que' glorïosi che passaro al Colco

non s'ammiraron come voi farete,

quando Iasón vider fatto bifolco.

La concreata e perpetüa sete

del deïforme regno cen portava

veloci quasi come 'l ciel vedete.

Beatrice in suso, e io in lei guardava;

e forse in tanto in quanto un quadrel posa

e vola e da la noce si dischiava,

giunto mi vidi ove mirabil cosa

mi torse il viso a sé; e però quella

cui non potea mia cura essere ascosa,

volta ver' me, sì lieta come bella,

«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,

«che n'ha congiunti con la prima stella».

Parev' a me che nube ne coprisse

lucida, spessa, solida e pulita,

quasi adamante che lo sol ferisse.

Per entro sé l'etterna margarita

ne ricevette, com' acqua recepe

raggio di luce permanendo unita.

S'io era corpo, e qui non si concepe

com' una dimensione altra patio,

ch'esser convien se corpo in corpo repe,

accender ne dovria più il disio

di veder quella essenza in che si vede

come nostra natura e Dio s'unio.

Lì si vedrà ciò che tenem per fede,

non dimostrato, ma fia per sé noto

a guisa del ver primo che l'uom crede.

Io rispuosi: «Madonna, sì devoto

com' esser posso più, ringrazio lui

lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.

Ma ditemi: che son li segni bui

di questo corpo, che là giuso in terra

fan di Cain favoleggiare altrui?».

Ella sorrise alquanto, e poi «S'elli erra

l'oppinïon», mi disse, «d'i mortali

dove chiave di senso non diserra,

certo non ti dovrien punger li strali

d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi

vedi che la ragione ha corte l'ali.

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».

E io: «Ciò che n'appar qua sù diverso

credo che fanno i corpi rari e densi».

Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso

nel falso il creder tuo, se bene ascolti

l'argomentar ch'io li farò avverso.

La spera ottava vi dimostra molti

lumi, li quali e nel quale e nel quanto

notar si posson di diversi volti.

Se raro e denso ciò facesser tanto,

una sola virtù sarebbe in tutti,

più e men distributa e altrettanto.

Virtù diverse esser convegnon frutti

di princìpi formali, e quei, for ch'uno,

seguiterieno a tua ragion distrutti.

Ancor, se raro fosse di quel bruno

cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte

fora di sua materia sì digiuno

esto pianeto, o, sì come comparte

lo grasso e 'l magro un corpo, così questo

nel suo volume cangerebbe carte.

Se 'l primo fosse, fora manifesto

ne l'eclissi del sol, per trasparere

lo lume come in altro raro ingesto.

Questo non è: però è da vedere

de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,

falsificato fia lo tuo parere.

S'elli è che questo raro non trapassi,

esser conviene un termine da onde

lo suo contrario più passar non lassi;

e indi l'altrui raggio si rifonde

così come color torna per vetro

lo qual di retro a sé piombo nasconde.

Or dirai tu ch'el si dimostra tetro

ivi lo raggio più che in altre parti,

per esser lì refratto più a retro.

Da questa instanza può deliberarti

esperïenza, se già mai la provi,

ch'esser suol fonte ai rivi di vostr' arti.

Tre specchi prenderai; e i due rimovi

da te d'un modo, e l'altro, più rimosso,

tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso

ti stea un lume che i tre specchi accenda

e torni a te da tutti ripercosso.

Ben che nel quanto tanto non si stenda

la vista più lontana, lì vedrai

come convien ch'igualmente risplenda.

Or, come ai colpi de li caldi rai

de la neve riman nudo il suggetto

e dal colore e dal freddo primai,

così rimaso te ne l'intelletto

voglio informar di luce sì vivace,

che ti tremolerà nel suo aspetto.

Dentro dal ciel de la divina pace

si gira un corpo ne la cui virtute

l'esser di tutto suo contento giace.

Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,

quell' esser parte per diverse essenze,

da lui distratte e da lui contenute.

Li altri giron per varie differenze

le distinzion che dentro da sé hanno

dispongono a lor fini e lor semenze.

Questi organi del mondo così vanno,

come tu vedi omai, di grado in grado,

che di sù prendono e di sotto fanno.

Riguarda bene omai sì com' io vado

per questo loco al vero che disiri,

sì che poi sappi sol tener lo guado.

Lo moto e la virtù d'i santi giri,

come dal fabbro l'arte del martello,

da' beati motor convien che spiri;

e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello,

de la mente profonda che lui volve

prende l'image e fassene suggello.

E come l'alma dentro a vostra polve

per differenti membra e conformate

a diverse potenze si risolve,

così l'intelligenza sua bontate

multiplicata per le stelle spiega,

girando sé sovra sua unitate.

Virtù diversa fa diversa lega

col prezïoso corpo ch'ella avviva,

nel qual, sì come vita in voi, si lega.

Per la natura lieta onde deriva,

la virtù mista per lo corpo luce

come letizia per pupilla viva.

Da essa vien ciò che da luce a luce

par differente, non da denso e raro;

essa è formal principio che produce,

conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».

 

CANTO III

[Canto terzo, nel quale si tratta di quello medesimo cielo de la Luna e di certi spiriti che appariro in esso; e solve qui una questione: cioè se li spiriti che sono in cielo di sotto vorrebbero esser più sù ch'elli siano.]

 

 

Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto,

di bella verità m'avea scoverto,

provando e riprovando, il dolce aspetto;

e io, per confessar corretto e certo

me stesso, tanto quanto si convenne

leva' il capo a proferer più erto;

ma visïone apparve che ritenne

a sé me tanto stretto, per vedersi,

che di mia confession non mi sovvenne.

Quali per vetri trasparenti e tersi,

o ver per acque nitide e tranquille,

non sì profonde che i fondi sien persi,

tornan d'i nostri visi le postille

debili sì, che perla in bianca fronte

non vien men forte a le nostre pupille;

tali vid' io più facce a parlar pronte;

per ch'io dentro a l'error contrario corsi

a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.

Sùbito sì com' io di lor m'accorsi,

quelle stimando specchiati sembianti,

per veder di cui fosser, li occhi torsi;

e nulla vidi, e ritorsili avanti

dritti nel lume de la dolce guida,

che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

«Non ti maravigliar perch' io sorrida»,

mi disse, «appresso il tuo püeril coto,

poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida,

ma te rivolve, come suole, a vòto:

vere sustanze son ciò che tu vedi,

qui rilegate per manco di voto.

Però parla con esse e odi e credi;

ché la verace luce che le appaga

da sé non lascia lor torcer li piedi».

E io a l'ombra che parea più vaga

di ragionar, drizza'mi, e cominciai,

quasi com' uom cui troppa voglia smaga:

«O ben creato spirito, che a' rai

di vita etterna la dolcezza senti

che, non gustata, non s'intende mai,

grazïoso mi fia se mi contenti

del nome tuo e de la vostra sorte».

Ond' ella, pronta e con occhi ridenti:

«La nostra carità non serra porte

a giusta voglia, se non come quella

che vuol simile a sé tutta sua corte.

I' fui nel mondo vergine sorella;

e se la mente tua ben sé riguarda,

non mi ti celerà l'esser più bella,

ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,

che, posta qui con questi altri beati,

beata sono in la spera più tarda.

Li nostri affetti, che solo infiammati

son nel piacer de lo Spirito Santo,

letizian del suo ordine formati.

E questa sorte che par giù cotanto,

però n'è data, perché fuor negletti

li nostri voti, e vòti in alcun canto».

Ond' io a lei: «Ne' mirabili aspetti

vostri risplende non so che divino

che vi trasmuta da' primi concetti:

però non fui a rimembrar festino;

ma or m'aiuta ciò che tu mi dici,

sì che raffigurar m'è più latino.

Ma dimmi: voi che siete qui felici,

disiderate voi più alto loco

per più vedere e per più farvi amici?».

Con quelle altr' ombre pria sorrise un poco;

da indi mi rispuose tanto lieta,

ch'arder parea d'amor nel primo foco:

«Frate, la nostra volontà quïeta

virtù di carità, che fa volerne

sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.

Se disïassimo esser più superne,

foran discordi li nostri disiri

dal voler di colui che qui ne cerne;

che vedrai non capere in questi giri,

s'essere in carità è qui necesse,

e se la sua natura ben rimiri.

Anzi è formale ad esto beato esse

tenersi dentro a la divina voglia,

per ch'una fansi nostre voglie stesse;

sì che, come noi sem di soglia in soglia

per questo regno, a tutto il regno piace

com' a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.

E 'n la sua volontade è nostra pace:

ell' è quel mare al qual tutto si move

ciò ch'ella crïa o che natura face».

Chiaro mi fu allor come ogne dove

in cielo è paradiso, etsi la grazia

del sommo ben d'un modo non vi piove.

Ma sì com' elli avvien, s'un cibo sazia

e d'un altro rimane ancor la gola,

che quel si chere e di quel si ringrazia,

così fec' io con atto e con parola,

per apprender da lei qual fu la tela

onde non trasse infino a co la spuola.

«Perfetta vita e alto merto inciela

donna più sù», mi disse, «a la cui norma

nel vostro mondo giù si veste e vela,

perché fino al morir si vegghi e dorma

con quello sposo ch'ogne voto accetta

che caritate a suo piacer conforma.

Dal mondo, per seguirla, giovinetta

fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi

e promisi la via de la sua setta.

Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,

fuor mi rapiron de la dolce chiostra:

Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

E quest' altro splendor che ti si mostra

da la mia destra parte e che s'accende

di tutto il lume de la spera nostra,

ciò ch'io dico di me, di sé intende;

sorella fu, e così le fu tolta

di capo l'ombra de le sacre bende.

Ma poi che pur al mondo fu rivolta

contra suo grado e contra buona usanza,

non fu dal vel del cor già mai disciolta.

Quest' è la luce de la gran Costanza

che del secondo vento di Soave

generò 'l terzo e l'ultima possanza».

Così parlommi, e poi cominciò 'Ave,

Maria' cantando, e cantando vanio

come per acqua cupa cosa grave.

La vista mia, che tanto lei seguio

quanto possibil fu, poi che la perse,

volsesi al segno di maggior disio,

e a Beatrice tutta si converse;

ma quella folgorò nel mïo sguardo

sì che da prima il viso non sofferse;

e ciò mi fece a dimandar più tardo.

 

CANTO IV

[Canto IV, dove in quello medesimo cielo due veritadi si manifestano da Beatrice: l'una è del luogo de' beati, e l'altra si è de la voluntate mista e de la obsuluta; e propone terza questione del voto e se si puote satisfare al voto rotto e non osservato.]

 

 

Intra due cibi, distanti e moventi

d'un modo, prima si morria di fame,

che liber' omo l'un recasse ai denti;

sì si starebbe un agno intra due brame

di fieri lupi, igualmente temendo;

sì si starebbe un cane intra due dame:

per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,

da li miei dubbi d'un modo sospinto,

poi ch'era necessario, né commendo.

Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto

m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,

più caldo assai che per parlar distinto.

Fé sì Beatrice qual fé Danïello,

Nabuccodonosor levando d'ira,

che l'avea fatto ingiustamente fello;

e disse: «Io veggio ben come ti tira

uno e altro disio, sì che tua cura

sé stessa lega sì che fuor non spira.

Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura,

la vïolenza altrui per qual ragione

di meritar mi scema la misura?".

Ancor di dubitar ti dà cagione

parer tornarsi l'anime a le stelle,

secondo la sentenza di Platone.

Queste son le question che nel tuo velle

pontano igualmente; e però pria

tratterò quella che più ha di felle.

D'i Serafin colui che più s'india,

Moïsè, Samuel, e quel Giovanni

che prender vuoli, io dico, non Maria,

non hanno in altro cielo i loro scanni

che questi spirti che mo t'appariro,

né hanno a l'esser lor più o meno anni;

ma tutti fanno bello il primo giro,

e differentemente han dolce vita

per sentir più e men l'etterno spiro.

Qui si mostraro, non perché sortita

sia questa spera lor, ma per far segno

de la celestïal c'ha men salita.

Così parlar conviensi al vostro ingegno,

però che solo da sensato apprende

ciò che fa poscia d'intelletto degno.

Per questo la Scrittura condescende

a vostra facultate, e piedi e mano

attribuisce a Dio e altro intende;

e Santa Chiesa con aspetto umano

Gabrïel e Michel vi rappresenta,

e l'altro che Tobia rifece sano.

Quel che Timeo de l'anime argomenta

non è simile a ciò che qui si vede,

però che, come dice, par che senta.

Dice che l'alma a la sua stella riede,

credendo quella quindi esser decisa

quando natura per forma la diede;

e forse sua sentenza è d'altra guisa

che la voce non suona, ed esser puote

con intenzion da non esser derisa.

S'elli intende tornare a queste ruote

l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse

in alcun vero suo arco percuote.

Questo principio, male inteso, torse

già tutto il mondo quasi, sì che Giove,

Mercurio e Marte a nominar trascorse.

L'altra dubitazion che ti commove

ha men velen, però che sua malizia

non ti poria menar da me altrove.

Parere ingiusta la nostra giustizia

ne li occhi d'i mortali, è argomento

di fede e non d'eretica nequizia.

Ma perché puote vostro accorgimento

ben penetrare a questa veritate,

come disiri, ti farò contento.

Se vïolenza è quando quel che pate

nïente conferisce a quel che sforza,

non fuor quest' alme per essa scusate:

ché volontà, se non vuol, non s'ammorza,

ma fa come natura face in foco,

se mille volte vïolenza il torza.

Per che, s'ella si piega assai o poco,

segue la forza; e così queste fero

possendo rifuggir nel santo loco.

Se fosse stato lor volere intero,

come tenne Lorenzo in su la grada,

e fece Muzio a la sua man severo,

così l'avria ripinte per la strada

ond' eran tratte, come fuoro sciolte;

ma così salda voglia è troppo rada.

E per queste parole, se ricolte

l'hai come dei, è l'argomento casso

che t'avria fatto noia ancor più volte.

Ma or ti s'attraversa un altro passo

dinanzi a li occhi, tal che per te stesso

non usciresti: pria saresti lasso.

Io t'ho per certo ne la mente messo

ch'alma beata non poria mentire,

però ch'è sempre al primo vero appresso;

e poi potesti da Piccarda udire

che l'affezion del vel Costanza tenne;

sì ch'ella par qui meco contradire.

Molte fïate già, frate, addivenne

che, per fuggir periglio, contra grato

si fé di quel che far non si convenne;

come Almeone, che, di ciò pregato

dal padre suo, la propria madre spense,

per non perder pietà si fé spietato.

A questo punto voglio che tu pense

che la forza al voler si mischia, e fanno

sì che scusar non si posson l'offense.

Voglia assoluta non consente al danno;

ma consentevi in tanto in quanto teme,

se si ritrae, cadere in più affanno.

Però, quando Piccarda quello spreme,

de la voglia assoluta intende, e io

de l'altra; sì che ver diciamo insieme».

Cotal fu l'ondeggiar del santo rio

ch'uscì del fonte ond' ogne ver deriva;

tal puose in pace uno e altro disio.

«O amanza del primo amante, o diva»,

diss' io appresso, «il cui parlar m'inonda

e scalda sì, che più e più m'avviva,

non è l'affezion mia tanto profonda,

che basti a render voi grazia per grazia;

ma quei che vede e puote a ciò risponda.

Io veggio ben che già mai non si sazia

nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra

di fuor dal qual nessun vero si spazia.

Posasi in esso, come fera in lustra,

tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:

se non, ciascun disio sarebbe frustra.

Nasce per quello, a guisa di rampollo,

a piè del vero il dubbio; ed è natura

ch'al sommo pinge noi di collo in collo.

Questo m'invita, questo m'assicura

con reverenza, donna, a dimandarvi

d'un'altra verità che m'è oscura.

Io vo' saper se l'uom può sodisfarvi

ai voti manchi sì con altri beni,

ch'a la vostra statera non sien parvi».

Beatrice mi guardò con li occhi pieni

di faville d'amor così divini,

che, vinta, mia virtute diè le reni,

e quasi mi perdei con li occhi chini.

 

CANTO V

[Canto V, nel quale solve una questione premessa nel precedente canto e ammaestra li cristiani intorno a li voti ch'elli fanno a Dio; ed entrasi nel cielo di Mercurio, e qui comincia la seconda parte di questa cantica.]

 

 

«S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore

di là dal modo che 'n terra si vede,

sì che del viso tuo vinco il valore,

non ti maravigliar, ché ciò procede

da perfetto veder, che, come apprende,

così nel bene appreso move il piede.

Io veggio ben sì come già resplende

ne l'intelletto tuo l'etterna luce,

che, vista, sola e sempre amore accende;

e s'altra cosa vostro amor seduce,

non è se non di quella alcun vestigio,

mal conosciuto, che quivi traluce.

Tu vuo' saper se con altro servigio,

per manco voto, si può render tanto

che l'anima sicuri di letigio».

Sì cominciò Beatrice questo canto;

e sì com' uom che suo parlar non spezza,

continüò così 'l processo santo:

«Lo maggior don che Dio per sua larghezza

fesse creando, e a la sua bontate

più conformato, e quel ch'e' più apprezza,

fu de la volontà la libertate;

di che le creature intelligenti,

e tutte e sole, fuoro e son dotate.

Or ti parrà, se tu quinci argomenti,

l'alto valor del voto, s'è sì fatto

che Dio consenta quando tu consenti;

ché, nel fermar tra Dio e l'omo il patto,

vittima fassi di questo tesoro,

tal quale io dico; e fassi col suo atto.

Dunque che render puossi per ristoro?

Se credi bene usar quel c'hai offerto,

di maltolletto vuo' far buon lavoro.

Tu se' omai del maggior punto certo;

ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,

che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto,

convienti ancor sedere un poco a mensa,

però che 'l cibo rigido c'hai preso,

richiede ancora aiuto a tua dispensa.

Apri la mente a quel ch'io ti paleso

e fermalvi entro; ché non fa scïenza,

sanza lo ritenere, avere inteso.

Due cose si convegnono a l'essenza

di questo sacrificio: l'una è quella

di che si fa; l'altr' è la convenenza.

Quest' ultima già mai non si cancella

se non servata; e intorno di lei

sì preciso di sopra si favella:

però necessitato fu a li Ebrei

pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta

sì permutasse, come saver dei.

L'altra, che per materia t'è aperta,

puote ben esser tal, che non si falla

se con altra materia si converta.

Ma non trasmuti carco a la sua spalla

per suo arbitrio alcun, sanza la volta

e de la chiave bianca e de la gialla;

e ogne permutanza credi stolta,

se la cosa dimessa in la sorpresa

come 'l quattro nel sei non è raccolta.

Però qualunque cosa tanto pesa

per suo valor che tragga ogne bilancia,

sodisfar non si può con altra spesa.

Non prendan li mortali il voto a ciancia;

siate fedeli, e a ciò far non bieci,

come Ieptè a la sua prima mancia;

cui più si convenia dicer 'Mal feci',

che, servando, far peggio; e così stolto

ritrovar puoi il gran duca de' Greci,

onde pianse Efigènia il suo bel volto,

e fé pianger di sé i folli e i savi

ch'udir parlar di così fatto cólto.

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:

non siate come penna ad ogne vento,

e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.

Avete il novo e 'l vecchio Testamento,

e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;

questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida,

uomini siate, e non pecore matte,

sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!

Non fate com' agnel che lascia il latte

de la sua madre, e semplice e lascivo

seco medesmo a suo piacer combatte!».

Così Beatrice a me com' ïo scrivo;

poi si rivolse tutta disïante

a quella parte ove 'l mondo è più vivo.

Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante

puoser silenzio al mio cupido ingegno,

che già nuove questioni avea davante;

e sì come saetta che nel segno

percuote pria che sia la corda queta,

così corremmo nel secondo regno.

Quivi la donna mia vid' io sì lieta,

come nel lume di quel ciel si mise,

che più lucente se ne fé 'l pianeta.

E se la stella si cambiò e rise,

qual mi fec' io che pur da mia natura

trasmutabile son per tutte guise!

Come 'n peschiera ch'è tranquilla e pura

traggonsi i pesci a ciò che vien di fori

per modo che lo stimin lor pastura,

sì vid' io ben più di mille splendori

trarsi ver' noi, e in ciascun s'udia:

«Ecco chi crescerà li nostri amori».

E sì come ciascuno a noi venìa,

vedeasi l'ombra piena di letizia

nel folgór chiaro che di lei uscia.

Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia

non procedesse, come tu avresti

di più savere angosciosa carizia;

e per te vederai come da questi

m'era in disio d'udir lor condizioni,

sì come a li occhi mi fur manifesti.

«O bene nato a cui veder li troni

del trïunfo etternal concede grazia

prima che la milizia s'abbandoni,

del lume che per tutto il ciel si spazia

noi semo accesi; e però, se disii

di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».

Così da un di quelli spirti pii

detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì

sicuramente, e credi come a dii».

«Io veggio ben sì come tu t'annidi

nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,

perch' e' corusca sì come tu ridi;

ma non so chi tu se', né perché aggi,

anima degna, il grado de la spera

che si vela a' mortai con altrui raggi».

Questo diss' io diritto a la lumera

che pria m'avea parlato; ond' ella fessi

lucente più assai di quel ch'ell' era.

Sì come il sol che si cela elli stessi

per troppa luce, come 'l caldo ha róse

le temperanze d'i vapori spessi,

per più letizia sì mi si nascose

dentro al suo raggio la figura santa;

e così chiusa chiusa mi rispuose

nel modo che 'l seguente canto canta.

 

CANTO VI

[Canto VI, dove, nel cielo di Mercurio, Iustiniano imperadore sotto brevità narra tutti li grandi fatti operati per li Romani sotto la 'nsegna de l'aquila, da l'avvenimento di Enea in Italia infino al tempo di Longobardi; e alcune cose si dicono qui in laude di Romeo visconte del conte Ramondo Berlinghieri di Proenza.]

 

 

«Poscia che Costantin l'aquila volse

contr' al corso del ciel, ch'ella seguio

dietro a l'antico che Lavina tolse,

cento e cent' anni e più l'uccel di Dio

ne lo stremo d'Europa si ritenne,

vicino a' monti de' quai prima uscìo;

e sotto l'ombra de le sacre penne

governò 'l mondo lì di mano in mano,

e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustinïano,

che, per voler del primo amor ch'i' sento,

d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.

E prima ch'io a l'ovra fossi attento,

una natura in Cristo esser, non piùe,

credea, e di tal fede era contento;

ma 'l benedetto Agapito, che fue

sommo pastore, a la fede sincera

mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che 'n sua fede era,

vegg' io or chiaro sì, come tu vedi

ogni contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,

a Dio per grazia piacque di spirarmi

l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l'armi,

cui la destra del ciel fu sì congiunta,

che segno fu ch'i' dovessi posarmi.

Or qui a la question prima s'appunta

la mia risposta; ma sua condizione

mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perché tu veggi con quanta ragione

si move contr' al sacrosanto segno

e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.

Vedi quanta virtù l'ha fatto degno

di reverenza; e cominciò da l'ora

che Pallante morì per darli regno.

Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora

per trecento anni e oltre, infino al fine

che i tre a' tre pugnar per lui ancora.

E sai ch'el fé dal mal de le Sabine

al dolor di Lucrezia in sette regi,

vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel ch'el fé portato da li egregi

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,

incontro a li altri principi e collegi;

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro

negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi

ebber la fama che volontier mirro.

Esso atterrò l'orgoglio de li Aràbi

che di retro ad Anibale passaro

l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Sott' esso giovanetti trïunfaro

Scipïone e Pompeo; e a quel colle

sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.

Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle

redur lo mondo a suo modo sereno,

Cesare per voler di Roma il tolle.

E quel che fé da Varo infino a Reno,

Isara vide ed Era e vide Senna

e ogne valle onde Rodano è pieno.

Quel che fé poi ch'elli uscì di Ravenna

e saltò Rubicon, fu di tal volo,

che nol seguiteria lingua né penna.

Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,

poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse

sì ch'al Nil caldo si sentì del duolo.

Antandro e Simeonta, onde si mosse,

rivide e là dov' Ettore si cuba;

e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Da indi scese folgorando a Iuba;

onde si volse nel vostro occidente,

ove sentia la pompeana tuba.

Di quel che fé col baiulo seguente,

Bruto con Cassio ne l'inferno latra,

e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra,

che, fuggendoli innanzi, dal colubro

la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro;

con costui puose il mondo in tanta pace,

che fu serrato a Giano il suo delubro.

Ma ciò che 'l segno che parlar mi face

fatto avea prima e poi era fatturo

per lo regno mortal ch'a lui soggiace,

diventa in apparenza poco e scuro,

se in mano al terzo Cesare si mira

con occhio chiaro e con affetto puro;

ché la viva giustizia che mi spira,

li concedette, in mano a quel ch'i' dico,

gloria di far vendetta a la sua ira.

Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco:

poscia con Tito a far vendetta corse

de la vendetta del peccato antico.

E quando il dente longobardo morse

la Santa Chiesa, sotto le sue ali

Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Omai puoi giudicar di quei cotali

ch'io accusai di sopra e di lor falli,

che son cagion di tutti vostri mali.

L'uno al pubblico segno i gigli gialli

oppone, e l'altro appropria quello a parte,

sì ch'è forte a veder chi più si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte

sott' altro segno, ché mal segue quello

sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non l'abbatta esto Carlo novello

coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli

ch'a più alto leon trasser lo vello.

Molte fïate già pianser li figli

per la colpa del padre, e non si creda

che Dio trasmuti l'armi per suoi gigli!

Questa picciola stella si correda

d'i buoni spirti che son stati attivi

perché onore e fama li succeda:

e quando li disiri poggian quivi,

sì disvïando, pur convien che i raggi

del vero amore in sù poggin men vivi.

Ma nel commensurar d'i nostri gaggi

col merto è parte di nostra letizia,

perché non li vedem minor né maggi.

Quindi addolcisce la viva giustizia

in noi l'affetto sì, che non si puote

torcer già mai ad alcuna nequizia.

Diverse voci fanno dolci note;

così diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

E dentro a la presente margarita

luce la luce di Romeo, di cui

fu l'ovra grande e bella mal gradita.

Ma i Provenzai che fecer contra lui

non hanno riso; e però mal cammina

qual si fa danno del ben fare altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,

Ramondo Beringhiere, e ciò li fece

Romeo, persona umìle e peregrina.

E poi il mosser le parole biece

a dimandar ragione a questo giusto,

che li assegnò sette e cinque per diece,

indi partissi povero e vetusto;

e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe

mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe».

 

CANTO VII

[Canto VII, nel quale Beatrice mostra come la vendetta fatta per Tito de la morte di Gesù Cristo nostro Salvatore fue giusta, essendo la morte di Gesù Cristo giusta per ricomperamento de l'umana generazione e solvimento del peccato del primo padre.]

 

 

«Osanna, sanctus Deus sabaòth,

superillustrans claritate tua

felices ignes horum malacòth!».

Così, volgendosi a la nota sua,

fu viso a me cantare essa sustanza,

sopra la qual doppio lume s'addua;

ed essa e l'altre mossero a sua danza,

e quasi velocissime faville

mi si velar di sùbita distanza.

Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'

fra me, 'dille' dicea, 'a la mia donna

che mi diseta con le dolci stille'.

Ma quella reverenza che s'indonna

di tutto me, pur per Be e per ice,

mi richinava come l'uom ch'assonna.

Poco sofferse me cotal Beatrice

e cominciò, raggiandomi d'un riso

tal, che nel foco faria l'uom felice:

«Secondo mio infallibile avviso,

come giusta vendetta giustamente

punita fosse, t'ha in pensier miso;

ma io ti solverò tosto la mente;

e tu ascolta, ché le mie parole

di gran sentenza ti faran presente.

Per non soffrire a la virtù che vole

freno a suo prode, quell' uom che non nacque,

dannando sé, dannò tutta sua prole;

onde l'umana specie inferma giacque

giù per secoli molti in grande errore,

fin ch'al Verbo di Dio discender piacque

u' la natura, che dal suo fattore

s'era allungata, unì a sé in persona

con l'atto sol del suo etterno amore.

Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:

questa natura al suo fattore unita,

qual fu creata, fu sincera e buona;

ma per sé stessa pur fu ella sbandita

di paradiso, però che si torse

da via di verità e da sua vita.

La pena dunque che la croce porse

s'a la natura assunta si misura,

nulla già mai sì giustamente morse;

e così nulla fu di tanta ingiura,

guardando a la persona che sofferse,

in che era contratta tal natura.

Però d'un atto uscir cose diverse:

ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;

per lei tremò la terra e 'l ciel s'aperse.

Non ti dee oramai parer più forte,

quando si dice che giusta vendetta

poscia vengiata fu da giusta corte.

Ma io veggi' or la tua mente ristretta

di pensiero in pensier dentro ad un nodo,

del qual con gran disio solver s'aspetta.

Tu dici: "Ben discerno ciò ch'i' odo;

ma perché Dio volesse, m'è occulto,

a nostra redenzion pur questo modo".

Questo decreto, frate, sta sepulto

a li occhi di ciascuno il cui ingegno

ne la fiamma d'amor non è adulto.

Veramente, però ch'a questo segno

molto si mira e poco si discerne,

dirò perché tal modo fu più degno.

La divina bontà, che da sé sperne

ogne livore, ardendo in sé, sfavilla

sì che dispiega le bellezze etterne.

Ciò che da lei sanza mezzo distilla

non ha poi fine, perché non si move

la sua imprenta quand' ella sigilla.

Ciò che da essa sanza mezzo piove

libero è tutto, perché non soggiace

a la virtute de le cose nove.

Più l'è conforme, e però più le piace;

ché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,

ne la più somigliante è più vivace.

Di tutte queste dote s'avvantaggia

l'umana creatura, e s'una manca,

di sua nobilità convien che caggia.

Solo il peccato è quel che la disfranca

e falla dissimìle al sommo bene,

per che del lume suo poco s'imbianca;

e in sua dignità mai non rivene,

se non rïempie, dove colpa vòta,

contra mal dilettar con giuste pene.

Vostra natura, quando peccò tota

nel seme suo, da queste dignitadi,

come di paradiso, fu remota;

né ricovrar potiensi, se tu badi

ben sottilmente, per alcuna via,

sanza passar per un di questi guadi:

o che Dio solo per sua cortesia

dimesso avesse, o che l'uom per sé isso

avesse sodisfatto a sua follia.

Ficca mo l'occhio per entro l'abisso

de l'etterno consiglio, quanto puoi

al mio parlar distrettamente fisso.

Non potea l'uomo ne' termini suoi

mai sodisfar, per non potere ir giuso

con umiltate obedïendo poi,

quanto disobediendo intese ir suso;

e questa è la cagion per che l'uom fue

da poter sodisfar per sé dischiuso.

Dunque a Dio convenia con le vie sue

riparar l'omo a sua intera vita,

dico con l'una, o ver con amendue.

Ma perché l'ovra tanto è più gradita

da l'operante, quanto più appresenta

de la bontà del core ond' ell' è uscita,

la divina bontà che 'l mondo imprenta,

di proceder per tutte le sue vie,

a rilevarvi suso, fu contenta.

Né tra l'ultima notte e 'l primo die

sì alto o sì magnifico processo,

o per l'una o per l'altra, fu o fie:

ché più largo fu Dio a dar sé stesso

per far l'uom sufficiente a rilevarsi,

che s'elli avesse sol da sé dimesso;

e tutti li altri modi erano scarsi

a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio

non fosse umilïato ad incarnarsi.

Or per empierti bene ogne disio,

ritorno a dichiararti in alcun loco,

perché tu veggi lì così com' io.

Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco,

l'aere e la terra e tutte lor misture

venire a corruzione, e durar poco;

e queste cose pur furon creature;

per che, se ciò ch'è detto è stato vero,

esser dovrien da corruzion sicure".

Li angeli, frate, e 'l paese sincero

nel qual tu se', dir si posson creati,

sì come sono, in loro essere intero;

ma li alimenti che tu hai nomati

e quelle cose che di lor si fanno

da creata virtù sono informati.

Creata fu la materia ch'elli hanno;

creata fu la virtù informante

in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.

L'anima d'ogne bruto e de le piante

di complession potenzïata tira

lo raggio e 'l moto de le luci sante;

ma vostra vita sanza mezzo spira

la somma beninanza, e la innamora

di sé sì che poi sempre la disira.

E quinci puoi argomentare ancora

vostra resurrezion, se tu ripensi

come l'umana carne fessi allora

che li primi parenti intrambo fensi».

 

CANTO VIII

[Canto VIII, nel quale si manifestano alcune questioni per Carlo giovane, re d'Ungheria, il quale si mostroe nel circulo di Venere; e qui comincia la terza parte di questa cantica.]

 

 

Solea creder lo mondo in suo periclo

che la bella Ciprigna il folle amore

raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

per che non pur a lei faceano onore

di sacrificio e di votivo grido

le genti antiche ne l'antico errore;

ma Dïone onoravano e Cupido,

quella per madre sua, questo per figlio,

e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;

e da costei ond' io principio piglio

pigliavano il vocabol de la stella

che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

Io non m'accorsi del salire in ella;

ma d'esservi entro mi fé assai fede

la donna mia ch'i' vidi far più bella.

E come in fiamma favilla si vede,

e come in voce voce si discerne,

quand' una è ferma e altra va e riede,

vid' io in essa luce altre lucerne

muoversi in giro più e men correnti,

al modo, credo, di lor viste interne.

Di fredda nube non disceser venti,

o visibili o no, tanto festini,

che non paressero impediti e lenti

a chi avesse quei lumi divini

veduti a noi venir, lasciando il giro

pria cominciato in li alti Serafini;

e dentro a quei che più innanzi appariro

sonava 'Osanna' sì, che unque poi

di rïudir non fui sanza disiro.

Indi si fece l'un più presso a noi

e solo incominciò: «Tutti sem presti

al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

Noi ci volgiam coi principi celesti

d'un giro e d'un girare e d'una sete,

ai quali tu del mondo già dicesti:

'Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete';

e sem sì pien d'amor, che, per piacerti,

non fia men dolce un poco di quïete».

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti

a la mia donna reverenti, ed essa

fatti li avea di sé contenti e certi,

rivolsersi a la luce che promessa

tanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fue

la voce mia di grande affetto impressa.

E quanta e quale vid' io lei far piùe

per allegrezza nova che s'accrebbe,

quando parlai, a l'allegrezze sue!

Così fatta, mi disse: «Il mondo m'ebbe

giù poco tempo; e se più fosse stato,

molto sarà di mal, che non sarebbe.

La mia letizia mi ti tien celato

che mi raggia dintorno e mi nasconde

quasi animal di sua seta fasciato.

Assai m'amasti, e avesti ben onde;

che s'io fossi giù stato, io ti mostrava

di mio amor più oltre che le fronde.

Quella sinistra riva che si lava

di Rodano poi ch'è misto con Sorga,

per suo segnore a tempo m'aspettava,

e quel corno d'Ausonia che s'imborga

di Bari e di Gaeta e di Catona,

da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami già in fronte la corona

di quella terra che 'l Danubio riga

poi che le ripe tedesche abbandona.

E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo

che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo ma per nascente solfo,

attesi avrebbe li suoi regi ancora,

nati per me di Carlo e di Ridolfo,

se mala segnoria, che sempre accora

li popoli suggetti, non avesse

mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".

E se mio frate questo antivedesse,

l'avara povertà di Catalogna

già fuggeria, perché non li offendesse;

ché veramente proveder bisogna

per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca

carcata più d'incarco non si pogna.

La sua natura, che di larga parca

discese, avria mestier di tal milizia

che non curasse di mettere in arca».

«Però ch'i' credo che l'alta letizia

che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,

là 've ogne ben si termina e s'inizia,

per te si veggia come la vegg' io,

grata m'è più; e anco quest' ho caro

perché 'l discerni rimirando in Dio.

Fatto m'hai lieto, e così mi fa chiaro,

poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso

com' esser può, di dolce seme, amaro».

Questo io a lui; ed elli a me: «S'io posso

mostrarti un vero, a quel che tu dimandi

terrai lo viso come tien lo dosso.

Lo ben che tutto il regno che tu scandi

volge e contenta, fa esser virtute

sua provedenza in questi corpi grandi.

E non pur le nature provedute

sono in la mente ch'è da sé perfetta,

ma esse insieme con la lor salute:

per che quantunque quest' arco saetta

disposto cade a proveduto fine,

sì come cosa in suo segno diretta.

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine

producerebbe sì li suoi effetti,

che non sarebbero arti, ma ruine;

e ciò esser non può, se li 'ntelletti

che muovon queste stelle non son manchi,

e manco il primo, che non li ha perfetti.

Vuo' tu che questo ver più ti s'imbianchi?».

E io: «Non già; ché impossibil veggio

che la natura, in quel ch'è uopo, stanchi».

Ond' elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio

per l'omo in terra, se non fosse cive?».

«Sì», rispuos' io; «e qui ragion non cheggio».

«E puot' elli esser, se giù non si vive

diversamente per diversi offici?

Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive».

Sì venne deducendo infino a quici;

poscia conchiuse: «Dunque esser diverse

convien di vostri effetti le radici:

per ch'un nasce Solone e altro Serse,

altro Melchisedèch e altro quello

che, volando per l'aere, il figlio perse.

La circular natura, ch'è suggello

a la cera mortal, fa ben sua arte,

ma non distingue l'un da l'altro ostello.

Quinci addivien ch'Esaù si diparte

per seme da Iacòb; e vien Quirino

da sì vil padre, che si rende a Marte.

Natura generata il suo cammino

simil farebbe sempre a' generanti,

se non vincesse il proveder divino.

Or quel che t'era dietro t'è davanti:

ma perché sappi che di te mi giova,

un corollario voglio che t'ammanti.

Sempre natura, se fortuna trova

discorde a sé, com' ogne altra semente

fuor di sua regïon, fa mala prova.

E se 'l mondo là giù ponesse mente

al fondamento che natura pone,

seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete a la religïone

tal che fia nato a cignersi la spada,

e fate re di tal ch'è da sermone;

onde la traccia vostra è fuor di strada».

 

CANTO IX

[Canto IX, nel quale parla madonna Cunizza di Romano, antidicendo alcuna cosa de la Marca di Trevigi; e parla Folco di Marsilia che fue vescovo d'essa.]

 

 

Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,

m'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganni

che ricever dovea la sua semenza;

ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;

sì ch'io non posso dir se non che pianto

giusto verrà di retro ai vostri danni.

E già la vita di quel lume santo

rivolta s'era al Sol che la rïempie

come quel ben ch'a ogne cosa è tanto.

Ahi anime ingannate e fatture empie,

che da sì fatto ben torcete i cuori,

drizzando in vanità le vostre tempie!

Ed ecco un altro di quelli splendori

ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi

significava nel chiarir di fori.

Li occhi di Bëatrice, ch'eran fermi

sovra me, come pria, di caro assenso

al mio disio certificato fermi.

«Deh, metti al mio voler tosto compenso,

beato spirto», dissi, «e fammi prova

ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!».

Onde la luce che m'era ancor nova,

del suo profondo, ond' ella pria cantava,

seguette come a cui di ben far giova:

«In quella parte de la terra prava

italica che siede tra Rïalto

e le fontane di Brenta e di Piava,

si leva un colle, e non surge molt' alto,

là onde scese già una facella

che fece a la contrada un grande assalto.

D'una radice nacqui e io ed ella:

Cunizza fui chiamata, e qui refulgo

perché mi vinse il lume d'esta stella;

ma lietamente a me medesma indulgo

la cagion di mia sorte, e non mi noia;

che parria forse forte al vostro vulgo.

Di questa luculenta e cara gioia

del nostro cielo che più m'è propinqua,

grande fama rimase; e pria che moia,

questo centesimo anno ancor s'incinqua:

vedi se far si dee l'omo eccellente,

sì ch'altra vita la prima relinqua.

E ciò non pensa la turba presente

che Tagliamento e Adice richiude,

né per esser battuta ancor si pente;

ma tosto fia che Padova al palude

cangerà l'acqua che Vincenza bagna,

per essere al dover le genti crude;

e dove Sile e Cagnan s'accompagna,

tal signoreggia e va con la testa alta,

che già per lui carpir si fa la ragna.

Piangerà Feltro ancora la difalta

de l'empio suo pastor, che sarà sconcia

sì, che per simil non s'entrò in malta.

Troppo sarebbe larga la bigoncia

che ricevesse il sangue ferrarese,

e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,

che donerà questo prete cortese

per mostrarsi di parte; e cotai doni

conformi fieno al viver del paese.

Sù sono specchi, voi dicete Troni,

onde refulge a noi Dio giudicante;

sì che questi parlar ne paion buoni».

Qui si tacette; e fecemi sembiante

che fosse ad altro volta, per la rota

in che si mise com' era davante.

L'altra letizia, che m'era già nota

per cara cosa, mi si fece in vista

qual fin balasso in che lo sol percuota.

Per letiziar là sù fulgor s'acquista,

sì come riso qui; ma giù s'abbuia

l'ombra di fuor, come la mente è trista.

«Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia»,

diss' io, «beato spirto, sì che nulla

voglia di sé a te puot' esser fuia.

Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla

sempre col canto di quei fuochi pii

che di sei ali facen la coculla,

perché non satisface a' miei disii?

Già non attendere' io tua dimanda,

s'io m'intuassi, come tu t'inmii».

«La maggior valle in che l'acqua si spanda»,

incominciaro allor le sue parole,

«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,

tra ' discordanti liti contra 'l sole

tanto sen va, che fa meridïano

là dove l'orizzonte pria far suole.

Di quella valle fu' io litorano

tra Ebro e Macra, che per cammin corto

parte lo Genovese dal Toscano.

Ad un occaso quasi e ad un orto

Buggea siede e la terra ond' io fui,

che fé del sangue suo già caldo il porto.

Folco mi disse quella gente a cui

fu noto il nome mio; e questo cielo

di me s'imprenta, com' io fe' di lui;

ché più non arse la figlia di Belo,

noiando e a Sicheo e a Creusa,

di me, infin che si convenne al pelo;

né quella Rodopëa che delusa

fu da Demofoonte, né Alcide

quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

Non però qui si pente, ma si ride,

non de la colpa, ch'a mente non torna,

ma del valor ch'ordinò e provide.

Qui si rimira ne l'arte ch'addorna

cotanto affetto, e discernesi 'l bene

per che 'l mondo di sù quel di giù torna.

Ma perché tutte le tue voglie piene

ten porti che son nate in questa spera,

proceder ancor oltre mi convene.

Tu vuo' saper chi è in questa lumera

che qui appresso me così scintilla

come raggio di sole in acqua mera.

Or sappi che là entro si tranquilla

Raab; e a nostr' ordine congiunta,

di lei nel sommo grado si sigilla.

Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta

che 'l vostro mondo face, pria ch'altr' alma

del trïunfo di Cristo fu assunta.

Ben si convenne lei lasciar per palma

in alcun cielo de l'alta vittoria

che s'acquistò con l'una e l'altra palma,

perch' ella favorò la prima gloria

di Iosüè in su la Terra Santa,

che poco tocca al papa la memoria.

La tua città, che di colui è pianta

che pria volse le spalle al suo fattore

e di cui è la 'nvidia tanto pianta,

produce e spande il maladetto fiore

c'ha disvïate le pecore e li agni,

però che fatto ha lupo del pastore.

Per questo l'Evangelio e i dottor magni

son derelitti, e solo ai Decretali

si studia, sì che pare a' lor vivagni.

A questo intende il papa e ' cardinali;

non vanno i lor pensieri a Nazarette,

là dove Gabrïello aperse l'ali.

Ma Vaticano e l'altre parti elette

di Roma che son state cimitero

a la milizia che Pietro seguette,

tosto libere fien de l'avoltero».

 

CANTO X

[Canto X, nel quale santo Tommaso d'Aquino de l'ordine de' Frati Predicatori parla nel cielo del Sole; e qui comincia la quarta parte.]

 

 

Guardando nel suo Figlio con l'Amore

che l'uno e l'altro etternalmente spira,

lo primo e ineffabile Valore

quanto per mente e per loco si gira

con tant' ordine fé, ch'esser non puote

sanza gustar di lui chi ciò rimira.

Leva dunque, lettore, a l'alte rote

meco la vista, dritto a quella parte

dove l'un moto e l'altro si percuote;

e lì comincia a vagheggiar ne l'arte

di quel maestro che dentro a sé l'ama,

tanto che mai da lei l'occhio non parte.

Vedi come da indi si dirama

l'oblico cerchio che i pianeti porta,

per sodisfare al mondo che li chiama.

Che se la strada lor non fosse torta,

molta virtù nel ciel sarebbe in vano,

e quasi ogne potenza qua giù morta;

e se dal dritto più o men lontano

fosse 'l partire, assai sarebbe manco

e giù e sù de l'ordine mondano.

Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba;

ché a sé torce tutta la mia cura

quella materia ond' io son fatto scriba.

Lo ministro maggior de la natura,

che del valor del ciel lo mondo imprenta

e col suo lume il tempo ne misura,

con quella parte che sù si rammenta

congiunto, si girava per le spire

in che più tosto ognora s'appresenta;

e io era con lui; ma del salire

non m'accors' io, se non com' uom s'accorge,

anzi 'l primo pensier, del suo venire.

È Bëatrice quella che sì scorge

di bene in meglio, sì subitamente

che l'atto suo per tempo non si sporge.

Quant' esser convenia da sé lucente

quel ch'era dentro al sol dov' io entra'mi,

non per color, ma per lume parvente!

Perch' io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami,

sì nol direi che mai s'imaginasse;

ma creder puossi e di veder si brami.

E se le fantasie nostre son basse

a tanta altezza, non è maraviglia;

ché sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.

Tal era quivi la quarta famiglia

de l'alto Padre, che sempre la sazia,

mostrando come spira e come figlia.

E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,

ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo

sensibil t'ha levato per sua grazia».

Cor di mortal non fu mai sì digesto

a divozione e a rendersi a Dio

con tutto 'l suo gradir cotanto presto,

come a quelle parole mi fec' io;

e sì tutto 'l mio amore in lui si mise,

che Bëatrice eclissò ne l'oblio.

Non le dispiacque; ma sì se ne rise,

che lo splendor de li occhi suoi ridenti

mia mente unita in più cose divise.

Io vidi più folgór vivi e vincenti

far di noi centro e di sé far corona,

più dolci in voce che in vista lucenti:

così cinger la figlia di Latona

vedem talvolta, quando l'aere è pregno,

sì che ritenga il fil che fa la zona.

Ne la corte del cielo, ond' io rivegno,

si trovan molte gioie care e belle

tanto che non si posson trar del regno;

e 'l canto di quei lumi era di quelle;

chi non s'impenna sì che là sù voli,

dal muto aspetti quindi le novelle.

Poi, sì cantando, quelli ardenti soli

si fuor girati intorno a noi tre volte,

come stelle vicine a' fermi poli,

donne mi parver, non da ballo sciolte,

ma che s'arrestin tacite, ascoltando

fin che le nove note hanno ricolte.

E dentro a l'un senti' cominciar: «Quando

lo raggio de la grazia, onde s'accende

verace amore e che poi cresce amando,

multiplicato in te tanto resplende,

che ti conduce su per quella scala

u' sanza risalir nessun discende;

qual ti negasse il vin de la sua fiala

per la tua sete, in libertà non fora

se non com' acqua ch'al mar non si cala.

Tu vuo' saper di quai piante s'infiora

questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia

la bella donna ch'al ciel t'avvalora.

Io fui de li agni de la santa greggia

che Domenico mena per cammino

u' ben s'impingua se non si vaneggia.

Questi che m'è a destra più vicino,

frate e maestro fummi, ed esso Alberto

è di Cologna, e io Thomas d'Aquino.

Se sì di tutti li altri esser vuo' certo,

di retro al mio parlar ten vien col viso

girando su per lo beato serto.

Quell' altro fiammeggiare esce del riso

di Grazïan, che l'uno e l'altro foro

aiutò sì che piace in paradiso.

L'altro ch'appresso addorna il nostro coro,

quel Pietro fu che con la poverella

offerse a Santa Chiesa suo tesoro.

La quinta luce, ch'è tra noi più bella,

spira di tale amor, che tutto 'l mondo

là giù ne gola di saper novella:

entro v'è l'alta mente u' sì profondo

saver fu messo, che, se 'l vero è vero,

a veder tanto non surse il secondo.

Appresso vedi il lume di quel cero

che giù in carne più a dentro vide

l'angelica natura e 'l ministero.

Ne l'altra piccioletta luce ride

quello avvocato de' tempi cristiani

del cui latino Augustin si provide.

Or se tu l'occhio de la mente trani

di luce in luce dietro a le mie lode,

già de l'ottava con sete rimani.

Per vedere ogne ben dentro vi gode

l'anima santa che 'l mondo fallace

fa manifesto a chi di lei ben ode.

Lo corpo ond' ella fu cacciata giace

giuso in Cieldauro; ed essa da martiro

e da essilio venne a questa pace.

Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro

d'Isidoro, di Beda e di Riccardo,

che a considerar fu più che viro.

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,

è 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri

gravi a morir li parve venir tardo:

essa è la luce etterna di Sigieri,

che, leggendo nel Vico de li Strami,

silogizzò invidïosi veri».

Indi, come orologio che ne chiami

ne l'ora che la sposa di Dio surge

a mattinar lo sposo perché l'ami,

che l'una parte e l'altra tira e urge,

tin tin sonando con sì dolce nota,

che 'l ben disposto spirto d'amor turge;

così vid' ïo la gloriosa rota

muoversi e render voce a voce in tempra

e in dolcezza ch'esser non pò nota

se non colà dove gioir s'insempra.

 

CANTO XI

[Canto XI, nel quale il detto frate in gloria di san Francesco sotto brevitate racconta la sua vita tutta, e riprende i suoi frati, ché pochi sono quelli che '1 seguitino.]

 

 

O insensata cura de' mortali,

quanto son difettivi silogismi

quei che ti fanno in basso batter l'ali!

Chi dietro a iura e chi ad amforismi

sen giva, e chi seguendo sacerdozio,

e chi regnar per forza o per sofismi,

e chi rubare e chi civil negozio,

chi nel diletto de la carne involto

s'affaticava e chi si dava a l'ozio,

quando, da tutte queste cose sciolto,

con Bëatrice m'era suso in cielo

cotanto glorïosamente accolto.

Poi che ciascuno fu tornato ne lo

punto del cerchio in che avanti s'era,

fermossi, come a candellier candelo.

E io senti' dentro a quella lumera

che pria m'avea parlato, sorridendo

incominciar, faccendosi più mera:

«Così com' io del suo raggio resplendo,

sì, riguardando ne la luce etterna,

li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.

Tu dubbi, e hai voler che si ricerna

in sì aperta e 'n sì distesa lingua

lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna,

ove dinanzi dissi: "U' ben s'impingua",

e là u' dissi: "Non nacque il secondo";

e qui è uopo che ben si distingua.

La provedenza, che governa il mondo

con quel consiglio nel quale ogne aspetto

creato è vinto pria che vada al fondo,

però che andasse ver' lo suo diletto

la sposa di colui ch'ad alte grida

disposò lei col sangue benedetto,

in sé sicura e anche a lui più fida,

due principi ordinò in suo favore,

che quinci e quindi le fosser per guida.

L'un fu tutto serafico in ardore;

l'altro per sapïenza in terra fue

di cherubica luce uno splendore.

De l'un dirò, però che d'amendue

si dice l'un pregiando, qual ch'om prende,

perch' ad un fine fur l'opere sue.

Intra Tupino e l'acqua che discende

del colle eletto dal beato Ubaldo,

fertile costa d'alto monte pende,

onde Perugia sente freddo e caldo

da Porta Sole; e di rietro le piange

per grave giogo Nocera con Gualdo.

Di questa costa, là dov' ella frange

più sua rattezza, nacque al mondo un sole,

come fa questo talvolta di Gange.

Però chi d'esso loco fa parole,

non dica Ascesi, ché direbbe corto,

ma Orïente, se proprio dir vuole.

Non era ancor molto lontan da l'orto,

ch'el cominciò a far sentir la terra

de la sua gran virtute alcun conforto;

ché per tal donna, giovinetto, in guerra

del padre corse, a cui, come a la morte,

la porta del piacer nessun diserra;

e dinanzi a la sua spirital corte

et coram patre le si fece unito;

poscia di dì in dì l'amò più forte.

Questa, privata del primo marito,

millecent' anni e più dispetta e scura

fino a costui si stette sanza invito;

né valse udir che la trovò sicura

con Amiclate, al suon de la sua voce,

colui ch'a tutto 'l mondo fé paura;

né valse esser costante né feroce,

sì che, dove Maria rimase giuso,

ella con Cristo pianse in su la croce.

Ma perch' io non proceda troppo chiuso,

Francesco e Povertà per questi amanti

prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,

amore e maraviglia e dolce sguardo

facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che 'l venerabile Bernardo

si scalzò prima, e dietro a tanta pace

corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!

Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro

dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro

con la sua donna e con quella famiglia

che già legava l'umile capestro.

Né li gravò viltà di cuor le ciglia

per esser fi' di Pietro Bernardone,

né per parer dispetto a maraviglia;

ma regalmente sua dura intenzione

ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe

primo sigillo a sua religïone.

Poi che la gente poverella crebbe

dietro a costui, la cui mirabil vita

meglio in gloria del ciel si canterebbe,

di seconda corona redimita

fu per Onorio da l'Etterno Spiro

la santa voglia d'esto archimandrita.

E poi che, per la sete del martiro,

ne la presenza del Soldan superba

predicò Cristo e li altri che 'l seguiro,

e per trovare a conversione acerba

troppo la gente e per non stare indarno,

redissi al frutto de l'italica erba,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno

da Cristo prese l'ultimo sigillo,

che le sue membra due anni portarno.

Quando a colui ch'a tanto ben sortillo

piacque di trarlo suso a la mercede

ch'el meritò nel suo farsi pusillo,

a' frati suoi, sì com' a giuste rede,

raccomandò la donna sua più cara,

e comandò che l'amassero a fede;

e del suo grembo l'anima preclara

mover si volle, tornando al suo regno,

e al suo corpo non volle altra bara.

Pensa oramai qual fu colui che degno

collega fu a mantener la barca

di Pietro in alto mar per dritto segno;

e questo fu il nostro patrïarca;

per che qual segue lui, com' el comanda,

discerner puoi che buone merce carca.

Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda

è fatto ghiotto, sì ch'esser non puote

che per diversi salti non si spanda;

e quanto le sue pecore remote

e vagabunde più da esso vanno,

più tornano a l'ovil di latte vòte.

Ben son di quelle che temono 'l danno

e stringonsi al pastor; ma son sì poche,

che le cappe fornisce poco panno.

Or, se le mie parole non son fioche,

se la tua audïenza è stata attenta,

se ciò ch'è detto a la mente revoche,

in parte fia la tua voglia contenta,

perché vedrai la pianta onde si scheggia,

e vedra' il corrègger che argomenta

"U' ben s'impingua, se non si vaneggia"».

 

CANTO XII

[Canto XII, nel quale frate Bonaventura da Bagnoregio in gloria di santo Dominico parla e brevemente la sua vita narra.]

 

 

Sì tosto come l'ultima parola

la benedetta fiamma per dir tolse,

a rotar cominciò la santa mola;

e nel suo giro tutta non si volse

prima ch'un'altra di cerchio la chiuse,

e moto a moto e canto a canto colse;

canto che tanto vince nostre muse,

nostre serene in quelle dolci tube,

quanto primo splendor quel ch'e' refuse.

Come si volgon per tenera nube

due archi paralelli e concolori,

quando Iunone a sua ancella iube,

nascendo di quel d'entro quel di fori,

a guisa del parlar di quella vaga

ch'amor consunse come sol vapori,

e fanno qui la gente esser presaga,

per lo patto che Dio con Noè puose,

del mondo che già mai più non s'allaga:

così di quelle sempiterne rose

volgiensi circa noi le due ghirlande,

e sì l'estrema a l'intima rispuose.

Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande,

sì del cantare e sì del fiammeggiarsi

luce con luce gaudïose e blande,

insieme a punto e a voler quetarsi,

pur come li occhi ch'al piacer che i move

conviene insieme chiudere e levarsi;

del cor de l'una de le luci nove

si mosse voce, che l'ago a la stella

parer mi fece in volgermi al suo dove;

e cominciò: «L'amor che mi fa bella

mi tragge a ragionar de l'altro duca

per cui del mio sì ben ci si favella.

Degno è che, dov' è l'un, l'altro s'induca:

sì che, com' elli ad una militaro,

così la gloria loro insieme luca.

L'essercito di Cristo, che sì caro

costò a rïarmar, dietro a la 'nsegna

si movea tardo, sospeccioso e raro,

quando lo 'mperador che sempre regna

provide a la milizia, ch'era in forse,

per sola grazia, non per esser degna;

e, come è detto, a sua sposa soccorse

con due campioni, al cui fare, al cui dire

lo popol disvïato si raccorse.

In quella parte ove surge ad aprire

Zefiro dolce le novelle fronde

di che si vede Europa rivestire,

non molto lungi al percuoter de l'onde

dietro a le quali, per la lunga foga,

lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,

siede la fortunata Calaroga

sotto la protezion del grande scudo

in che soggiace il leone e soggioga:

dentro vi nacque l'amoroso drudo

de la fede cristiana, il santo atleta

benigno a' suoi e a' nemici crudo;

e come fu creata, fu repleta

sì la sua mente di viva vertute,

che, ne la madre, lei fece profeta.

Poi che le sponsalizie fuor compiute

al sacro fonte intra lui e la Fede,

u' si dotar di mutüa salute,

la donna che per lui l'assenso diede,

vide nel sonno il mirabile frutto

ch'uscir dovea di lui e de le rede;

e perché fosse qual era in costrutto,

quinci si mosse spirito a nomarlo

del possessivo di cui era tutto.

Domenico fu detto; e io ne parlo

sì come de l'agricola che Cristo

elesse a l'orto suo per aiutarlo.

Ben parve messo e famigliar di Cristo:

ché 'l primo amor che 'n lui fu manifesto,

fu al primo consiglio che diè Cristo.

Spesse fïate fu tacito e desto

trovato in terra da la sua nutrice,

come dicesse: 'Io son venuto a questo'.

Oh padre suo veramente Felice!

oh madre sua veramente Giovanna,

se, interpretata, val come si dice!

Non per lo mondo, per cui mo s'affanna

di retro ad Ostïense e a Taddeo,

ma per amor de la verace manna

in picciol tempo gran dottor si feo;

tal che si mise a circüir la vigna

che tosto imbianca, se 'l vignaio è reo.

E a la sedia che fu già benigna

più a' poveri giusti, non per lei,

ma per colui che siede, che traligna,

non dispensare o due o tre per sei,

non la fortuna di prima vacante,

non decimas, quae sunt pauperum Dei,

addimandò, ma contro al mondo errante

licenza di combatter per lo seme

del qual ti fascian ventiquattro piante.

Poi, con dottrina e con volere insieme,

con l'officio appostolico si mosse

quasi torrente ch'alta vena preme;

e ne li sterpi eretici percosse

l'impeto suo, più vivamente quivi

dove le resistenze eran più grosse.

Di lui si fecer poi diversi rivi

onde l'orto catolico si riga,

sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.

Se tal fu l'una rota de la biga

in che la Santa Chiesa si difese

e vinse in campo la sua civil briga,

ben ti dovrebbe assai esser palese

l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma

dinanzi al mio venir fu sì cortese.

Ma l'orbita che fé la parte somma

di sua circunferenza, è derelitta,

sì ch'è la muffa dov' era la gromma.

La sua famiglia, che si mosse dritta

coi piedi a le sue orme, è tanto volta,

che quel dinanzi a quel di retro gitta;

e tosto si vedrà de la ricolta

de la mala coltura, quando il loglio

si lagnerà che l'arca li sia tolta.

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio

nostro volume, ancor troveria carta

u' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio";

ma non fia da Casal né d'Acquasparta,

là onde vegnon tali a la scrittura,

ch'uno la fugge e altro la coarta.

Io son la vita di Bonaventura

da Bagnoregio, che ne' grandi offici

sempre pospuosi la sinistra cura.

Illuminato e Augustin son quici,

che fuor de' primi scalzi poverelli

che nel capestro a Dio si fero amici.

Ugo da San Vittore è qui con elli,

e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,

lo qual giù luce in dodici libelli;

Natàn profeta e 'l metropolitano

Crisostomo e Anselmo e quel Donato

ch'a la prim' arte degnò porre mano.

Rabano è qui, e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino

di spirito profetico dotato.

Ad inveggiar cotanto paladino

mi mosse l'infiammata cortesia

di fra Tommaso e 'l discreto latino;

e mosse meco questa compagnia».

 

CANTO XIII

[Canto XIII, nel quale san Tommaso d'Aquino, de l'ordine d'i frati predicatori solve una questione toccata di sopra da Salamone.]

 

 

Imagini, chi bene intender cupe

quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image,

mentre ch'io dico, come ferma rupe -,

quindici stelle che 'n diverse plage

lo ciel avvivan di tanto sereno

che soperchia de l'aere ogne compage;

imagini quel carro a cu' il seno

basta del nostro cielo e notte e giorno,

sì ch'al volger del temo non vien meno;

imagini la bocca di quel corno

che si comincia in punta de lo stelo

a cui la prima rota va dintorno,

aver fatto di sé due segni in cielo,

qual fece la figliuola di Minoi

allora che sentì di morte il gelo;

e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,

e amendue girarsi per maniera

che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;

e avrà quasi l'ombra de la vera

costellazione e de la doppia danza

che circulava il punto dov' io era:

poi ch'è tanto di là da nostra usanza,

quanto di là dal mover de la Chiana

si move il ciel che tutti li altri avanza.

Lì si cantò non Bacco, non Peana,

ma tre persone in divina natura,

e in una persona essa e l'umana.

Compié 'l cantare e 'l volger sua misura;

e attesersi a noi quei santi lumi,

felicitando sé di cura in cura.

Ruppe il silenzio ne' concordi numi

poscia la luce in che mirabil vita

del poverel di Dio narrata fumi,

e disse: «Quando l'una paglia è trita,

quando la sua semenza è già riposta,

a batter l'altra dolce amor m'invita.

Tu credi che nel petto onde la costa

si trasse per formar la bella guancia

il cui palato a tutto 'l mondo costa,

e in quel che, forato da la lancia,

e prima e poscia tanto sodisfece,

che d'ogne colpa vince la bilancia,

quantunque a la natura umana lece

aver di lume, tutto fosse infuso

da quel valor che l'uno e l'altro fece;

e però miri a ciò ch'io dissi suso,

quando narrai che non ebbe 'l secondo

lo ben che ne la quinta luce è chiuso.

Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo,

e vedräi il tuo credere e 'l mio dire

nel vero farsi come centro in tondo.

Ciò che non more e ciò che può morire

non è se non splendor di quella idea

che partorisce, amando, il nostro Sire;

ché quella viva luce che sì mea

dal suo lucente, che non si disuna

da lui né da l'amor ch'a lor s'intrea,

per sua bontate il suo raggiare aduna,

quasi specchiato, in nove sussistenze,

etternalmente rimanendosi una.

Quindi discende a l'ultime potenze

giù d'atto in atto, tanto divenendo,

che più non fa che brevi contingenze;

e queste contingenze essere intendo

le cose generate, che produce

con seme e sanza seme il ciel movendo.

La cera di costoro e chi la duce

non sta d'un modo; e però sotto 'l segno

idëale poi più e men traluce.

Ond' elli avvien ch'un medesimo legno,

secondo specie, meglio e peggio frutta;

e voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta

e fosse il cielo in sua virtù supprema,

la luce del suggel parrebbe tutta;

ma la natura la dà sempre scema,

similemente operando a l'artista

ch'a l'abito de l'arte ha man che trema.

Però se 'l caldo amor la chiara vista

de la prima virtù dispone e segna,

tutta la perfezion quivi s'acquista.

Così fu fatta già la terra degna

di tutta l'animal perfezïone;

così fu fatta la Vergine pregna;

sì ch'io commendo tua oppinïone,

che l'umana natura mai non fue

né fia qual fu in quelle due persone.

Or s'i' non procedesse avanti piùe,

'Dunque, come costui fu sanza pare?'

comincerebber le parole tue.

Ma perché paia ben ciò che non pare,

pensa chi era, e la cagion che 'l mosse,

quando fu detto "Chiedi", a dimandare.

Non ho parlato sì, che tu non posse

ben veder ch'el fu re, che chiese senno

acciò che re sufficïente fosse;

non per sapere il numero in che enno

li motor di qua sù, o se necesse

con contingente mai necesse fenno;

non si est dare primum motum esse,

o se del mezzo cerchio far si puote

trïangol sì ch'un retto non avesse.

Onde, se ciò ch'io dissi e questo note,

regal prudenza è quel vedere impari

in che lo stral di mia intenzion percuote;

e se al "surse" drizzi li occhi chiari,

vedrai aver solamente respetto

ai regi, che son molti, e ' buon son rari.

Con questa distinzion prendi 'l mio detto;

e così puote star con quel che credi

del primo padre e del nostro Diletto.

E questo ti sia sempre piombo a' piedi,

per farti mover lento com' uom lasso

e al sì e al no che tu non vedi:

ché quelli è tra li stolti bene a basso,

che sanza distinzione afferma e nega

ne l'un così come ne l'altro passo;

perch' elli 'ncontra che più volte piega

l'oppinïon corrente in falsa parte,

e poi l'affetto l'intelletto lega.

Vie più che 'ndarno da riva si parte,

perché non torna tal qual e' si move,

chi pesca per lo vero e non ha l'arte.

E di ciò sono al mondo aperte prove

Parmenide, Melisso e Brisso e molti,

li quali andaro e non sapëan dove;

sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti

che furon come spade a le Scritture

in render torti li diritti volti.

Non sien le genti, ancor, troppo sicure

a giudicar, sì come quei che stima

le biade in campo pria che sien mature;

ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima

lo prun mostrarsi rigido e feroce,

poscia portar la rosa in su la cima;

e legno vidi già dritto e veloce

correr lo mar per tutto suo cammino,

perire al fine a l'intrar de la foce.

Non creda donna Berta e ser Martino,

per vedere un furare, altro offerere,

vederli dentro al consiglio divino;

ché quel può surgere, e quel può cadere».

 

CANTO XIV

[Canto XIV, nel quale Salamone solve alcuna cosa dubitata; e montasi ne la stella di Marte. La quinta parte comincia qui.]

 

 

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro

movesi l'acqua in un ritondo vaso,

secondo ch'è percosso fuori o dentro:

ne la mia mente fé sùbito caso

questo ch'io dico, sì come si tacque

la glorïosa vita di Tommaso,

per la similitudine che nacque

del suo parlare e di quel di Beatrice,

a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:

«A costui fa mestieri, e nol vi dice

né con la voce né pensando ancora,

d'un altro vero andare a la radice.

Diteli se la luce onde s'infiora

vostra sustanza, rimarrà con voi

etternalmente sì com' ell' è ora;

e se rimane, dite come, poi

che sarete visibili rifatti,

esser porà ch'al veder non vi nòi».

Come, da più letizia pinti e tratti,

a la fïata quei che vanno a rota

levan la voce e rallegrano li atti,

così, a l'orazion pronta e divota,

li santi cerchi mostrar nova gioia

nel torneare e ne la mira nota.

Qual si lamenta perché qui si moia

per viver colà sù, non vide quive

lo refrigerio de l'etterna ploia.

Quell' uno e due e tre che sempre vive

e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,

non circunscritto, e tutto circunscrive,

tre volte era cantato da ciascuno

di quelli spirti con tal melodia,

ch'ad ogne merto saria giusto muno.

E io udi' ne la luce più dia

del minor cerchio una voce modesta,

forse qual fu da l'angelo a Maria,

risponder: «Quanto fia lunga la festa

di paradiso, tanto il nostro amore

si raggerà dintorno cotal vesta.

La sua chiarezza séguita l'ardore;

l'ardor la visïone, e quella è tanta,

quant' ha di grazia sovra suo valore.

Come la carne glorïosa e santa

fia rivestita, la nostra persona

più grata fia per esser tutta quanta;

per che s'accrescerà ciò che ne dona

di gratüito lume il sommo bene,

lume ch'a lui veder ne condiziona;

onde la visïon crescer convene,

crescer l'ardor che di quella s'accende,

crescer lo raggio che da esso vene.

Ma sì come carbon che fiamma rende,

e per vivo candor quella soverchia,

sì che la sua parvenza si difende;

così questo folgór che già ne cerchia

fia vinto in apparenza da la carne

che tutto dì la terra ricoperchia;

né potrà tanta luce affaticarne:

ché li organi del corpo saran forti

a tutto ciò che potrà dilettarne».

Tanto mi parver sùbiti e accorti

e l'uno e l'altro coro a dicer «Amme!»,

che ben mostrar disio d'i corpi morti:

forse non pur per lor, ma per le mamme,

per li padri e per li altri che fuor cari

anzi che fosser sempiterne fiamme.

Ed ecco intorno, di chiarezza pari,

nascere un lustro sopra quel che v'era,

per guisa d'orizzonte che rischiari.

E sì come al salir di prima sera

comincian per lo ciel nove parvenze,

sì che la vista pare e non par vera,

parvemi lì novelle sussistenze

cominciare a vedere, e fare un giro

di fuor da l'altre due circunferenze.

Oh vero sfavillar del Santo Spiro!

come si fece sùbito e candente

a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

Ma Bëatrice sì bella e ridente

mi si mostrò, che tra quelle vedute

si vuol lasciar che non seguir la mente.

Quindi ripreser li occhi miei virtute

a rilevarsi; e vidimi translato

sol con mia donna in più alta salute.

Ben m'accors' io ch'io era più levato,

per l'affocato riso de la stella,

che mi parea più roggio che l'usato.

Con tutto 'l core e con quella favella

ch'è una in tutti, a Dio feci olocausto,

qual conveniesi a la grazia novella.

E non er' anco del mio petto essausto

l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi

esso litare stato accetto e fausto;

ché con tanto lucore e tanto robbi

m'apparvero splendor dentro a due raggi,

ch'io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».

Come distinta da minori e maggi

lumi biancheggia tra ' poli del mondo

Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

sì costellati facean nel profondo

Marte quei raggi il venerabil segno

che fan giunture di quadranti in tondo.

Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;

ché quella croce lampeggiava Cristo,

sì ch'io non so trovare essempro degno;

ma chi prende sua croce e segue Cristo,

ancor mi scuserà di quel ch'io lasso,

vedendo in quell' albor balenar Cristo.

Di corno in corno e tra la cima e 'l basso

si movien lumi, scintillando forte

nel congiugnersi insieme e nel trapasso:

così si veggion qui diritte e torte,

veloci e tarde, rinovando vista,

le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,

moversi per lo raggio onde si lista

talvolta l'ombra che, per sua difesa,

la gente con ingegno e arte acquista.

E come giga e arpa, in tempra tesa

di molte corde, fa dolce tintinno

a tal da cui la nota non è intesa,

così da' lumi che lì m'apparinno

s'accogliea per la croce una melode

che mi rapiva, sanza intender l'inno.

Ben m'accors' io ch'elli era d'alte lode,

però ch'a me venìa «Resurgi» e «Vinci»

come a colui che non intende e ode.

Ïo m'innamorava tanto quinci,

che 'nfino a lì non fu alcuna cosa

che mi legasse con sì dolci vinci.

Forse la mia parola par troppo osa,

posponendo il piacer de li occhi belli,

ne' quai mirando mio disio ha posa;

ma chi s'avvede che i vivi suggelli

d'ogne bellezza più fanno più suso,

e ch'io non m'era lì rivolto a quelli,

escusar puommi di quel ch'io m'accuso

per escusarmi, e vedermi dir vero:

ché 'l piacer santo non è qui dischiuso,

perché si fa, montando, più sincero.

 

CANTO XV

[Canto XV, nel quale messere Cacciaguida fiorentino parla laudando l'antico costume di Fiorenza, in vituperio del presente vivere d'essa cittade di Fiorenza.]

 

 

Benigna volontade in che si liqua

sempre l'amor che drittamente spira,

come cupidità fa ne la iniqua,

silenzio puose a quella dolce lira,

e fece quïetar le sante corde

che la destra del cielo allenta e tira.

Come saranno a' giusti preghi sorde

quelle sustanze che, per darmi voglia

ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?

Bene è che sanza termine si doglia

chi, per amor di cosa che non duri

etternalmente, quello amor si spoglia.

Quale per li seren tranquilli e puri

discorre ad ora ad or sùbito foco,

movendo li occhi che stavan sicuri,

e pare stella che tramuti loco,

se non che da la parte ond' e' s'accende

nulla sen perde, ed esso dura poco:

tale dal corno che 'n destro si stende

a piè di quella croce corse un astro

de la costellazion che lì resplende;

né si partì la gemma dal suo nastro,

ma per la lista radïal trascorse,

che parve foco dietro ad alabastro.

Sì pïa l'ombra d'Anchise si porse,

se fede merta nostra maggior musa,

quando in Eliso del figlio s'accorse.

«O sanguis meus, o superinfusa

gratïa Deï, sicut tibi cui

bis unquam celi ianüa reclusa?».

Così quel lume: ond' io m'attesi a lui;

poscia rivolsi a la mia donna il viso,

e quinci e quindi stupefatto fui;

ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso

tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo

de la mia gloria e del mio paradiso.

Indi, a udire e a veder giocondo,

giunse lo spirto al suo principio cose,

ch'io non lo 'ntesi, sì parlò profondo;

né per elezïon mi si nascose,

ma per necessità, ché 'l suo concetto

al segno d'i mortal si soprapuose.

E quando l'arco de l'ardente affetto

fu sì sfogato, che 'l parlar discese

inver' lo segno del nostro intelletto,

la prima cosa che per me s'intese,

«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,

che nel mio seme se' tanto cortese!».

E seguì: «Grato e lontano digiuno,

tratto leggendo del magno volume

du' non si muta mai bianco né bruno,

solvuto hai, figlio, dentro a questo lume

in ch'io ti parlo, mercé di colei

ch'a l'alto volo ti vestì le piume.

Tu credi che a me tuo pensier mei

da quel ch'è primo, così come raia

da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;

e però ch'io mi sia e perch' io paia

più gaudïoso a te, non mi domandi,

che alcun altro in questa turba gaia.

Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandi

di questa vita miran ne lo speglio

in che, prima che pensi, il pensier pandi;

ma perché 'l sacro amore in che io veglio

con perpetüa vista e che m'asseta

di dolce disïar, s'adempia meglio,

la voce tua sicura, balda e lieta

suoni la volontà, suoni 'l disio,

a che la mia risposta è già decreta!».

Io mi volsi a Beatrice, e quella udio

pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno

che fece crescer l'ali al voler mio.

Poi cominciai così: «L'affetto e 'l senno,

come la prima equalità v'apparse,

d'un peso per ciascun di voi si fenno,

però che 'l sol che v'allumò e arse,

col caldo e con la luce è sì iguali,

che tutte simiglianze sono scarse.

Ma voglia e argomento ne' mortali,

per la cagion ch'a voi è manifesta,

diversamente son pennuti in ali;

ond' io, che son mortal, mi sento in questa

disagguaglianza, e però non ringrazio

se non col core a la paterna festa.

Ben supplico io a te, vivo topazio

che questa gioia prezïosa ingemmi,

perché mi facci del tuo nome sazio».

«O fronda mia in che io compiacemmi

pur aspettando, io fui la tua radice»:

cotal principio, rispondendo, femmi.

Poscia mi disse: «Quel da cui si dice

tua cognazione e che cent' anni e piùe

girato ha 'l monte in la prima cornice,

mio figlio fu e tuo bisavol fue:

ben si convien che la lunga fatica

tu li raccorci con l'opere tue.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,

ond' ella toglie ancora e terza e nona,

si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,

non gonne contigiate, non cintura

che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura

la figlia al padre, ché 'l tempo e la dote

non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte;

non v'era giunto ancor Sardanapalo

a mostrar ciò che 'n camera si puote.

Non era vinto ancora Montemalo

dal vostro Uccellatoio, che, com' è vinto

nel montar sù, così sarà nel calo.

Bellincion Berti vid' io andar cinto

di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio

la donna sua sanza 'l viso dipinto;

e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio

esser contenti a la pelle scoperta,

e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Oh fortunate! ciascuna era certa

de la sua sepultura, e ancor nulla

era per Francia nel letto diserta.

L'una vegghiava a studio de la culla,

e, consolando, usava l'idïoma

che prima i padri e le madri trastulla;

l'altra, traendo a la rocca la chioma,

favoleggiava con la sua famiglia

d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.

Saria tenuta allor tal maraviglia

una Cianghella, un Lapo Salterello,

qual or saria Cincinnato e Corniglia.

A così riposato, a così bello

viver di cittadini, a così fida

cittadinanza, a così dolce ostello,

Maria mi diè, chiamata in alte grida;

e ne l'antico vostro Batisteo

insieme fui cristiano e Cacciaguida.

Moronto fu mio frate ed Eliseo;

mia donna venne a me di val di Pado,

e quindi il sopranome tuo si feo.

Poi seguitai lo 'mperador Currado;

ed el mi cinse de la sua milizia,

tanto per bene ovrar li venni in grado.

Dietro li andai incontro a la nequizia

di quella legge il cui popolo usurpa,

per colpa d'i pastor, vostra giustizia.

Quivi fu' io da quella gente turpa

disviluppato dal mondo fallace,

lo cui amor molt' anime deturpa;

e venni dal martiro a questa pace».

 

CANTO XVI

[Canto XVI, nel quale il sopradetto messer Cacciaguida racconta intorno di quaranta famiglie onorabili al suo tempo ne la cittade di Fiorenza, de le quali al presente non è ricordo né fama.]

 

 

O poca nostra nobiltà di sangue,

se glorïar di te la gente fai

qua giù dove l'affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sarà mai:

ché là dove appetito non si torce,

dico nel cielo, io me ne gloriai.

Ben se' tu manto che tosto raccorce:

sì che, se non s'appon di dì in die,

lo tempo va dintorno con le force.

Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,

in che la sua famiglia men persevra,

ricominciaron le parole mie;

onde Beatrice, ch'era un poco scevra,

ridendo, parve quella che tossio

al primo fallo scritto di Ginevra.

Io cominciai: «Voi siete il padre mio;

voi mi date a parlar tutta baldezza;

voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io.

Per tanti rivi s'empie d'allegrezza

la mente mia, che di sé fa letizia

perché può sostener che non si spezza.

Ditemi dunque, cara mia primizia,

quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni

che si segnaro in vostra püerizia;

ditemi de l'ovil di San Giovanni

quanto era allora, e chi eran le genti

tra esso degne di più alti scanni».

Come s'avviva a lo spirar d'i venti

carbone in fiamma, così vid' io quella

luce risplendere a' miei blandimenti;

e come a li occhi miei si fé più bella,

così con voce più dolce e soave,

ma non con questa moderna favella,

dissemi: «Da quel dì che fu detto 'Ave'

al parto in che mia madre, ch'è or santa,

s'allevïò di me ond' era grave,

al suo Leon cinquecento cinquanta

e trenta fiate venne questo foco

a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

Li antichi miei e io nacqui nel loco

dove si truova pria l'ultimo sesto

da quei che corre il vostro annüal gioco.

Basti d'i miei maggiori udirne questo:

chi ei si fosser e onde venner quivi,

più è tacer che ragionare onesto.

Tutti color ch'a quel tempo eran ivi

da poter arme tra Marte e 'l Batista,

eran il quinto di quei ch'or son vivi.

Ma la cittadinanza, ch'è or mista

di Campi, di Certaldo e di Fegghine,

pura vediesi ne l'ultimo artista.

Oh quanto fora meglio esser vicine

quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo

e a Trespiano aver vostro confine,

che averle dentro e sostener lo puzzo

del villan d'Aguglion, di quel da Signa,

che già per barattare ha l'occhio aguzzo!

Se la gente ch'al mondo più traligna

non fosse stata a Cesare noverca,

ma come madre a suo figlio benigna,

tal fatto è fiorentino e cambia e merca,

che si sarebbe vòlto a Simifonti,

là dove andava l'avolo a la cerca;

sariesi Montemurlo ancor de' Conti;

sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,

e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

Sempre la confusion de le persone

principio fu del mal de la cittade,

come del vostro il cibo che s'appone;

e cieco toro più avaccio cade

che cieco agnello; e molte volte taglia

più e meglio una che le cinque spade.

Se tu riguardi Luni e Orbisaglia

come sono ite, e come se ne vanno

di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

udir come le schiatte si disfanno

non ti parrà nova cosa né forte,

poscia che le cittadi termine hanno.

Le vostre cose tutte hanno lor morte,

sì come voi; ma celasi in alcuna

che dura molto, e le vite son corte.

E come 'l volger del ciel de la luna

cuopre e discuopre i liti sanza posa,

così fa di Fiorenza la Fortuna:

per che non dee parer mirabil cosa

ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini

onde è la fama nel tempo nascosa.

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,

Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,

già nel calare, illustri cittadini;

e vidi così grandi come antichi,

con quel de la Sannella, quel de l'Arca,

e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

Sovra la porta ch'al presente è carca

di nova fellonia di tanto peso

che tosto fia iattura de la barca,

erano i Ravignani, ond' è disceso

il conte Guido e qualunque del nome

de l'alto Bellincione ha poscia preso.

Quel de la Pressa sapeva già come

regger si vuole, e avea Galigaio

dorata in casa sua già l'elsa e 'l pome.

Grand' era già la colonna del Vaio,

Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci

e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci

era già grande, e già eran tratti

a le curule Sizii e Arrigucci.

Oh quali io vidi quei che son disfatti

per lor superbia! e le palle de l'oro

fiorian Fiorenza in tutt' i suoi gran fatti.

Così facieno i padri di coloro

che, sempre che la vostra chiesa vaca,

si fanno grassi stando a consistoro.

L'oltracotata schiatta che s'indraca

dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente

o ver la borsa, com' agnel si placa,

già venìa sù, ma di picciola gente;

sì che non piacque ad Ubertin Donato

che poï il suocero il fé lor parente.

Già era 'l Caponsacco nel mercato

disceso giù da Fiesole, e già era

buon cittadino Giuda e Infangato.

Io dirò cosa incredibile e vera:

nel picciol cerchio s'entrava per porta

che si nomava da quei de la Pera.

Ciascun che de la bella insegna porta

del gran barone il cui nome e 'l cui pregio

la festa di Tommaso riconforta,

da esso ebbe milizia e privilegio;

avvegna che con popol si rauni

oggi colui che la fascia col fregio.

Già eran Gualterotti e Importuni;

e ancor saria Borgo più quïeto,

se di novi vicin fosser digiuni.

La casa di che nacque il vostro fleto,

per lo giusto disdegno che v'ha morti

e puose fine al vostro viver lieto,

era onorata, essa e suoi consorti:

o Buondelmonte, quanto mal fuggisti

le nozze süe per li altrui conforti!

Molti sarebber lieti, che son tristi,

se Dio t'avesse conceduto ad Ema

la prima volta ch'a città venisti.

Ma conveniesi, a quella pietra scema

che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse

vittima ne la sua pace postrema.

Con queste genti, e con altre con esse,

vid' io Fiorenza in sì fatto riposo,

che non avea cagione onde piangesse.

Con queste genti vid' io glorïoso

e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio

non era ad asta mai posto a ritroso,

né per divisïon fatto vermiglio».

 

CANTO XVII

[Canto XVII, nel quale il predetto messer Cacciaguida solve l'animo de l'auttore da una paura e confortalo a fare questa opera.]

 

 

Qual venne a Climenè, per accertarsi

di ciò ch'avëa incontro a sé udito,

quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;

tal era io, e tal era sentito

e da Beatrice e da la santa lampa

che pria per me avea mutato sito.

Per che mia donna «Manda fuor la vampa

del tuo disio», mi disse, «sì ch'ella esca

segnata bene de la interna stampa:

non perché nostra conoscenza cresca

per tuo parlare, ma perché t'ausi

a dir la sete, sì che l'uom ti mesca».

«O cara piota mia che sì t'insusi,

che, come veggion le terrene menti

non capere in trïangol due ottusi,

così vedi le cose contingenti

anzi che sieno in sé, mirando il punto

a cui tutti li tempi son presenti;

mentre ch'io era a Virgilio congiunto

su per lo monte che l'anime cura

e discendendo nel mondo defunto,

dette mi fuor di mia vita futura

parole gravi, avvegna ch'io mi senta

ben tetragono ai colpi di ventura;

per che la voglia mia saria contenta

d'intender qual fortuna mi s'appressa:

ché saetta previsa vien più lenta».

Così diss' io a quella luce stessa

che pria m'avea parlato; e come volle

Beatrice, fu la mia voglia confessa.

Né per ambage, in che la gente folle

già s'inviscava pria che fosse anciso

l'Agnel di Dio che le peccata tolle,

ma per chiare parole e con preciso

latin rispuose quello amor paterno,

chiuso e parvente del suo proprio riso:

«La contingenza, che fuor del quaderno

de la vostra matera non si stende,

tutta è dipinta nel cospetto etterno;

necessità però quindi non prende

se non come dal viso in che si specchia

nave che per torrente giù discende.

Da indi, sì come viene ad orecchia

dolce armonia da organo, mi viene

a vista il tempo che ti s'apparecchia.

Qual si partio Ipolito d'Atene

per la spietata e perfida noverca,

tal di Fiorenza partir ti convene.

Questo si vuole e questo già si cerca,

e tosto verrà fatto a chi ciò pensa

là dove Cristo tutto dì si merca.

La colpa seguirà la parte offensa

in grido, come suol; ma la vendetta

fia testimonio al ver che la dispensa.

Tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale

che l'arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

E quel che più ti graverà le spalle,

sarà la compagnia malvagia e scempia

con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia

si farà contr' a te; ma, poco appresso,

ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo

farà la prova; sì ch'a te fia bello

averti fatta parte per te stesso.

Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello

sarà la cortesia del gran Lombardo

che 'n su la scala porta il santo uccello;

ch'in te avrà sì benigno riguardo,

che del fare e del chieder, tra voi due,

fia primo quel che tra li altri è più tardo.

Con lui vedrai colui che 'mpresso fue,

nascendo, sì da questa stella forte,

che notabili fier l'opere sue.

Non se ne son le genti ancora accorte

per la novella età, ché pur nove anni

son queste rote intorno di lui torte;

ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni,

parran faville de la sua virtute

in non curar d'argento né d'affanni.

Le sue magnificenze conosciute

saranno ancora, sì che ' suoi nemici

non ne potran tener le lingue mute.

A lui t'aspetta e a' suoi benefici;

per lui fia trasmutata molta gente,

cambiando condizion ricchi e mendici;

e portera'ne scritto ne la mente

di lui, e nol dirai»; e disse cose

incredibili a quei che fier presente.

Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose

di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie

che dietro a pochi giri son nascose.

Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie,

poscia che s'infutura la tua vita

vie più là che 'l punir di lor perfidie».

Poi che, tacendo, si mostrò spedita

l'anima santa di metter la trama

in quella tela ch'io le porsi ordita,

io cominciai, come colui che brama,

dubitando, consiglio da persona

che vede e vuol dirittamente e ama:

«Ben veggio, padre mio, sì come sprona

lo tempo verso me, per colpo darmi

tal, ch'è più grave a chi più s'abbandona;

per che di provedenza è buon ch'io m'armi,

sì che, se loco m'è tolto più caro,

io non perdessi li altri per miei carmi.

Giù per lo mondo sanza fine amaro,

e per lo monte del cui bel cacume

li occhi de la mia donna mi levaro,

e poscia per lo ciel, di lume in lume,

ho io appreso quel che s'io ridico,

a molti fia sapor di forte agrume;

e s'io al vero son timido amico,

temo di perder viver tra coloro

che questo tempo chiameranno antico».

La luce in che rideva il mio tesoro

ch'io trovai lì, si fé prima corusca,

quale a raggio di sole specchio d'oro;

indi rispuose: «Coscïenza fusca

o de la propria o de l'altrui vergogna

pur sentirà la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,

tutta tua visïon fa manifesta;

e lascia pur grattar dov' è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta

nel primo gusto, vital nodrimento

lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,

che le più alte cime più percuote;

e ciò non fa d'onor poco argomento.

Però ti son mostrate in queste rote,

nel monte e ne la valle dolorosa

pur l'anime che son di fama note,

che l'animo di quel ch'ode, non posa

né ferma fede per essempro ch'aia

la sua radice incognita e ascosa,

né per altro argomento che non paia».

 

CANTO XVIII

[Canto XVIII, nel quale si monta ne la stella di Giove, e narrasi come li luminari spirituali figuravano mirabilmente.]

 

 

Già si godeva solo del suo verbo

quello specchio beato, e io gustava

lo mio, temprando col dolce l'acerbo;

e quella donna ch'a Dio mi menava

disse: «Muta pensier; pensa ch'i' sono

presso a colui ch'ogne torto disgrava».

Io mi rivolsi a l'amoroso suono

del mio conforto; e qual io allor vidi

ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:

non perch' io pur del mio parlar diffidi,

ma per la mente che non può redire

sovra sé tanto, s'altri non la guidi.

Tanto poss' io di quel punto ridire,

che, rimirando lei, lo mio affetto

libero fu da ogne altro disire,

fin che 'l piacere etterno, che diretto

raggiava in Bëatrice, dal bel viso

mi contentava col secondo aspetto.

Vincendo me col lume d'un sorriso,

ella mi disse: «Volgiti e ascolta;

ché non pur ne' miei occhi è paradiso».

Come si vede qui alcuna volta

l'affetto ne la vista, s'elli è tanto,

che da lui sia tutta l'anima tolta,

così nel fiammeggiar del folgór santo,

a ch'io mi volsi, conobbi la voglia

in lui di ragionarmi ancora alquanto.

El cominciò: «In questa quinta soglia

de l'albero che vive de la cima

e frutta sempre e mai non perde foglia,

spiriti son beati, che giù, prima

che venissero al ciel, fuor di gran voce,

sì ch'ogne musa ne sarebbe opima.

Però mira ne' corni de la croce:

quello ch'io nomerò, lì farà l'atto

che fa in nube il suo foco veloce».

Io vidi per la croce un lume tratto

dal nomar Iosuè, com' el si feo;

né mi fu noto il dir prima che 'l fatto.

E al nome de l'alto Macabeo

vidi moversi un altro roteando,

e letizia era ferza del paleo.

Così per Carlo Magno e per Orlando

due ne seguì lo mio attento sguardo,

com' occhio segue suo falcon volando.

Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo

e 'l duca Gottifredi la mia vista

per quella croce, e Ruberto Guiscardo.

Indi, tra l'altre luci mota e mista,

mostrommi l'alma che m'avea parlato

qual era tra i cantor del cielo artista.

Io mi rivolsi dal mio destro lato

per vedere in Beatrice il mio dovere,

o per parlare o per atto, segnato;

e vidi le sue luci tanto mere,

tanto gioconde, che la sua sembianza

vinceva li altri e l'ultimo solere.

E come, per sentir più dilettanza

bene operando, l'uom di giorno in giorno

s'accorge che la sua virtute avanza,

sì m'accors' io che 'l mio girare intorno

col cielo insieme avea cresciuto l'arco,

veggendo quel miracol più addorno.

E qual è 'l trasmutare in picciol varco

di tempo in bianca donna, quando 'l volto

suo si discarchi di vergogna il carco,

tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,

per lo candor de la temprata stella

sesta, che dentro a sé m'avea ricolto.

Io vidi in quella giovïal facella

lo sfavillar de l'amor che lì era

segnare a li occhi miei nostra favella.

E come augelli surti di rivera,

quasi congratulando a lor pasture,

fanno di sé or tonda or altra schiera,

sì dentro ai lumi sante creature

volitando cantavano, e faciensi

or D, or I, or L in sue figure.

Prima, cantando, a sua nota moviensi;

poi, diventando l'un di questi segni,

un poco s'arrestavano e taciensi.

O diva Pegasëa che li 'ngegni

fai glorïosi e rendili longevi,

ed essi teco le cittadi e ' regni,

illustrami di te, sì ch'io rilevi

le lor figure com' io l'ho concette:

paia tua possa in questi versi brevi!

Mostrarsi dunque in cinque volte sette

vocali e consonanti; e io notai

le parti sì, come mi parver dette.

'DILIGITE IUSTITIAM', primai

fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;

'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.

Poscia ne l'emme del vocabol quinto

rimasero ordinate; sì che Giove

pareva argento lì d'oro distinto.

E vidi scendere altre luci dove

era il colmo de l'emme, e lì quetarsi

cantando, credo, il ben ch'a sé le move.

Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi

surgono innumerabili faville,

onde li stolti sogliono agurarsi,

resurger parver quindi più di mille

luci e salir, qual assai e qual poco,

sì come 'l sol che l'accende sortille;

e quïetata ciascuna in suo loco,

la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi

rappresentare a quel distinto foco.

Quei che dipinge lì, non ha chi 'l guidi;

ma esso guida, e da lui si rammenta

quella virtù ch'è forma per li nidi.

L'altra bëatitudo, che contenta

pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,

con poco moto seguitò la 'mprenta.

O dolce stella, quali e quante gemme

mi dimostraro che nostra giustizia

effetto sia del ciel che tu ingemme!

Per ch'io prego la mente in che s'inizia

tuo moto e tua virtute, che rimiri

ond' esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;

sì ch'un'altra fïata omai s'adiri

del comperare e vender dentro al templo

che si murò di segni e di martìri.

O milizia del ciel cu' io contemplo,

adora per color che sono in terra

tutti svïati dietro al malo essemplo!

Già si solea con le spade far guerra;

ma or si fa togliendo or qui or quivi

lo pan che 'l pïo Padre a nessun serra.

Ma tu che sol per cancellare scrivi,

pensa che Pietro e Paulo, che moriro

per la vigna che guasti, ancor son vivi.

Ben puoi tu dire: «I' ho fermo 'l disiro

sì a colui che volle viver solo

e che per salti fu tratto al martiro,

ch'io non conosco il pescator né Polo».

 

CANTO XIX

[Canto XIX, nel quale li spiriti ch'erano ne la stella di Iove insieme conglutinati in forma d'aguglia, ad una voce solvono uno grande dubbio, e abominano e infamano tutti li re cristiani che regnavano ne l'anno di Cristo MCCC.]

 

 

Parea dinanzi a me con l'ali aperte

la bella image che nel dolce frui

liete facevan l'anime conserte;

parea ciascuna rubinetto in cui

raggio di sole ardesse sì acceso,

che ne' miei occhi rifrangesse lui.

E quel che mi convien ritrar testeso,

non portò voce mai, né scrisse incostro,

né fu per fantasia già mai compreso;

ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,

e sonar ne la voce e «io» e «mio»,

quand' era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.

E cominciò: «Per esser giusto e pio

son io qui essaltato a quella gloria

che non si lascia vincere a disio;

e in terra lasciai la mia memoria

sì fatta, che le genti lì malvage

commendan lei, ma non seguon la storia».

Così un sol calor di molte brage

si fa sentir, come di molti amori

usciva solo un suon di quella image.

Ond' io appresso: «O perpetüi fiori

de l'etterna letizia, che pur uno

parer mi fate tutti vostri odori,

solvetemi, spirando, il gran digiuno

che lungamente m'ha tenuto in fame,

non trovandoli in terra cibo alcuno.

Ben so io che, se 'n cielo altro reame

la divina giustizia fa suo specchio,

che 'l vostro non l'apprende con velame.

Sapete come attento io m'apparecchio

ad ascoltar; sapete qual è quello

dubbio che m'è digiun cotanto vecchio».

Quasi falcone ch'esce del cappello,

move la testa e con l'ali si plaude,

voglia mostrando e faccendosi bello,

vid' io farsi quel segno, che di laude

de la divina grazia era contesto,

con canti quai si sa chi là sù gaude.

Poi cominciò: «Colui che volse il sesto

a lo stremo del mondo, e dentro ad esso

distinse tanto occulto e manifesto,

non poté suo valor sì fare impresso

in tutto l'universo, che 'l suo verbo

non rimanesse in infinito eccesso.

E ciò fa certo che 'l primo superbo,

che fu la somma d'ogne creatura,

per non aspettar lume, cadde acerbo;

e quinci appar ch'ogne minor natura

è corto recettacolo a quel bene

che non ha fine e sé con sé misura.

Dunque vostra veduta, che convene

esser alcun de' raggi de la mente

di che tutte le cose son ripiene,

non pò da sua natura esser possente

tanto, che suo principio non discerna

molto di là da quel che l'è parvente.

Però ne la giustizia sempiterna

la vista che riceve il vostro mondo,

com' occhio per lo mare, entro s'interna;

che, ben che da la proda veggia il fondo,

in pelago nol vede; e nondimeno

èli, ma cela lui l'esser profondo.

Lume non è, se non vien dal sereno

che non si turba mai; anzi è tenèbra

od ombra de la carne o suo veleno.

Assai t'è mo aperta la latebra

che t'ascondeva la giustizia viva,

di che facei question cotanto crebra;

ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva

de l'Indo, e quivi non è chi ragioni

di Cristo né chi legga né chi scriva;

e tutti suoi voleri e atti buoni

sono, quanto ragione umana vede,

sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e sanza fede:

ov' è questa giustizia che 'l condanna?

ov' è la colpa sua, se ei non crede?".

Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,

per giudicar di lungi mille miglia

con la veduta corta d'una spanna?

Certo a colui che meco s'assottiglia,

se la Scrittura sovra voi non fosse,

da dubitar sarebbe a maraviglia.

Oh terreni animali! oh menti grosse!

La prima volontà, ch'è da sé buona,

da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse.

Cotanto è giusto quanto a lei consuona:

nullo creato bene a sé la tira,

ma essa, radïando, lui cagiona».

Quale sovresso il nido si rigira

poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,

e come quel ch'è pasto la rimira;

cotal si fece, e sì leväi i cigli,

la benedetta imagine, che l'ali

movea sospinte da tanti consigli.

Roteando cantava, e dicea: «Quali

son le mie note a te, che non le 'ntendi,

tal è il giudicio etterno a voi mortali».

Poi si quetaro quei lucenti incendi

de lo Spirito Santo ancor nel segno

che fé i Romani al mondo reverendi,

esso ricominciò: «A questo regno

non salì mai chi non credette 'n Cristo,

né pria né poi ch'el si chiavasse al legno.

Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",

che saranno in giudicio assai men prope

a lui, che tal che non conosce Cristo;

e tai Cristian dannerà l'Etïòpe,

quando si partiranno i due collegi,

l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe.

Che poran dir li Perse a' vostri regi,

come vedranno quel volume aperto

nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto,

quella che tosto moverà la penna,

per che 'l regno di Praga fia diserto.

Lì si vedrà il duol che sovra Senna

induce, falseggiando la moneta,

quel che morrà di colpo di cotenna.

Lì si vedrà la superbia ch'asseta,

che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,

sì che non può soffrir dentro a sua meta.

Vedrassi la lussuria e 'l viver molle

di quel di Spagna e di quel di Boemme,

che mai valor non conobbe né volle.

Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme

segnata con un i la sua bontate,

quando 'l contrario segnerà un emme.

Vedrassi l'avarizia e la viltate

di quei che guarda l'isola del foco,

ove Anchise finì la lunga etate;

e a dare ad intender quanto è poco,

la sua scrittura fian lettere mozze,

che noteranno molto in parvo loco.

E parranno a ciascun l'opere sozze

del barba e del fratel, che tanto egregia

nazione e due corone han fatte bozze.

E quel di Portogallo e di Norvegia

lì si conosceranno, e quel di Rascia

che male ha visto il conio di Vinegia.

Oh beata Ungheria, se non si lascia

più malmenare! e beata Navarra,

se s'armasse del monte che la fascia!

E creder de' ciascun che già, per arra

di questo, Niccosïa e Famagosta

per la lor bestia si lamenti e garra,

che dal fianco de l'altre non si scosta».

 

CANTO XX

[Canto XX, nel quale ancora suonano nel becco de l'Aquila certe parole per le quali apprende di conoscere alcuni di quelli spirti de li quali quella Aquila è composta.]

 

 

Quando colui che tutto 'l mondo alluma

de l'emisperio nostro sì discende,

che 'l giorno d'ogne parte si consuma,

lo ciel, che sol di lui prima s'accende,

subitamente si rifà parvente

per molte luci, in che una risplende;

e questo atto del ciel mi venne a mente,

come 'l segno del mondo e de' suoi duci

nel benedetto rostro fu tacente;

però che tutte quelle vive luci,

vie più lucendo, cominciaron canti

da mia memoria labili e caduci.

O dolce amor che di riso t'ammanti,

quanto parevi ardente in que' flailli,

ch'avieno spirto sol di pensier santi!

Poscia che i cari e lucidi lapilli

ond' io vidi ingemmato il sesto lume

puoser silenzio a li angelici squilli,

udir mi parve un mormorar di fiume

che scende chiaro giù di pietra in pietra,

mostrando l'ubertà del suo cacume.

E come suono al collo de la cetra

prende sua forma, e sì com' al pertugio

de la sampogna vento che penètra,

così, rimosso d'aspettare indugio,

quel mormorar de l'aguglia salissi

su per lo collo, come fosse bugio.

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi

per lo suo becco in forma di parole,

quali aspettava il core ov' io le scrissi.

«La parte in me che vede e pate il sole

ne l'aguglie mortali», incominciommi,

«or fisamente riguardar si vole,

perché d'i fuochi ond' io figura fommi,

quelli onde l'occhio in testa mi scintilla,

e' di tutti lor gradi son li sommi.

Colui che luce in mezzo per pupilla,

fu il cantor de lo Spirito Santo,

che l'arca traslatò di villa in villa:

ora conosce il merto del suo canto,

in quanto effetto fu del suo consiglio,

per lo remunerar ch'è altrettanto.

Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,

colui che più al becco mi s'accosta,

la vedovella consolò del figlio:

ora conosce quanto caro costa

non seguir Cristo, per l'esperïenza

di questa dolce vita e de l'opposta.

E quel che segue in la circunferenza

di che ragiono, per l'arco superno,

morte indugiò per vera penitenza:

ora conosce che 'l giudicio etterno

non si trasmuta, quando degno preco

fa crastino là giù de l'odïerno.

L'altro che segue, con le leggi e meco,

sotto buona intenzion che fé mal frutto,

per cedere al pastor si fece greco:

ora conosce come il mal dedutto

dal suo bene operar non li è nocivo,

avvegna che sia 'l mondo indi distrutto.

E quel che vedi ne l'arco declivo,

Guiglielmo fu, cui quella terra plora

che piagne Carlo e Federigo vivo:

ora conosce come s'innamora

lo ciel del giusto rege, e al sembiante

del suo fulgore il fa vedere ancora.

Chi crederebbe giù nel mondo errante

che Rifëo Troiano in questo tondo

fosse la quinta de le luci sante?

Ora conosce assai di quel che 'l mondo

veder non può de la divina grazia,

ben che sua vista non discerna il fondo».

Quale allodetta che 'n aere si spazia

prima cantando, e poi tace contenta

de l'ultima dolcezza che la sazia,

tal mi sembiò l'imago de la 'mprenta

de l'etterno piacere, al cui disio

ciascuna cosa qual ell' è diventa.

E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio

lì quasi vetro a lo color ch'el veste,

tempo aspettar tacendo non patio,

ma de la bocca, «Che cose son queste?»,

mi pinse con la forza del suo peso:

per ch'io di coruscar vidi gran feste.

Poi appresso, con l'occhio più acceso,

lo benedetto segno mi rispuose

per non tenermi in ammirar sospeso:

«Io veggio che tu credi queste cose

perch' io le dico, ma non vedi come;

sì che, se son credute, sono ascose.

Fai come quei che la cosa per nome

apprende ben, ma la sua quiditate

veder non può se altri non la prome.

Regnum celorum vïolenza pate

da caldo amore e da viva speranza,

che vince la divina volontate:

non a guisa che l'omo a l'om sobranza,

ma vince lei perché vuole esser vinta,

e, vinta, vince con sua beninanza.

La prima vita del ciglio e la quinta

ti fa maravigliar, perché ne vedi

la regïon de li angeli dipinta.

D'i corpi suoi non uscir, come credi,

Gentili, ma Cristiani, in ferma fede

quel d'i passuri e quel d'i passi piedi.

Ché l'una de lo 'nferno, u' non si riede

già mai a buon voler, tornò a l'ossa;

e ciò di viva spene fu mercede:

di viva spene, che mise la possa

ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,

sì che potesse sua voglia esser mossa.

L'anima glorïosa onde si parla,

tornata ne la carne, in che fu poco,

credette in lui che potëa aiutarla;

e credendo s'accese in tanto foco

di vero amor, ch'a la morte seconda

fu degna di venire a questo gioco.

L'altra, per grazia che da sì profonda

fontana stilla, che mai creatura

non pinse l'occhio infino a la prima onda,

tutto suo amor là giù pose a drittura:

per che, di grazia in grazia, Dio li aperse

l'occhio a la nostra redenzion futura;

ond' ei credette in quella, e non sofferse

da indi il puzzo più del paganesmo;

e riprendiene le genti perverse.

Quelle tre donne li fur per battesmo

che tu vedesti da la destra rota,

dinanzi al battezzar più d'un millesmo.

O predestinazion, quanto remota

è la radice tua da quelli aspetti

che la prima cagion non veggion tota!

E voi, mortali, tenetevi stretti

a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,

non conosciamo ancor tutti li eletti;

ed ènne dolce così fatto scemo,

perché il ben nostro in questo ben s'affina,

che quel che vole Iddio, e noi volemo».

Così da quella imagine divina,

per farmi chiara la mia corta vista,

data mi fu soave medicina.

E come a buon cantor buon citarista

fa seguitar lo guizzo de la corda,

in che più di piacer lo canto acquista,

sì, mentre ch'e' parlò, sì mi ricorda

ch'io vidi le due luci benedette,

pur come batter d'occhi si concorda,

con le parole mover le fiammette.

 

CANTO XXI

[Canto XXI, nel quale si monta ne la stella di Saturno, che è il settimo pianeto; e qui comincia la settima parte, e come Pietro Dammiano solve alcune questioni.]

 

 

Già eran li occhi miei rifissi al volto

de la mia donna, e l'animo con essi,

e da ogne altro intento s'era tolto.

E quella non ridea; ma «S'io ridessi»,

mi cominciò, «tu ti faresti quale

fu Semelè quando di cener fessi:

ché la bellezza mia, che per le scale

de l'etterno palazzo più s'accende,

com' hai veduto, quanto più si sale,

se non si temperasse, tanto splende,

che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,

sarebbe fronda che trono scoscende.

Noi sem levati al settimo splendore,

che sotto 'l petto del Leone ardente

raggia mo misto giù del suo valore.

Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,

e fa di quelli specchi a la figura

che 'n questo specchio ti sarà parvente».

Qual savesse qual era la pastura

del viso mio ne l'aspetto beato

quand' io mi trasmutai ad altra cura,

conoscerebbe quanto m'era a grato

ubidire a la mia celeste scorta,

contrapesando l'un con l'altro lato.

Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,

cerchiando il mondo, del suo caro duce

sotto cui giacque ogne malizia morta,

di color d'oro in che raggio traluce

vid' io uno scaleo eretto in suso

tanto, che nol seguiva la mia luce.

Vidi anche per li gradi scender giuso

tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume

che par nel ciel, quindi fosse diffuso.

E come, per lo natural costume,

le pole insieme, al cominciar del giorno,

si movono a scaldar le fredde piume;

poi altre vanno via sanza ritorno,

altre rivolgon sé onde son mosse,

e altre roteando fan soggiorno;

tal modo parve me che quivi fosse

in quello sfavillar che 'nsieme venne,

sì come in certo grado si percosse.

E quel che presso più ci si ritenne,

si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando:

'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.

Ma quella ond' io aspetto il come e 'l quando

del dire e del tacer, si sta; ond' io,

contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.

Per ch'ella, che vedëa il tacer mio

nel veder di colui che tutto vede,

mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».

E io incominciai: «La mia mercede

non mi fa degno de la tua risposta;

ma per colei che 'l chieder mi concede,

vita beata che ti stai nascosta

dentro a la tua letizia, fammi nota

la cagion che sì presso mi t'ha posta;

e dì perché si tace in questa rota

la dolce sinfonia di paradiso,

che giù per l'altre suona sì divota».

«Tu hai l'udir mortal sì come il viso»,

rispuose a me; «onde qui non si canta

per quel che Bëatrice non ha riso.

Giù per li gradi de la scala santa

discesi tanto sol per farti festa

col dire e con la luce che mi ammanta;

né più amor mi fece esser più presta,

ché più e tanto amor quinci sù ferve,

sì come il fiammeggiar ti manifesta.

Ma l'alta carità, che ci fa serve

pronte al consiglio che 'l mondo governa,

sorteggia qui sì come tu osserve».

«Io veggio ben», diss' io, «sacra lucerna,

come libero amore in questa corte

basta a seguir la provedenza etterna;

ma questo è quel ch'a cerner mi par forte,

perché predestinata fosti sola

a questo officio tra le tue consorte».

Né venni prima a l'ultima parola,

che del suo mezzo fece il lume centro,

girando sé come veloce mola;

poi rispuose l'amor che v'era dentro:

«Luce divina sopra me s'appunta,

penetrando per questa in ch'io m'inventro,

la cui virtù, col mio veder congiunta,

mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio

la somma essenza de la quale è munta.

Quinci vien l'allegrezza ond' io fiammeggio;

per ch'a la vista mia, quant' ella è chiara,

la chiarità de la fiamma pareggio.

Ma quell' alma nel ciel che più si schiara,

quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso,

a la dimanda tua non satisfara,

però che sì s'innoltra ne lo abisso

de l'etterno statuto quel che chiedi,

che da ogne creata vista è scisso.

E al mondo mortal, quando tu riedi,

questo rapporta, sì che non presumma

a tanto segno più mover li piedi.

La mente, che qui luce, in terra fumma;

onde riguarda come può là giùe

quel che non pote perché 'l ciel l'assumma».

Sì mi prescrisser le parole sue,

ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi

a dimandarla umilmente chi fue.

«Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,

e non molto distanti a la tua patria,

tanto che ' troni assai suonan più bassi,

e fanno un gibbo che si chiama Catria,

di sotto al quale è consecrato un ermo,

che suole esser disposto a sola latria».

Così ricominciommi il terzo sermo;

e poi, continüando, disse: «Quivi

al servigio di Dio mi fe' sì fermo,

che pur con cibi di liquor d'ulivi

lievemente passava caldi e geli,

contento ne' pensier contemplativi.

Render solea quel chiostro a questi cieli

fertilemente; e ora è fatto vano,

sì che tosto convien che si riveli.

In quel loco fu' io Pietro Damiano,

e Pietro Peccator fu' ne la casa

di Nostra Donna in sul lito adriano.

Poca vita mortal m'era rimasa,

quando fui chiesto e tratto a quel cappello,

che pur di male in peggio si travasa.

Venne Cefàs e venne il gran vasello

de lo Spirito Santo, magri e scalzi,

prendendo il cibo da qualunque ostello.

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi

li moderni pastori e chi li meni,

tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.

Cuopron d'i manti loro i palafreni,

sì che due bestie van sott' una pelle:

oh pazïenza che tanto sostieni!».

A questa voce vid' io più fiammelle

di grado in grado scendere e girarsi,

e ogne giro le facea più belle.

Dintorno a questa vennero e fermarsi,

e fero un grido di sì alto suono,

che non potrebbe qui assomigliarsi;

né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.

 

CANTO XXII

[Canto XXII, nel quale si tratta di quelli medesimi che nel precedente capitolo, qui sotto il titolo di Santo Maccario e di Santo Romoaldo; e infine dispitta il mondo e la sua picciolezza e le cose mondane, ripetendo e mostrando tutti li pianeti per li quali è intrato; ed entra con Beatrice nel segno d'i Gemini; e qui prende l'ottava parte di questa terza cantica.]

 

 

Oppresso di stupore, a la mia guida

mi volsi, come parvol che ricorre

sempre colà dove più si confida;

e quella, come madre che soccorre

sùbito al figlio palido e anelo

con la sua voce, che 'l suol ben disporre,

mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo?

e non sai tu che 'l cielo è tutto santo,

e ciò che ci si fa vien da buon zelo?

Come t'avrebbe trasmutato il canto,

e io ridendo, mo pensar lo puoi,

poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;

nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,

già ti sarebbe nota la vendetta

che tu vedrai innanzi che tu muoi.

La spada di qua sù non taglia in fretta

né tardo, ma' ch'al parer di colui

che disïando o temendo l'aspetta.

Ma rivolgiti omai inverso altrui;

ch'assai illustri spiriti vedrai,

se com' io dico l'aspetto redui».

Come a lei piacque, li occhi ritornai,

e vidi cento sperule che 'nsieme

più s'abbellivan con mutüi rai.

Io stava come quei che 'n sé repreme

la punta del disio, e non s'attenta

di domandar, sì del troppo si teme;

e la maggiore e la più luculenta

di quelle margherite innanzi fessi,

per far di sé la mia voglia contenta.

Poi dentro a lei udi': «Se tu vedessi

com' io la carità che tra noi arde,

li tuoi concetti sarebbero espressi.

Ma perché tu, aspettando, non tarde

a l'alto fine, io ti farò risposta

pur al pensier, da che sì ti riguarde.

Quel monte a cui Cassino è ne la costa

fu frequentato già in su la cima

da la gente ingannata e mal disposta;

e quel son io che sù vi portai prima

lo nome di colui che 'n terra addusse

la verità che tanto ci soblima;

e tanta grazia sopra me relusse,

ch'io ritrassi le ville circunstanti

da l'empio cólto che 'l mondo sedusse.

Questi altri fuochi tutti contemplanti

uomini fuoro, accesi di quel caldo

che fa nascere i fiori e ' frutti santi.

Qui è Maccario, qui è Romoaldo,

qui son li frati miei che dentro ai chiostri

fermar li piedi e tennero il cor saldo».

E io a lui: «L'affetto che dimostri

meco parlando, e la buona sembianza

ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,

così m'ha dilatata mia fidanza,

come 'l sol fa la rosa quando aperta

tanto divien quant' ell' ha di possanza.

Però ti priego, e tu, padre, m'accerta

s'io posso prender tanta grazia, ch'io

ti veggia con imagine scoverta».

Ond' elli: «Frate, il tuo alto disio

s'adempierà in su l'ultima spera,

ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.

Ivi è perfetta, matura e intera

ciascuna disïanza; in quella sola

è ogne parte là ove sempr' era,

perché non è in loco e non s'impola;

e nostra scala infino ad essa varca,

onde così dal viso ti s'invola.

Infin là sù la vide il patriarca

Iacobbe porger la superna parte,

quando li apparve d'angeli sì carca.

Ma, per salirla, mo nessun diparte

da terra i piedi, e la regola mia

rimasa è per danno de le carte.

Le mura che solieno esser badia

fatte sono spelonche, e le cocolle

sacca son piene di farina ria.

Ma grave usura tanto non si tolle

contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto

che fa il cor de' monaci sì folle;

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto

è de la gente che per Dio dimanda;

non di parenti né d'altro più brutto.

La carne d'i mortali è tanto blanda,

che giù non basta buon cominciamento

dal nascer de la quercia al far la ghianda.

Pier cominciò sanz' oro e sanz' argento,

e io con orazione e con digiuno,

e Francesco umilmente il suo convento;

e se guardi 'l principio di ciascuno,

poscia riguardi là dov' è trascorso,

tu vederai del bianco fatto bruno.

Veramente Iordan vòlto retrorso

più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,

mirabile a veder che qui 'l soccorso».

Così mi disse, e indi si raccolse

al suo collegio, e 'l collegio si strinse;

poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.

La dolce donna dietro a lor mi pinse

con un sol cenno su per quella scala,

sì sua virtù la mia natura vinse;

né mai qua giù dove si monta e cala

naturalmente, fu sì ratto moto

ch'agguagliar si potesse a la mia ala.

S'io torni mai, lettore, a quel divoto

trïunfo per lo quale io piango spesso

le mie peccata e 'l petto mi percuoto,

tu non avresti in tanto tratto e messo

nel foco il dito, in quant' io vidi 'l segno

che segue il Tauro e fui dentro da esso.

O glorïose stelle, o lume pregno

di gran virtù, dal quale io riconosco

tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e s'ascondeva vosco

quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,

quand' io senti' di prima l'aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita

d'entrar ne l'alta rota che vi gira,

la vostra regïon mi fu sortita.

A voi divotamente ora sospira

l'anima mia, per acquistar virtute

al passo forte che a sé la tira.

«Tu se' sì presso a l'ultima salute»,

cominciò Bëatrice, «che tu dei

aver le luci tue chiare e acute;

e però, prima che tu più t'inlei,

rimira in giù, e vedi quanto mondo

sotto li piedi già esser ti fei;

sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo

s'appresenti a la turba trïunfante

che lieta vien per questo etera tondo».

Col viso ritornai per tutte quante

le sette spere, e vidi questo globo

tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approbo

che l'ha per meno; e chi ad altro pensa

chiamar si puote veramente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa

sanza quell' ombra che mi fu cagione

per che già la credetti rara e densa.

L'aspetto del tuo nato, Iperïone,

quivi sostenni, e vidi com' si move

circa e vicino a lui Maia e Dïone.

Quindi m'apparve il temperar di Giove

tra 'l padre e 'l figlio; e quindi mi fu chiaro

il varïar che fanno di lor dove;

e tutti e sette mi si dimostraro

quanto son grandi e quanto son veloci

e come sono in distante riparo.

L'aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom' io con li etterni Gemelli,

tutta m'apparve da' colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

 

CANTO XXIII

[Canto XXIII, dove si tratta come l'auttore vide la Beata Virgine Maria e li abitatori de la celestiale corte, de la quale mirabilemente favella in questo canto; e qui si prende la nona parte di questa terza cantica.]

 

 

Come l'augello, intra l'amate fronde,

posato al nido de' suoi dolci nati

la notte che le cose ci nasconde,

che, per veder li aspetti disïati

e per trovar lo cibo onde li pasca,

in che gravi labor li sono aggrati,

previene il tempo in su aperta frasca,

e con ardente affetto il sole aspetta,

fiso guardando pur che l'alba nasca;

così la donna mïa stava eretta

e attenta, rivolta inver' la plaga

sotto la quale il sol mostra men fretta:

sì che, veggendola io sospesa e vaga,

fecimi qual è quei che disïando

altro vorria, e sperando s'appaga.

Ma poco fu tra uno e altro quando,

del mio attender, dico, e del vedere

lo ciel venir più e più rischiarando;

e Bëatrice disse: «Ecco le schiere

del trïunfo di Cristo e tutto 'l frutto

ricolto del girar di queste spere!».

Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,

e li occhi avea di letizia sì pieni,

che passarmen convien sanza costrutto.

Quale ne' plenilunïi sereni

Trivïa ride tra le ninfe etterne

che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vid' i' sopra migliaia di lucerne

un sol che tutte quante l'accendea,

come fa 'l nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea

la lucente sustanza tanto chiara

nel viso mio, che non la sostenea.

Oh Bëatrice, dolce guida e cara!

Ella mi disse: «Quel che ti sobranza

è virtù da cui nulla si ripara.

Quivi è la sapïenza e la possanza

ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra,

onde fu già sì lunga disïanza».

Come foco di nube si diserra

per dilatarsi sì che non vi cape,

e fuor di sua natura in giù s'atterra,

la mente mia così, tra quelle dape

fatta più grande, di sé stessa uscìo,

e che si fesse rimembrar non sape.

«Apri li occhi e riguarda qual son io;

tu hai vedute cose, che possente

se' fatto a sostener lo riso mio».

Io era come quei che si risente

di visïone oblita e che s'ingegna

indarno di ridurlasi a la mente,

quand' io udi' questa proferta, degna

di tanto grato, che mai non si stingue

del libro che 'l preterito rassegna.

Se mo sonasser tutte quelle lingue

che Polimnïa con le suore fero

del latte lor dolcissimo più pingue,

per aiutarmi, al millesmo del vero

non si verria, cantando il santo riso

e quanto il santo aspetto facea mero;

e così, figurando il paradiso,

convien saltar lo sacrato poema,

come chi trova suo cammin riciso.

Ma chi pensasse il ponderoso tema

e l'omero mortal che se ne carca,

nol biasmerebbe se sott' esso trema:

non è pareggio da picciola barca

quel che fendendo va l'ardita prora,

né da nocchier ch'a sé medesmo parca.

«Perché la faccia mia sì t'innamora,

che tu non ti rivolgi al bel giardino

che sotto i raggi di Cristo s'infiora?

Quivi è la rosa in che 'l verbo divino

carne si fece; quivi son li gigli

al cui odor si prese il buon cammino».

Così Beatrice; e io, che a' suoi consigli

tutto era pronto, ancora mi rendei

a la battaglia de' debili cigli.

Come a raggio di sol, che puro mei

per fratta nube, già prato di fiori

vider, coverti d'ombra, li occhi miei;

vid' io così più turbe di splendori,

folgorate di sù da raggi ardenti,

sanza veder principio di folgóri.

O benigna vertù che sì li 'mprenti,

sù t'essaltasti, per largirmi loco

a li occhi lì che non t'eran possenti.

Il nome del bel fior ch'io sempre invoco

e mane e sera, tutto mi ristrinse

l'animo ad avvisar lo maggior foco;

e come ambo le luci mi dipinse

il quale e il quanto de la viva stella

che là sù vince come qua giù vinse,

per entro il cielo scese una facella,

formata in cerchio a guisa di corona,

e cinsela e girossi intorno ad ella.

Qualunque melodia più dolce suona

qua giù e più a sé l'anima tira,

parrebbe nube che squarciata tona,

comparata al sonar di quella lira

onde si coronava il bel zaffiro

del quale il ciel più chiaro s'inzaffira.

«Io sono amore angelico, che giro

l'alta letizia che spira del ventre

che fu albergo del nostro disiro;

e girerommi, donna del ciel, mentre

che seguirai tuo figlio, e farai dia

più la spera supprema perché lì entre».

Così la circulata melodia

si sigillava, e tutti li altri lumi

facean sonare il nome di Maria.

Lo real manto di tutti i volumi

del mondo, che più ferve e più s'avviva

ne l'alito di Dio e nei costumi,

avea sopra di noi l'interna riva

tanto distante, che la sua parvenza,

là dov' io era, ancor non appariva:

però non ebber li occhi miei potenza

di seguitar la coronata fiamma

che si levò appresso sua semenza.

E come fantolin che 'nver' la mamma

tende le braccia, poi che 'l latte prese,

per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;

ciascun di quei candori in sù si stese

con la sua cima, sì che l'alto affetto

ch'elli avieno a Maria mi fu palese.

Indi rimaser lì nel mio cospetto,

'Regina celi' cantando sì dolce,

che mai da me non si partì 'l diletto.

Oh quanta è l'ubertà che si soffolce

in quelle arche ricchissime che fuoro

a seminar qua giù buone bobolce!

Quivi si vive e gode del tesoro

che s'acquistò piangendo ne lo essilio

di Babillòn, ove si lasciò l'oro.

Quivi trïunfa, sotto l'alto Filio

di Dio e di Maria, di sua vittoria,

e con l'antico e col novo concilio,

colui che tien le chiavi di tal gloria.

 

CANTO XXIV

[Canto XXIV, dove si tratta de la nona e ultima parte di questa ultima cantica; ne la quale san Pietro Appostolo a priego di Beatrice essamina l'auttore sopra la fede cattolica.]

 

 

«O sodalizio eletto a la gran cena

del benedetto Agnello, il qual vi ciba

sì, che la vostra voglia è sempre piena,

se per grazia di Dio questi preliba

di quel che cade de la vostra mensa,

prima che morte tempo li prescriba,

ponete mente a l'affezione immensa

e roratelo alquanto: voi bevete

sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa».

Così Beatrice; e quelle anime liete

si fero spere sopra fissi poli,

fiammando, volte, a guisa di comete.

E come cerchi in tempra d'orïuoli

si giran sì, che 'l primo a chi pon mente

quïeto pare, e l'ultimo che voli;

così quelle carole, differente-

mente danzando, de la sua ricchezza

mi facieno stimar, veloci e lente.

Di quella ch'io notai di più carezza

vid' ïo uscire un foco sì felice,

che nullo vi lasciò di più chiarezza;

e tre fïate intorno di Beatrice

si volse con un canto tanto divo,

che la mia fantasia nol mi ridice.

Però salta la penna e non lo scrivo:

ché l'imagine nostra a cotai pieghe,

non che 'l parlare, è troppo color vivo.

«O santa suora mia che sì ne prieghe

divota, per lo tuo ardente affetto

da quella bella spera mi disleghe».

Poscia fermato, il foco benedetto

a la mia donna dirizzò lo spiro,

che favellò così com' i' ho detto.

Ed ella: «O luce etterna del gran viro

a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,

ch'ei portò giù, di questo gaudio miro,

tenta costui di punti lievi e gravi,

come ti piace, intorno de la fede,

per la qual tu su per lo mare andavi.

S'elli ama bene e bene spera e crede,

non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi

dov' ogne cosa dipinta si vede;

ma perché questo regno ha fatto civi

per la verace fede, a glorïarla,

di lei parlare è ben ch'a lui arrivi».

Sì come il baccialier s'arma e non parla

fin che 'l maestro la question propone,

per approvarla, non per terminarla,

così m'armava io d'ogne ragione

mentre ch'ella dicea, per esser presto

a tal querente e a tal professione.

«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:

fede che è?». Ond' io levai la fronte

in quella luce onde spirava questo;

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte

sembianze femmi perch' ïo spandessi

l'acqua di fuor del mio interno fonte.

«La Grazia che mi dà ch'io mi confessi»,

comincia' io, «da l'alto primipilo,

faccia li miei concetti bene espressi».

E seguitai: «Come 'l verace stilo

ne scrisse, padre, del tuo caro frate

che mise teco Roma nel buon filo,

fede è sustanza di cose sperate

e argomento de le non parventi;

e questa pare a me sua quiditate».

Allora udi': «Dirittamente senti,

se bene intendi perché la ripuose

tra le sustanze, e poi tra li argomenti».

E io appresso: «Le profonde cose

che mi largiscon qui la lor parvenza,

a li occhi di là giù son sì ascose,

che l'esser loro v'è in sola credenza,

sopra la qual si fonda l'alta spene;

e però di sustanza prende intenza.

E da questa credenza ci convene

silogizzar, sanz' avere altra vista:

però intenza d'argomento tene».

Allora udi': «Se quantunque s'acquista

giù per dottrina, fosse così 'nteso,

non lì avria loco ingegno di sofista».

Così spirò di quello amore acceso;

indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa

d'esta moneta già la lega e 'l peso;

ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa».

Ond' io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,

che nel suo conio nulla mi s'inforsa».

Appresso uscì de la luce profonda

che lì splendeva: «Questa cara gioia

sopra la quale ogne virtù si fonda,

onde ti venne?». E io: «La larga ploia

de lo Spirito Santo, ch'è diffusa

in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,

è silogismo che la m'ha conchiusa

acutamente sì, che 'nverso d'ella

ogne dimostrazion mi pare ottusa».

Io udi' poi: «L'antica e la novella

proposizion che così ti conchiude,

perché l'hai tu per divina favella?».

E io: «La prova che 'l ver mi dischiude,

son l'opere seguite, a che natura

non scalda ferro mai né batte incude».

Risposto fummi: «Dì, chi t'assicura

che quell' opere fosser? Quel medesmo

che vuol provarsi, non altri, il ti giura».

«Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo»,

diss' io, «sanza miracoli, quest' uno

è tal, che li altri non sono il centesmo:

ché tu intrasti povero e digiuno

in campo, a seminar la buona pianta

che fu già vite e ora è fatta pruno».

Finito questo, l'alta corte santa

risonò per le spere un 'Dio laudamo'

ne la melode che là sù si canta.

E quel baron che sì di ramo in ramo,

essaminando, già tratto m'avea,

che a l'ultime fronde appressavamo,

ricominciò: «La Grazia, che donnea

con la tua mente, la bocca t'aperse

infino a qui come aprir si dovea,

sì ch'io approvo ciò che fuori emerse;

ma or convien espremer quel che credi,

e onde a la credenza tua s'offerse».

«O santo padre, e spirito che vedi

ciò che credesti sì, che tu vincesti

ver' lo sepulcro più giovani piedi»,

comincia' io, «tu vuo' ch'io manifesti

la forma qui del pronto creder mio,

e anche la cagion di lui chiedesti.

E io rispondo: Io credo in uno Dio

solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,

non moto, con amore e con disio;

e a tal creder non ho io pur prove

fisice e metafisice, ma dalmi

anche la verità che quinci piove

per Moïsè, per profeti e per salmi,

per l'Evangelio e per voi che scriveste

poi che l'ardente Spirto vi fé almi;

e credo in tre persone etterne, e queste

credo una essenza sì una e sì trina,

che soffera congiunto 'sono' ed 'este'.

De la profonda condizion divina

ch'io tocco mo, la mente mi sigilla

più volte l'evangelica dottrina.

Quest' è 'l principio, quest' è la favilla

che si dilata in fiamma poi vivace,

e come stella in cielo in me scintilla».

Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,

da indi abbraccia il servo, gratulando

per la novella, tosto ch'el si tace;

così, benedicendomi cantando,

tre volte cinse me, sì com' io tacqui,

l'appostolico lume al cui comando

io avea detto: sì nel dir li piacqui!

 

CANTO XXV

[Canto XXV, che tratta come l'auttore parla con Beatrice e con santo Iacopo Maggiore sopra certe questioni de le quali santo Iacopo solve la prima.]

 

 

Se mai continga che 'l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m'ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov' io dormi' agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

del mio battesmo prenderò 'l cappello;

però che ne la fede, che fa conte

l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi

Pietro per lei sì mi girò la fronte.

Indi si mosse un lume verso noi

di quella spera ond' uscì la primizia

che lasciò Cristo d'i vicari suoi;

e la mia donna, piena di letizia,

mi disse: «Mira, mira: ecco il barone

per cui là giù si vicita Galizia».

Sì come quando il colombo si pone

presso al compagno, l'uno a l'altro pande,

girando e mormorando, l'affezione;

così vid' ïo l'un da l'altro grande

principe glorïoso essere accolto,

laudando il cibo che là sù li prande.

Ma poi che 'l gratular si fu assolto,

tacito coram me ciascun s'affisse,

ignito sì che vincëa 'l mio volto.

Ridendo allora Bëatrice disse:

«Inclita vita per cui la larghezza

de la nostra basilica si scrisse,

fa risonar la spene in questa altezza:

tu sai, che tante fiate la figuri,

quante Iesù ai tre fé più carezza».

«Leva la testa e fa che t'assicuri:

ché ciò che vien qua sù del mortal mondo,

convien ch'ai nostri raggi si maturi».

Questo conforto del foco secondo

mi venne; ond' io leväi li occhi a' monti

che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.

«Poi che per grazia vuol che tu t'affronti

lo nostro Imperadore, anzi la morte,

ne l'aula più secreta co' suoi conti,

sì che, veduto il ver di questa corte,

la spene, che là giù bene innamora,

in te e in altrui di ciò conforte,

dì quel ch'ell' è, dì come se ne 'nfiora

la mente tua, e dì onde a te venne».

Così seguì 'l secondo lume ancora.

E quella pïa che guidò le penne

de le mie ali a così alto volo,

a la risposta così mi prevenne:

«La Chiesa militante alcun figliuolo

non ha con più speranza, com' è scritto

nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d'Egitto

vegna in Ierusalemme per vedere,

anzi che 'l militar li sia prescritto.

Li altri due punti, che non per sapere

son dimandati, ma perch' ei rapporti

quanto questa virtù t'è in piacere,

a lui lasc' io, ché non li saran forti

né di iattanza; ed elli a ciò risponda,

e la grazia di Dio ciò li comporti».

Come discente ch'a dottor seconda

pronto e libente in quel ch'elli è esperto,

perché la sua bontà si disasconda,

«Spene», diss' io, «è uno attender certo

de la gloria futura, il qual produce

grazia divina e precedente merto.

Da molte stelle mi vien questa luce;

ma quei la distillò nel mio cor pria

che fu sommo cantor del sommo duce.

'Sperino in te', ne la sua tëodia

dice, 'color che sanno il nome tuo':

e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?

Tu mi stillasti, con lo stillar suo,

ne la pistola poi; sì ch'io son pieno,

e in altrui vostra pioggia repluo».

Mentr' io diceva, dentro al vivo seno

di quello incendio tremolava un lampo

sùbito e spesso a guisa di baleno.

Indi spirò: «L'amore ond' ïo avvampo

ancor ver' la virtù che mi seguette

infin la palma e a l'uscir del campo,

vuol ch'io respiri a te che ti dilette

di lei; ed emmi a grato che tu diche

quello che la speranza ti 'mpromette».

E io: «Le nove e le scritture antiche

pongon lo segno, ed esso lo mi addita,

de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.

Dice Isaia che ciascuna vestita

ne la sua terra fia di doppia vesta:

e la sua terra è questa dolce vita;

e 'l tuo fratello assai vie più digesta,

là dove tratta de le bianche stole,

questa revelazion ci manifesta».

E prima, appresso al fin d'este parole,

'Sperent in te' di sopr' a noi s'udì;

a che rispuoser tutte le carole.

Poscia tra esse un lume si schiarì

sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,

l'inverno avrebbe un mese d'un sol dì.

E come surge e va ed entra in ballo

vergine lieta, sol per fare onore

a la novizia, non per alcun fallo,

così vid' io lo schiarato splendore

venire a' due che si volgieno a nota

qual conveniesi al loro ardente amore.

Misesi lì nel canto e ne la rota;

e la mia donna in lor tenea l'aspetto,

pur come sposa tacita e immota.

«Questi è colui che giacque sopra 'l petto

del nostro pellicano, e questi fue

di su la croce al grande officio eletto».

La donna mia così; né però piùe

mosser la vista sua di stare attenta

poscia che prima le parole sue.

Qual è colui ch'adocchia e s'argomenta

di vedere eclissar lo sole un poco,

che, per veder, non vedente diventa;

tal mi fec' ïo a quell' ultimo foco

mentre che detto fu: «Perché t'abbagli

per veder cosa che qui non ha loco?

In terra è terra il mio corpo, e saragli

tanto con li altri, che 'l numero nostro

con l'etterno proposito s'agguagli.

Con le due stole nel beato chiostro

son le due luci sole che saliro;

e questo apporterai nel mondo vostro».

A questa voce l'infiammato giro

si quïetò con esso il dolce mischio

che si facea nel suon del trino spiro,

sì come, per cessar fatica o rischio,

li remi, pria ne l'acqua ripercossi,

tutti si posano al sonar d'un fischio.

Ahi quanto ne la mente mi commossi,

quando mi volsi per veder Beatrice,

per non poter veder, benché io fossi

presso di lei, e nel mondo felice!

 

CANTO XXVI

[Canto XXVI, nel quale l'auttore ne conforta seguitare lo innefabile amore, e dove trova Adamo il nostro primo padre, dicente a lui il tempo de la sua felicitade e infelicitade.]

 

 

Mentr' io dubbiava per lo viso spento,

de la fulgida fiamma che lo spense

uscì un spiro che mi fece attento,

dicendo: «Intanto che tu ti risense

de la vista che haï in me consunta,

ben è che ragionando la compense.

Comincia dunque; e dì ove s'appunta

l'anima tua, e fa ragion che sia

la vista in te smarrita e non defunta:

perché la donna che per questa dia

regïon ti conduce, ha ne lo sguardo

la virtù ch'ebbe la man d'Anania».

Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo

vegna remedio a li occhi, che fuor porte

quand' ella entrò col foco ond' io sempr' ardo.

Lo ben che fa contenta questa corte,

Alfa e O è di quanta scrittura

mi legge Amore o lievemente o forte».

Quella medesma voce che paura

tolta m'avea del sùbito abbarbaglio,

di ragionare ancor mi mise in cura;

e disse: «Certo a più angusto vaglio

ti conviene schiarar: dicer convienti

chi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio».

E io: «Per filosofici argomenti

e per autorità che quinci scende

cotale amor convien che in me si 'mprenti:

ché 'l bene, in quanto ben, come s'intende,

così accende amore, e tanto maggio

quanto più di bontate in sé comprende.

Dunque a l'essenza ov' è tanto avvantaggio,

che ciascun ben che fuor di lei si trova

altro non è ch'un lume di suo raggio,

più che in altra convien che si mova

la mente, amando, di ciascun che cerne

il vero in che si fonda questa prova.

Tal vero a l'intelletto mïo sterne

colui che mi dimostra il primo amore

di tutte le sustanze sempiterne.

Sternel la voce del verace autore,

che dice a Moïsè, di sé parlando:

'Io ti farò vedere ogne valore'.

Sternilmi tu ancora, incominciando

l'alto preconio che grida l'arcano

di qui là giù sovra ogne altro bando».

E io udi': «Per intelletto umano

e per autoritadi a lui concorde

d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

Ma dì ancor se tu senti altre corde

tirarti verso lui, sì che tu suone

con quanti denti questo amor ti morde».

Non fu latente la santa intenzione

de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi

dove volea menar mia professione.

Però ricominciai: «Tutti quei morsi

che posson far lo cor volgere a Dio,

a la mia caritate son concorsi:

ché l'essere del mondo e l'esser mio,

la morte ch'el sostenne perch' io viva,

e quel che spera ogne fedel com' io,

con la predetta conoscenza viva,

tratto m'hanno del mar de l'amor torto,

e del diritto m'han posto a la riva.

Le fronde onde s'infronda tutto l'orto

de l'ortolano etterno, am' io cotanto

quanto da lui a lor di bene è porto».

Sì com' io tacqui, un dolcissimo canto

risonò per lo cielo, e la mia donna

dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».

E come a lume acuto si disonna

per lo spirto visivo che ricorre

a lo splendor che va di gonna in gonna,

e lo svegliato ciò che vede aborre,

sì nescïa è la sùbita vigilia

fin che la stimativa non soccorre;

così de li occhi miei ogne quisquilia

fugò Beatrice col raggio d'i suoi,

che rifulgea da più di mille milia:

onde mei che dinanzi vidi poi;

e quasi stupefatto domandai

d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.

E la mia donna: «Dentro da quei rai

vagheggia il suo fattor l'anima prima

che la prima virtù creasse mai».

Come la fronda che flette la cima

nel transito del vento, e poi si leva

per la propria virtù che la soblima,

fec' io in tanto in quant' ella diceva,

stupendo, e poi mi rifece sicuro

un disio di parlare ond' ïo ardeva.

E cominciai: «O pomo che maturo

solo prodotto fosti, o padre antico

a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,

divoto quanto posso a te supplìco

perché mi parli: tu vedi mia voglia,

e per udirti tosto non la dico».

Talvolta un animal coverto broglia,

sì che l'affetto convien che si paia

per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;

e similmente l'anima primaia

mi facea trasparer per la coverta

quant' ella a compiacermi venìa gaia.

Indi spirò: «Sanz' essermi proferta

da te, la voglia tua discerno meglio

che tu qualunque cosa t'è più certa;

perch' io la veggio nel verace speglio

che fa di sé pareglio a l'altre cose,

e nulla face lui di sé pareglio.

Tu vuogli udir quant' è che Dio mi puose

ne l'eccelso giardino, ove costei

a così lunga scala ti dispuose,

e quanto fu diletto a li occhi miei,

e la propria cagion del gran disdegno,

e l'idïoma ch'usai e che fei.

Or, figliuol mio, non il gustar del legno

fu per sé la cagion di tanto essilio,

ma solamente il trapassar del segno.

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,

quattromilia trecento e due volumi

di sol desiderai questo concilio;

e vidi lui tornare a tutt' i lumi

de la sua strada novecento trenta

fïate, mentre ch'ïo in terra fu'mi.

La lingua ch'io parlai fu tutta spenta

innanzi che a l'ovra inconsummabile

fosse la gente di Nembròt attenta:

ché nullo effetto mai razïonabile,

per lo piacere uman che rinovella

seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale è ch'uom favella;

ma così o così, natura lascia

poi fare a voi secondo che v'abbella.

Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia,

I s'appellava in terra il sommo bene

onde vien la letizia che mi fascia;

e El si chiamò poi: e ciò convene,

ché l'uso d'i mortali è come fronda

in ramo, che sen va e altra vene.

Nel monte che si leva più da l'onda,

fu' io, con vita pura e disonesta,

da la prim' ora a quella che seconda,

come 'l sol muta quadra, l'ora sesta».

 

CANTO XXVII

[Canto XXVII, dove tratta sì come santo Pietro appostolo, proverbiando li suoi successori papi, adempie l'animo de l'auttore di questo libro.]

 

 

'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo',

cominciò, 'gloria!', tutto 'l paradiso,

sì che m'inebrïava il dolce canto.

Ciò ch'io vedeva mi sembiava un riso

de l'universo; per che mia ebbrezza

intrava per l'udire e per lo viso.

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!

oh vita intègra d'amore e di pace!

oh sanza brama sicura ricchezza!

Dinanzi a li occhi miei le quattro face

stavano accese, e quella che pria venne

incominciò a farsi più vivace,

e tal ne la sembianza sua divenne,

qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte

fossero augelli e cambiassersi penne.

La provedenza, che quivi comparte

vice e officio, nel beato coro

silenzio posto avea da ogne parte,

quand' ïo udi': «Se io mi trascoloro,

non ti maravigliar, ché, dicend' io,

vedrai trascolorar tutti costoro.

Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,

il luogo mio, il luogo mio che vaca

ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatt' ha del cimitero mio cloaca

del sangue e de la puzza; onde 'l perverso

che cadde di qua sù, là giù si placa».

Di quel color che per lo sole avverso

nube dipigne da sera e da mane,

vid' ïo allora tutto 'l ciel cosperso.

E come donna onesta che permane

di sé sicura, e per l'altrui fallanza,

pur ascoltando, timida si fane,

così Beatrice trasmutò sembianza;

e tale eclissi credo che 'n ciel fue

quando patì la supprema possanza.

Poi procedetter le parole sue

con voce tanto da sé trasmutata,

che la sembianza non si mutò piùe:

«Non fu la sposa di Cristo allevata

del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,

per essere ad acquisto d'oro usata;

ma per acquisto d'esto viver lieto

e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano

sparser lo sangue dopo molto fleto.

Non fu nostra intenzion ch'a destra mano

d'i nostri successor parte sedesse,

parte da l'altra del popol cristiano;

né che le chiavi che mi fuor concesse,

divenisser signaculo in vessillo

che contra battezzati combattesse;

né ch'io fossi figura di sigillo

a privilegi venduti e mendaci,

ond' io sovente arrosso e disfavillo.

In vesta di pastor lupi rapaci

si veggion di qua sù per tutti i paschi:

o difesa di Dio, perché pur giaci?

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi

s'apparecchian di bere: o buon principio,

a che vil fine convien che tu caschi!

Ma l'alta provedenza, che con Scipio

difese a Roma la gloria del mondo,

soccorrà tosto, sì com' io concipio;

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo

ancor giù tornerai, apri la bocca,

e non asconder quel ch'io non ascondo».

Sì come di vapor gelati fiocca

in giuso l'aere nostro, quando 'l corno

de la capra del ciel col sol si tocca,

in sù vid' io così l'etera addorno

farsi e fioccar di vapor trïunfanti

che fatto avien con noi quivi soggiorno.

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,

e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto,

li tolse il trapassar del più avanti.

Onde la donna, che mi vide assolto

de l'attendere in sù, mi disse: «Adima

il viso e guarda come tu se' vòlto».

Da l'ora ch'ïo avea guardato prima

i' vidi mosso me per tutto l'arco

che fa dal mezzo al fine il primo clima;

sì ch'io vedea di là da Gade il varco

folle d'Ulisse, e di qua presso il lito

nel qual si fece Europa dolce carco.

E più mi fora discoverto il sito

di questa aiuola; ma 'l sol procedea

sotto i mie' piedi un segno e più partito.

La mente innamorata, che donnea

con la mia donna sempre, di ridure

ad essa li occhi più che mai ardea;

e se natura o arte fé pasture

da pigliare occhi, per aver la mente,

in carne umana o ne le sue pitture,

tutte adunate, parrebber nïente

ver' lo piacer divin che mi refulse,

quando mi volsi al suo viso ridente.

E la virtù che lo sguardo m'indulse,

del bel nido di Leda mi divelse,

e nel ciel velocissimo m'impulse.

Le parti sue vivissime ed eccelse

sì uniforme son, ch'i' non so dire

qual Bëatrice per loco mi scelse.

Ma ella, che vedëa 'l mio disire,

incominciò, ridendo tanto lieta,

che Dio parea nel suo volto gioire:

«La natura del mondo, che quïeta

il mezzo e tutto l'altro intorno move,

quinci comincia come da sua meta;

e questo cielo non ha altro dove

che la mente divina, in che s'accende

l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove.

Luce e amor d'un cerchio lui comprende,

sì come questo li altri; e quel precinto

colui che 'l cinge solamente intende.

Non è suo moto per altro distinto,

ma li altri son mensurati da questo,

sì come diece da mezzo e da quinto;

e come il tempo tegna in cotal testo

le sue radici e ne li altri le fronde,

omai a te può esser manifesto.

Oh cupidigia, che i mortali affonde

sì sotto te, che nessuno ha podere

di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Ben fiorisce ne li uomini il volere;

ma la pioggia continüa converte

in bozzacchioni le sosine vere.

Fede e innocenza son reperte

solo ne' parvoletti; poi ciascuna

pria fugge che le guance sian coperte.

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,

che poi divora, con la lingua sciolta,

qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta

la madre sua, che, con loquela intera,

disïa poi di vederla sepolta.

Così si fa la pelle bianca nera

nel primo aspetto de la bella figlia

di quel ch'apporta mane e lascia sera.

Tu, perché non ti facci maraviglia,

pensa che 'n terra non è chi governi;

onde sì svïa l'umana famiglia.

Ma prima che gennaio tutto si sverni

per la centesma ch'è là giù negletta,

raggeran sì questi cerchi superni,

che la fortuna che tanto s'aspetta,

le poppe volgerà u' son le prore,

sì che la classe correrà diretta;

e vero frutto verrà dopo 'l fiore».

 

CANTO XXVIII

[Canto XXVIII, nel quale Beatrice distingue a l'auttore li nove ordini de li angeli gloriosi che sono nel nono cielo e il loro offizio.]

 

 

Poscia che 'ncontro a la vita presente

d'i miseri mortali aperse 'l vero

quella che 'mparadisa la mia mente,

come in lo specchio fiamma di doppiero

vede colui che se n'alluma retro,

prima che l'abbia in vista o in pensiero,

e sé rivolge per veder se 'l vetro

li dice il vero, e vede ch'el s'accorda

con esso come nota con suo metro;

così la mia memoria si ricorda

ch'io feci riguardando ne' belli occhi

onde a pigliarmi fece Amor la corda.

E com' io mi rivolsi e furon tocchi

li miei da ciò che pare in quel volume,

quandunque nel suo giro ben s'adocchi,

un punto vidi che raggiava lume

acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca

chiuder conviensi per lo forte acume;

e quale stella par quinci più poca,

parrebbe luna, locata con esso

come stella con stella si collòca.

Forse cotanto quanto pare appresso

alo cigner la luce che 'l dipigne

quando 'l vapor che 'l porta più è spesso,

distante intorno al punto un cerchio d'igne

si girava sì ratto, ch'avria vinto

quel moto che più tosto il mondo cigne;

e questo era d'un altro circumcinto,

e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,

dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

Sopra seguiva il settimo sì sparto

già di larghezza, che 'l messo di Iuno

intero a contenerlo sarebbe arto.

Così l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno

più tardo si movea, secondo ch'era

in numero distante più da l'uno;

e quello avea la fiamma più sincera

cui men distava la favilla pura,

credo, però che più di lei s'invera.

La donna mia, che mi vedëa in cura

forte sospeso, disse: «Da quel punto

depende il cielo e tutta la natura.

Mira quel cerchio che più li è congiunto;

e sappi che 'l suo muovere è sì tosto

per l'affocato amore ond' elli è punto».

E io a lei: «Se 'l mondo fosse posto

con l'ordine ch'io veggio in quelle rote,

sazio m'avrebbe ciò che m'è proposto;

ma nel mondo sensibile si puote

veder le volte tanto più divine,

quant' elle son dal centro più remote.

Onde, se 'l mio disir dee aver fine

in questo miro e angelico templo

che solo amore e luce ha per confine,

udir convienmi ancor come l'essemplo

e l'essemplare non vanno d'un modo,

ché io per me indarno a ciò contemplo».

«Se li tuoi diti non sono a tal nodo

sufficïenti, non è maraviglia:

tanto, per non tentare, è fatto sodo!».

Così la donna mia; poi disse: «Piglia

quel ch'io ti dicerò, se vuo' saziarti;

e intorno da esso t'assottiglia.

Li cerchi corporai sono ampi e arti

secondo il più e 'l men de la virtute

che si distende per tutte lor parti.

Maggior bontà vuol far maggior salute;

maggior salute maggior corpo cape,

s'elli ha le parti igualmente compiute.

Dunque costui che tutto quanto rape

l'altro universo seco, corrisponde

al cerchio che più ama e che più sape:

per che, se tu a la virtù circonde

la tua misura, non a la parvenza

de le sustanze che t'appaion tonde,

tu vederai mirabil consequenza

di maggio a più e di minore a meno,

in ciascun cielo, a süa intelligenza».

Come rimane splendido e sereno

l'emisperio de l'aere, quando soffia

Borea da quella guancia ond' è più leno,

per che si purga e risolve la roffia

che pria turbava, sì che 'l ciel ne ride

con le bellezze d'ogne sua paroffia;

così fec'ïo, poi che mi provide

la donna mia del suo risponder chiaro,

e come stella in cielo il ver si vide.

E poi che le parole sue restaro,

non altrimenti ferro disfavilla

che bolle, come i cerchi sfavillaro.

L'incendio suo seguiva ogne scintilla;

ed eran tante, che 'l numero loro

più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.

Io sentiva osannar di coro in coro

al punto fisso che li tiene a li ubi,

e terrà sempre, ne' quai sempre fuoro.

E quella che vedëa i pensier dubi

ne la mia mente, disse: «I cerchi primi

t'hanno mostrato Serafi e Cherubi.

Così veloci seguono i suoi vimi,

per somigliarsi al punto quanto ponno;

e posson quanto a veder son soblimi.

Quelli altri amori che 'ntorno li vonno,

si chiaman Troni del divino aspetto,

per che 'l primo ternaro terminonno;

e dei saper che tutti hanno diletto

quanto la sua veduta si profonda

nel vero in che si queta ogne intelletto.

Quinci si può veder come si fonda

l'esser beato ne l'atto che vede,

non in quel ch'ama, che poscia seconda;

e del vedere è misura mercede,

che grazia partorisce e buona voglia:

così di grado in grado si procede.

L'altro ternaro, che così germoglia

in questa primavera sempiterna

che notturno Arïete non dispoglia,

perpetüalemente 'Osanna' sberna

con tre melode, che suonano in tree

ordini di letizia onde s'interna.

In essa gerarcia son l'altre dee:

prima Dominazioni, e poi Virtudi;

l'ordine terzo di Podestadi èe.

Poscia ne' due penultimi tripudi

Principati e Arcangeli si girano;

l'ultimo è tutto d'Angelici ludi.

Questi ordini di sù tutti s'ammirano,

e di giù vincon sì, che verso Dio

tutti tirati sono e tutti tirano.

E Dïonisio con tanto disio

a contemplar questi ordini si mise,

che li nomò e distinse com' io.

Ma Gregorio da lui poi si divise;

onde, sì tosto come li occhi aperse

in questo ciel, di sé medesmo rise.

E se tanto secreto ver proferse

mortale in terra, non voglio ch'ammiri:

ché chi 'l vide qua sù gliel discoperse

con altro assai del ver di questi giri».

 

CANTO XXIX

[Canto XXIX, ove si tratta de la superbia e cacciamento de li rei e malvagi angeli e de la dilezione e gloria de' buoni; e infine si riprende tutti coloro che predicando si partono dal santo Evangelio e dicono favole; e contiencisi in questo canto certe declaragioni di certe oscuritadi del celestiale regno.]

 

 

Quando ambedue li figli di Latona,

coperti del Montone e de la Libra,

fanno de l'orizzonte insieme zona,

quant' è dal punto che 'l cenìt inlibra

infin che l'uno e l'altro da quel cinto,

cambiando l'emisperio, si dilibra,

tanto, col volto di riso dipinto,

si tacque Bëatrice, riguardando

fiso nel punto che m'avëa vinto.

Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,

quel che tu vuoli udir, perch' io l'ho visto

là 've s'appunta ogne ubi e ogne quando.

Non per aver a sé di bene acquisto,

ch'esser non può, ma perché suo splendore

potesse, risplendendo, dir "Subsisto",

in sua etternità di tempo fore,

fuor d'ogne altro comprender, come i piacque,

s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.

Né prima quasi torpente si giacque;

ché né prima né poscia procedette

lo discorrer di Dio sovra quest' acque.

Forma e materia, congiunte e purette,

usciro ad esser che non avia fallo,

come d'arco tricordo tre saette.

E come in vetro, in ambra o in cristallo

raggio resplende sì, che dal venire

a l'esser tutto non è intervallo,

così 'l triforme effetto del suo sire

ne l'esser suo raggiò insieme tutto

sanza distinzïone in essordire.

Concreato fu ordine e costrutto

a le sustanze; e quelle furon cima

nel mondo in che puro atto fu produtto;

pura potenza tenne la parte ima;

nel mezzo strinse potenza con atto

tal vime, che già mai non si divima.

Ieronimo vi scrisse lungo tratto

di secoli de li angeli creati

anzi che l'altro mondo fosse fatto;

ma questo vero è scritto in molti lati

da li scrittor de lo Spirito Santo,

e tu te n'avvedrai se bene agguati;

e anche la ragione il vede alquanto,

che non concederebbe che ' motori

sanza sua perfezion fosser cotanto.

Or sai tu dove e quando questi amori

furon creati e come: sì che spenti

nel tuo disïo già son tre ardori.

Né giugneriesi, numerando, al venti

sì tosto, come de li angeli parte

turbò il suggetto d'i vostri alimenti.

L'altra rimase, e cominciò quest' arte

che tu discerni, con tanto diletto,

che mai da circüir non si diparte.

Principio del cader fu il maladetto

superbir di colui che tu vedesti

da tutti i pesi del mondo costretto.

Quelli che vedi qui furon modesti

a riconoscer sé da la bontate

che li avea fatti a tanto intender presti:

per che le viste lor furo essaltate

con grazia illuminante e con lor merto,

sì c'hanno ferma e piena volontate;

e non voglio che dubbi, ma sia certo,

che ricever la grazia è meritorio

secondo che l'affetto l'è aperto.

Omai dintorno a questo consistorio

puoi contemplare assai, se le parole

mie son ricolte, sanz' altro aiutorio.

Ma perché 'n terra per le vostre scole

si legge che l'angelica natura

è tal, che 'ntende e si ricorda e vole,

ancor dirò, perché tu veggi pura

la verità che là giù si confonde,

equivocando in sì fatta lettura.

Queste sustanze, poi che fur gioconde

de la faccia di Dio, non volser viso

da essa, da cui nulla si nasconde:

però non hanno vedere interciso

da novo obietto, e però non bisogna

rememorar per concetto diviso;

sì che là giù, non dormendo, si sogna,

credendo e non credendo dicer vero;

ma ne l'uno è più colpa e più vergogna.

Voi non andate giù per un sentiero

filosofando: tanto vi trasporta

l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero!

E ancor questo qua sù si comporta

con men disdegno che quando è posposta

la divina Scrittura o quando è torta.

Non vi si pensa quanto sangue costa

seminarla nel mondo e quanto piace

chi umilmente con essa s'accosta.

Per apparer ciascun s'ingegna e face

sue invenzioni; e quelle son trascorse

da' predicanti e 'l Vangelio si tace.

Un dice che la luna si ritorse

ne la passion di Cristo e s'interpuose,

per che 'l lume del sol giù non si porse;

e mente, ché la luce si nascose

da sé: però a li Spani e a l'Indi

come a' Giudei tale eclissi rispuose.

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi

quante sì fatte favole per anno

in pergamo si gridan quinci e quindi:

sì che le pecorelle, che non sanno,

tornan del pasco pasciute di vento,

e non le scusa non veder lo danno.

Non disse Cristo al suo primo convento:

'Andate, e predicate al mondo ciance';

ma diede lor verace fondamento;

e quel tanto sonò ne le sue guance,

sì ch'a pugnar per accender la fede

de l'Evangelio fero scudo e lance.

Ora si va con motti e con iscede

a predicare, e pur che ben si rida,

gonfia il cappuccio e più non si richiede.

Ma tale uccel nel becchetto s'annida,

che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe

la perdonanza di ch'el si confida:

per cui tanta stoltezza in terra crebbe,

che, sanza prova d'alcun testimonio,

ad ogne promession si correrebbe.

Di questo ingrassa il porco sant' Antonio,

e altri assai che sono ancor più porci,

pagando di moneta sanza conio.

Ma perché siam digressi assai, ritorci

li occhi oramai verso la dritta strada,

sì che la via col tempo si raccorci.

Questa natura sì oltre s'ingrada

in numero, che mai non fu loquela

né concetto mortal che tanto vada;

e se tu guardi quel che si revela

per Danïel, vedrai che 'n sue migliaia

determinato numero si cela.

La prima luce, che tutta la raia,

per tanti modi in essa si recepe,

quanti son li splendori a chi s'appaia.

Onde, però che a l'atto che concepe

segue l'affetto, d'amar la dolcezza

diversamente in essa ferve e tepe.

Vedi l'eccelso omai e la larghezza

de l'etterno valor, poscia che tanti

speculi fatti s'ha in che si spezza,

uno manendo in sé come davanti».

 

CANTO XXX

[Canto XXX, ove narra come l'auttore vidde per conducimento di Beatrice li splendori de la divinità e le seggie de l'anime de li uomini, tra le quali vide già collocata quella de lo imperadore Arrigo di Lunzimborgo con la sua corona.]

 

 

Forse semilia miglia di lontano

ci ferve l'ora sesta, e questo mondo

china già l'ombra quasi al letto piano,

quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo,

comincia a farsi tal, ch'alcuna stella

perde il parere infino a questo fondo;

e come vien la chiarissima ancella

del sol più oltre, così 'l ciel si chiude

di vista in vista infino a la più bella.

Non altrimenti il trïunfo che lude

sempre dintorno al punto che mi vinse,

parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse:

per che tornar con li occhi a Bëatrice

nulla vedere e amor mi costrinse.

Se quanto infino a qui di lei si dice

fosse conchiuso tutto in una loda,

poca sarebbe a fornir questa vice.

La bellezza ch'io vidi si trasmoda

non pur di là da noi, ma certo io credo

che solo il suo fattor tutta la goda.

Da questo passo vinto mi concedo

più che già mai da punto di suo tema

soprato fosse comico o tragedo:

ché, come sole in viso che più trema,

così lo rimembrar del dolce riso

la mente mia da me medesmo scema.

Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso

in questa vita, infino a questa vista,

non m'è il seguire al mio cantar preciso;

ma or convien che mio seguir desista

più dietro a sua bellezza, poetando,

come a l'ultimo suo ciascuno artista.

Cotal qual io la lascio a maggior bando

che quel de la mia tuba, che deduce

l'ardüa sua matera terminando,

con atto e voce di spedito duce

ricominciò: «Noi siamo usciti fore

del maggior corpo al ciel ch'è pura luce:

luce intellettüal, piena d'amore;

amor di vero ben, pien di letizia;

letizia che trascende ogne dolzore.

Qui vederai l'una e l'altra milizia

di paradiso, e l'una in quelli aspetti

che tu vedrai a l'ultima giustizia».

Come sùbito lampo che discetti

li spiriti visivi, sì che priva

da l'atto l'occhio di più forti obietti,

così mi circunfulse luce viva,

e lasciommi fasciato di tal velo

del suo fulgor, che nulla m'appariva.

«Sempre l'amor che queta questo cielo

accoglie in sé con sì fatta salute,

per far disposto a sua fiamma il candelo».

Non fur più tosto dentro a me venute

queste parole brievi, ch'io compresi

me sormontar di sopr' a mia virtute;

e di novella vista mi raccesi

tale, che nulla luce è tanto mera,

che li occhi miei non si fosser difesi;

e vidi lume in forma di rivera

fulvido di fulgore, intra due rive

dipinte di mirabil primavera.

Di tal fiumana uscian faville vive,

e d'ogne parte si mettien ne' fiori,

quasi rubin che oro circunscrive;

poi, come inebrïate da li odori,

riprofondavan sé nel miro gurge,

e s'una intrava, un'altra n'uscia fori.

«L'alto disio che mo t'infiamma e urge,

d'aver notizia di ciò che tu vei,

tanto mi piace più quanto più turge;

ma di quest' acqua convien che tu bei

prima che tanta sete in te si sazi»:

così mi disse il sol de li occhi miei.

Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi

ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe

son di lor vero umbriferi prefazi.

Non che da sé sian queste cose acerbe;

ma è difetto da la parte tua,

che non hai viste ancor tanto superbe».

Non è fantin che sì sùbito rua

col volto verso il latte, se si svegli

molto tardato da l'usanza sua,

come fec' io, per far migliori spegli

ancor de li occhi, chinandomi a l'onda

che si deriva perché vi s'immegli;

e sì come di lei bevve la gronda

de le palpebre mie, così mi parve

di sua lunghezza divenuta tonda.

Poi, come gente stata sotto larve,

che pare altro che prima, se si sveste

la sembianza non süa in che disparve,

così mi si cambiaro in maggior feste

li fiori e le faville, sì ch'io vidi

ambo le corti del ciel manifeste.

O isplendor di Dio, per cu' io vidi

l'alto trïunfo del regno verace,

dammi virtù a dir com' ïo il vidi!

Lume è là sù che visibile face

lo creatore a quella creatura

che solo in lui vedere ha la sua pace.

E' si distende in circular figura,

in tanto che la sua circunferenza

sarebbe al sol troppo larga cintura.

Fassi di raggio tutta sua parvenza

reflesso al sommo del mobile primo,

che prende quindi vivere e potenza.

E come clivo in acqua di suo imo

si specchia, quasi per vedersi addorno,

quando è nel verde e ne' fioretti opimo,

sì, soprastando al lume intorno intorno,

vidi specchiarsi in più di mille soglie

quanto di noi là sù fatto ha ritorno.

E se l'infimo grado in sé raccoglie

sì grande lume, quanta è la larghezza

di questa rosa ne l'estreme foglie!

La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza

non si smarriva, ma tutto prendeva

il quanto e 'l quale di quella allegrezza.

Presso e lontano, lì, né pon né leva:

ché dove Dio sanza mezzo governa,

la legge natural nulla rileva.

Nel giallo de la rosa sempiterna,

che si digrada e dilata e redole

odor di lode al sol che sempre verna,

qual è colui che tace e dicer vole,

mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira

quanto è 'l convento de le bianche stole!

Vedi nostra città quant' ella gira;

vedi li nostri scanni sì ripieni,

che poca gente più ci si disira.

E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni

per la corona che già v'è sù posta,

prima che tu a queste nozze ceni,

sederà l'alma, che fia giù agosta,

de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia

verrà in prima ch'ella sia disposta.

La cieca cupidigia che v'ammalia

simili fatti v'ha al fantolino

che muor per fame e caccia via la balia.

E fia prefetto nel foro divino

allora tal, che palese e coverto

non anderà con lui per un cammino.

Ma poco poi sarà da Dio sofferto

nel santo officio; ch'el sarà detruso

là dove Simon mago è per suo merto,

e farà quel d'Alagna intrar più giuso».

 

CANTO XXXI

[Canto XXXI, il quale tratta come l'auttore fue lasciato da Beatrice e trovò Santo Bernardo, per lo cui conducimento rivide Beatrice ne la sua gloria; poi pone una orazione che Dante fece a Beatrice che pregasse per lui lo nostro Segnore Iddio e la nostra Donna sua Madre; e come vide la Divina Maestà.]

 

 

In forma dunque di candida rosa

mi si mostrava la milizia santa

che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l'altra, che volando vede e canta

la gloria di colui che la 'nnamora

e la bontà che la fece cotanta,

sì come schiera d'ape che s'infiora

una fïata e una si ritorna

là dove suo laboro s'insapora,

nel gran fior discendeva che s'addorna

di tante foglie, e quindi risaliva

là dove 'l süo amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva

e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,

che nulla neve a quel termine arriva.

Quando scendean nel fior, di banco in banco

porgevan de la pace e de l'ardore

ch'elli acquistavan ventilando il fianco.

Né l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore

di tanta moltitudine volante

impediva la vista e lo splendore:

ché la luce divina è penetrante

per l'universo secondo ch'è degno,

sì che nulla le puote essere ostante.

Questo sicuro e gaudïoso regno,

frequente in gente antica e in novella,

viso e amore avea tutto ad un segno.

Oh trina luce che 'n unica stella

scintillando a lor vista, sì li appaga!

guarda qua giuso a la nostra procella!

Se i barbari, venendo da tal plaga

che ciascun giorno d'Elice si cuopra,

rotante col suo figlio ond' ella è vaga,

veggendo Roma e l'ardüa sua opra,

stupefaciensi, quando Laterano

a le cose mortali andò di sopra;

ïo, che al divino da l'umano,

a l'etterno dal tempo era venuto,

e di Fiorenza in popol giusto e sano,

di che stupor dovea esser compiuto!

Certo tra esso e 'l gaudio mi facea

libito non udire e starmi muto.

E quasi peregrin che si ricrea

nel tempio del suo voto riguardando,

e spera già ridir com' ello stea,

su per la viva luce passeggiando,

menava ïo li occhi per li gradi,

mo sù, mo giù e mo recirculando.

Vedëa visi a carità süadi,

d'altrui lume fregiati e di suo riso,

e atti ornati di tutte onestadi.

La forma general di paradiso

già tutta mïo sguardo avea compresa,

in nulla parte ancor fermato fiso;

e volgeami con voglia rïaccesa

per domandar la mia donna di cose

di che la mente mia era sospesa.

Uno intendëa, e altro mi rispuose:

credea veder Beatrice e vidi un sene

vestito con le genti glorïose.

Diffuso era per li occhi e per le gene

di benigna letizia, in atto pio

quale a tenero padre si convene.

E «Ov' è ella?», sùbito diss' io.

Ond' elli: «A terminar lo tuo disiro

mosse Beatrice me del loco mio;

e se riguardi sù nel terzo giro

dal sommo grado, tu la rivedrai

nel trono che suoi merti le sortiro».

Sanza risponder, li occhi sù levai,

e vidi lei che si facea corona

reflettendo da sé li etterni rai.

Da quella regïon che più sù tona

occhio mortale alcun tanto non dista,

qualunque in mare più giù s'abbandona,

quanto lì da Beatrice la mia vista;

ma nulla mi facea, ché süa effige

non discendëa a me per mezzo mista.

«O donna in cui la mia speranza vige,

e che soffristi per la mia salute

in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quant' i' ho vedute,

dal tuo podere e da la tua bontate

riconosco la grazia e la virtute.

Tu m'hai di servo tratto a libertate

per tutte quelle vie, per tutt' i modi

che di ciò fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi,

sì che l'anima mia, che fatt' hai sana,

piacente a te dal corpo si disnodi».

Così orai; e quella, sì lontana

come parea, sorrise e riguardommi;

poi si tornò a l'etterna fontana.

E 'l santo sene: «Acciò che tu assommi

perfettamente», disse, «il tuo cammino,

a che priego e amor santo mandommi,

vola con li occhi per questo giardino;

ché veder lui t'acconcerà lo sguardo

più al montar per lo raggio divino.

E la regina del cielo, ond' ïo ardo

tutto d'amor, ne farà ogne grazia,

però ch'i' sono il suo fedel Bernardo».

Qual è colui che forse di Croazia

viene a veder la Veronica nostra,

che per l'antica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra:

'Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,

or fu sì fatta la sembianza vostra?';

tal era io mirando la vivace

carità di colui che 'n questo mondo,

contemplando, gustò di quella pace.

«Figliuol di grazia, quest' esser giocondo»,

cominciò elli, «non ti sarà noto,

tenendo li occhi pur qua giù al fondo;

ma guarda i cerchi infino al più remoto,

tanto che veggi seder la regina

cui questo regno è suddito e devoto».

Io levai li occhi; e come da mattina

la parte orïental de l'orizzonte

soverchia quella dove 'l sol declina,

così, quasi di valle andando a monte

con li occhi, vidi parte ne lo stremo

vincer di lume tutta l'altra fronte.

E come quivi ove s'aspetta il temo

che mal guidò Fetonte, più s'infiamma,

e quinci e quindi il lume si fa scemo,

così quella pacifica oriafiamma

nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte

per igual modo allentava la fiamma;

e a quel mezzo, con le penne sparte,

vid' io più di mille angeli festanti,

ciascun distinto di fulgore e d'arte.

Vidi a lor giochi quivi e a lor canti

ridere una bellezza, che letizia

era ne li occhi a tutti li altri santi;

e s'io avessi in dir tanta divizia

quanta ad imaginar, non ardirei

lo minimo tentar di sua delizia.

Bernardo, come vide li occhi miei

nel caldo suo caler fissi e attenti,

li suoi con tanto affetto volse a lei,

che ' miei di rimirar fé più ardenti.

 

CANTO XXXII

[Canto XXXII, ove tratta come santo Bernardo mostrò a Dante ordinatamente li luoghi de' beati del Vecchio e del Nuovo Testamento; e come a la voce de l'Arcangelo Gabriello laudavano nostra Madonna, cioè la Virgine Maria.]

 

 

Affetto al suo piacer, quel contemplante

libero officio di dottore assunse,

e cominciò queste parole sante:

«La piaga che Maria richiuse e unse,

quella ch'è tanto bella da' suoi piedi

è colei che l'aperse e che la punse.

Ne l'ordine che fanno i terzi sedi,

siede Rachel di sotto da costei

con Bëatrice, sì come tu vedi.

Sarra e Rebecca, Iudìt e colei

che fu bisava al cantor che per doglia

del fallo disse 'Miserere mei',

puoi tu veder così di soglia in soglia

giù digradar, com' io ch'a proprio nome

vo per la rosa giù di foglia in foglia.

E dal settimo grado in giù, sì come

infino ad esso, succedono Ebree,

dirimendo del fior tutte le chiome;

perché, secondo lo sguardo che fée

la fede in Cristo, queste sono il muro

a che si parton le sacre scalee.

Da questa parte onde 'l fiore è maturo

di tutte le sue foglie, sono assisi

quei che credettero in Cristo venturo;

da l'altra parte onde sono intercisi

di vòti i semicirculi, si stanno

quei ch'a Cristo venuto ebber li visi.

E come quinci il glorïoso scanno

de la donna del cielo e li altri scanni

di sotto lui cotanta cerna fanno,

così di contra quel del gran Giovanni,

che sempre santo 'l diserto e 'l martiro

sofferse, e poi l'inferno da due anni;

e sotto lui così cerner sortiro

Francesco, Benedetto e Augustino

e altri fin qua giù di giro in giro.

Or mira l'alto proveder divino:

ché l'uno e l'altro aspetto de la fede

igualmente empierà questo giardino.

E sappi che dal grado in giù che fiede

a mezzo il tratto le due discrezioni,

per nullo proprio merito si siede,

ma per l'altrui, con certe condizioni:

ché tutti questi son spiriti asciolti

prima ch'avesser vere elezïoni.

Ben te ne puoi accorger per li volti

e anche per le voci püerili,

se tu li guardi bene e se li ascolti.

Or dubbi tu e dubitando sili;

ma io discioglierò 'l forte legame

in che ti stringon li pensier sottili.

Dentro a l'ampiezza di questo reame

casüal punto non puote aver sito,

se non come tristizia o sete o fame:

ché per etterna legge è stabilito

quantunque vedi, sì che giustamente

ci si risponde da l'anello al dito;

e però questa festinata gente

a vera vita non è sine causa

intra sé qui più e meno eccellente.

Lo rege per cui questo regno pausa

in tanto amore e in tanto diletto,

che nulla volontà è di più ausa,

le menti tutte nel suo lieto aspetto

creando, a suo piacer di grazia dota

diversamente; e qui basti l'effetto.

E ciò espresso e chiaro vi si nota

ne la Scrittura santa in quei gemelli

che ne la madre ebber l'ira commota.

Però, secondo il color d'i capelli,

di cotal grazia l'altissimo lume

degnamente convien che s'incappelli.

Dunque, sanza mercé di lor costume,

locati son per gradi differenti,

sol differendo nel primiero acume.

Bastavasi ne' secoli recenti

con l'innocenza, per aver salute,

solamente la fede d'i parenti;

poi che le prime etadi fuor compiute,

convenne ai maschi a l'innocenti penne

per circuncidere acquistar virtute;

ma poi che 'l tempo de la grazia venne,

sanza battesmo perfetto di Cristo

tale innocenza là giù si ritenne.

Riguarda omai ne la faccia che a Cristo

più si somiglia, ché la sua chiarezza

sola ti può disporre a veder Cristo».

Io vidi sopra lei tanta allegrezza

piover, portata ne le menti sante

create a trasvolar per quella altezza,

che quantunque io avea visto davante,

di tanta ammirazion non mi sospese,

né mi mostrò di Dio tanto sembiante;

e quello amor che primo lì discese,

cantando 'Ave, Maria, gratïa plena',

dinanzi a lei le sue ali distese.

Rispuose a la divina cantilena

da tutte parti la beata corte,

sì ch'ogne vista sen fé più serena.

«O santo padre, che per me comporte

l'esser qua giù, lasciando il dolce loco

nel qual tu siedi per etterna sorte,

qual è quell' angel che con tanto gioco

guarda ne li occhi la nostra regina,

innamorato sì che par di foco?».

Così ricorsi ancora a la dottrina

di colui ch'abbelliva di Maria,

come del sole stella mattutina.

Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria

quant' esser puote in angelo e in alma,

tutta è in lui; e sì volem che sia,

perch' elli è quelli che portò la palma

giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio

carcar si volse de la nostra salma.

Ma vieni omai con li occhi sì com' io

andrò parlando, e nota i gran patrici

di questo imperio giustissimo e pio.

Quei due che seggon là sù più felici

per esser propinquissimi ad Agusta,

son d'esta rosa quasi due radici:

colui che da sinistra le s'aggiusta

è il padre per lo cui ardito gusto

l'umana specie tanto amaro gusta;

dal destro vedi quel padre vetusto

di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi

raccomandò di questo fior venusto.

E quei che vide tutti i tempi gravi,

pria che morisse, de la bella sposa

che s'acquistò con la lancia e coi clavi,

siede lungh' esso, e lungo l'altro posa

quel duca sotto cui visse di manna

la gente ingrata, mobile e retrosa.

Di contr' a Pietro vedi sedere Anna,

tanto contenta di mirar sua figlia,

che non move occhio per cantare osanna;

e contro al maggior padre di famiglia

siede Lucia, che mosse la tua donna

quando chinavi, a rovinar, le ciglia.

Ma perché 'l tempo fugge che t'assonna,

qui farem punto, come buon sartore

che com' elli ha del panno fa la gonna;

e drizzeremo li occhi al primo amore,

sì che, guardando verso lui, penètri

quant' è possibil per lo suo fulgore.

Veramente, ne forse tu t'arretri

movendo l'ali tue, credendo oltrarti,

orando grazia conven che s'impetri

grazia da quella che puote aiutarti;

e tu mi seguirai con l'affezione,

sì che dal dicer mio lo cor non parti».

E cominciò questa santa orazione:

 

CANTO XXXIII

[Canto XXXIII, il quale è l'ultimo de la terza cantica e ultima; nel quale canto santo Bernardo in figura de l'auttore fa una orazione a la Vergine Maria, pregandola che sé e la Divina Maestade si lasci vedere visibilemente.]

 

 

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d'etterno consiglio,

tu se' colei che l'umana natura

nobilitasti sì, che 'l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l'amore,

per lo cui caldo ne l'etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se' a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ' mortali,

se' di speranza fontana vivace.

Donna, se' tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz' ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s'aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l'infima lacuna

de l'universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l'ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi

più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi

ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi

di sua mortalità co' prieghi tuoi,

sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi

ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

Li occhi da Dio diletti e venerati,

fissi ne l'orator, ne dimostraro

quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l'etterno lume s'addrizzaro,

nel qual non si dee creder che s'invii

per creatura l'occhio tanto chiaro.

E io ch'al fine di tutt' i disii

appropinquava, sì com' io dovea,

l'ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m'accennava, e sorridea,

perch' io guardassi suso; ma io era

già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera,

e più e più intrava per lo raggio

de l'alta luce che da sé è vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio

che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,

e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colüi che sognando vede,

che dopo 'l sogno la passione impressa

rimane, e l'altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa

mia visïone, e ancor mi distilla

nel core il dolce che nacque da essa.

Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi

da' concetti mortali, a la mia mente

ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,

ch'una favilla sol de la tua gloria

possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,

più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l'acume ch'io soffersi

del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,

se li occhi miei da lui fossero aversi.

E' mi ricorda ch'io fui più ardito

per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi

l'aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond' io presunsi

ficcar lo viso per la luce etterna,

tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s'interna,

legato con amore in un volume,

ciò che per l'universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume

quasi conflati insieme, per tal modo

che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo

credo ch'i' vidi, perché più di largo,

dicendo questo, mi sento ch'i' godo.

Un punto solo m'è maggior letargo

che venticinque secoli a la 'mpresa

che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,

mirava fissa, immobile e attenta,

e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,

che volgersi da lei per altro aspetto

è impossibil che mai si consenta;

però che 'l ben, ch'è del volere obietto,

tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella

è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante

che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch'un semplice sembiante

fosse nel vivo lume ch'io mirava,

che tal è sempre qual s'era davante;

ma per la vista che s'avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,

mutandom' io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza

de l'alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d'una contenenza;

e l'un da l'altro come iri da iri

parea reflesso, e 'l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,

è tanto, che non basta a dicer 'poco'.

O luce etterna che sola in te sidi,

sola t'intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta

pareva in te come lume reflesso,

da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,

mi parve pinta de la nostra effige:

per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova,

pensando, quel principio ond' elli indige,

tal era io a quella vista nova:

veder voleva come si convenne

l'imago al cerchio e come vi s'indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:

se non che la mia mente fu percossa

da un fulgore in che sua voglia venne.

A l'alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e 'l velle,

sì come rota ch'igualmente è mossa,

l'amor che move il sole e l'altre stelle.

 

[Explicit Liber Comedie

Dantis Alagherii de Florentia]